PINO RAUTI/ Un “fascista di sinistra” che odiava il capitalismo non meno del Pci

- Gianluigi Da Rold

La scomparsa di Pino Rauti, fondatore del Movimento sociale italiano. Lo ricorda GIANLUIGI DA ROLD: al di là del neofascismo, era un reduce di una generazione sbandata

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Foto Infophoto

Nell’inverno del 1972, per qualche giorno, Pino Rauti era a Rottarch Egern, una località della  Baviera sul Tegernsee, un lago splendido con una corona di montagne intorno, che è purtroppo passato alla storia per uno dei fatti più sanguinosi della storia del nazismo, quando in una notte, ribattezzata la “notte dei lunghi coltelli”, le SS liquidarono fisicamente le diventate rivali SA di Ernst Rohm. Chi scrive ha avuto la ventura di conoscere Rauti in un grande albergo di quella località, insieme ad altri giornalisti invitati in un posto da favola dalla Siemens Data che vi faceva un seminario. Insomma era uno di quei “servizi premio” che allora si potevano concedere la Siemens e i giornali che mandavano i loro inviati.

Rauti era un autorevole giornalista de “Il Tempo” di Roma, e un noto “fascista”, il sottoscritto un modesto giornalista dell’Avanti edizione milanese. Per quei tempi di scontri ideologici violenti, c’era un solco che ci divideva. Eppure ci stringemmo la mano e lui, sapendomi un poco febbricitante, mi donò pure un paio di aspirine per passare la notte più tranquillamente.

Quell’episodio è la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho saputo della morte di Pino Rauti,  forse per ricordare che, alla fine,  le persone e i rapporti personali, anche se occasionali, vengono sempre prima delle ideologie e della vocazione politica.

C’è un altro Rauti che mi viene in mente, esattamente venti anni dopo quel lontano 1972, durante la stagione di “tangentopoli”, in un ascensore di Montecitorio pieno di socialisti abbacchiati dalle inchieste, che dice più o meno: “Ora conoscerete tutta l’arroganza di questo capitalismo, vincente, di questo liberismo in salsa anglosassone”. Era una sorta di rivincita o di rivalsa?  La frase mi rimase impressa, ma non la ho mai compresa nella suo completezza.

Del resto Pino Rauti era ben caratterizzato all’estrema destra. Diceva in modo  insistente: “Non mi sento un neofascista, il fascismo non è più ripetibile. E’ solo un giacimento della memoria al quale penso si possa ancora attingere”.

Ma la vita di Rauti, almeno quella raccontata sui giornali era di un altro tipo.  Comincia ad avere problemi con la giustizia fin dall’inizio degli anni Cinquanta, poi, nel 1972, viene coinvolto in una delle più terribili tragedie italiane, la strage di piazza Fontana.  Poi verrà coinvolto anche nella strage di piazza della Loggia a Brescia. Conviverà per quasi tutta la vita con questi sospetti, anche se i tribunali  lo assolvono su tutto.

Il problema è che nel Paese del sospetto,  Rauti si trascina dietro il fatto che è lui  nel 1954, mentre il Msi veste il “doppiopetto” del segretario Arturo Michelini, a fondare il centro studi di Ordine Nuovo, che uscirà dallo stesso Msi nel 1956 e sarà la sigla in cui molti estremisti di destra passeranno, magari per servirsene come paravento di altre attività. Certo il sentiero di distinzioni, soprattutto in quell’epoca di scontro ideologico, è molto stretto e difficile. Ma Rauti non è mai sembrato un uomo di azione pronto per attentati.

Appare piuttosto come un uomo severo, austero, che è ossessionato dall’infiltrazione comunista in Italia, che la denuncia senza mezzi termini, ma che può essere collocato, tuttalpiù, nella lista dei “cattivi maestri” di quell’epoca del doppio estremismo di destra e di sinistra.

Ma se si vuole comprendere esattamente Rauti forse bisognerebbe guardare a un altro aspetto. Occorrerebbe valutare quella generazione che aveva vent’anni all’uscita della guerra e risentiva, magari aveva creduto all’esperienza vissuta dai loro padri. Era una gioventù influenzata dal filosofo Julius Evola, molto nazionalista, magari irritata dai tanti “redenti” del dopoguerra, dai voltagabbana. Che proliferavano. Forse Rauti era solo  indignato per questo e agiva come una reazione a questa Italia che aveva cambiato pelle, in alcuni casi, al momento opportuno. Lui restava uno della “sinistra” fascista, anticapitalista, difensore della socializzazione e con venature terzomondiste. Si possono discutere le sue idee, ma  non la sua feroce coerenza di una generazione sbandata, confusa, quasi perduta e facile da mettere sotto accusa per i nuovi vincitori.

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