PRONTO SOCCORSO/ Gentiloni (Policlinico): la dura esperienza di fare il medico in emergenza

- La Redazione

Per NICOLÒ GENTILONI, “i problemi che incontra un medico del pronto soccorso sono il sovraffollamento, il fatto di dovere visitare più pazienti insieme e la difficoltà dei ricoveri”

pronto-soccorso
Foto Infophoto

L’esperienza di un medico del pronto soccorso, alla luce delle recenti polemiche che hanno coinvolto il Policlinico Umberto I e l’Ospedale San Camillo di Roma. Ce la racconta il professor Nicolò Gentiloni, direttore del Dipartimento di Emergenza e Accettazione (Dea) del Policlinico Gemelli, il cui pronto soccorso è uno dei quattro a Roma che superano i 200 accessi al giorno. Il dolore dei pazienti, la difficoltà di stabilire in tempo reale la gravità del loro disturbo, lo stress di dover visitare un numero molto elevato di persone malate. Il professor Gentiloni rivela per Ilsussidiario.net come un medico viva uno dei compiti più difficili che gli possano essere assegnati, quello cioè di lavorare in un pronto soccorso.

Professor Gentiloni, in base alla sua decennale esperienza che cosa ne pensa delle polemiche di questi giorni sulla gestione del pronto soccorso al Policlinico Umberto I e all’Ospedale San Camillo?

Sul pronto soccorso del San Camillo i giornali hanno pubblicato l’immagine di una persona stesa per terra. In quel momento i medici non stavano compiendo la rianimazione, ma era la fase successiva al massaggio cardiopolmonare. Se non fosse avvenuta mentre quella persona era per terra, la rianimazione non avrebbe avuto successo, in quanto richiede una pressione e decompressione rapida del torace su un piano rigido. Chi interpretava come una cattiva pratica il fatto che si vedesse una persona distesa per terra, stava commettendo un grossolano errore non essendo del mestiere. Per quanto riguarda invece la sala di accoglienza delle persone in attesa anche da più giorni al Policlinico Umberto I, che in gergo si chiama “La Piazzetta”, è un po’ meno attrezzata di quella presente al Policlinico Gemelli. Noi infatti abbiamo un’area con camere separate e bagno, e c’è quindi meno promiscuità. Era proprio quest’ultima a dare un certo fastidio nella Piazzetta dell’Umberto I. I medici e gli infermieri in questo caso non sono però i responsabili, ma le vittime di una carenza strutturale che non dipendeva certamente da loro.

Immagino che si sia trovato diverse volte di fronte al dolore di un paziente che arriva al Pronto soccorso. Come si è trovato a reagire di fronte a queste situazioni?

Innanzitutto il dolore non ha un sistema di misurazione, ma è affidato a una descrizione del paziente che in una scala analogica da 0 a 10 assegna un’intensità al suo dolore e racconta da quanto tempo è iniziato. Quando al dolore è attribuito un numero che va da 4 in su, su una scala da 0 a 10, diventa un codice giallo indipendentemente dal tipo di patologia. Per esempio può trattarsi di un attacco di gotta, ma se il dolore è intenso si interviene subito. Attraverso una check list affidata agli infermieri del triage, stiamo cercando di fare in modo che siano anche loro a somministrare una terapia antidolorifica per via orale. In questo modo è possibile precorrere i tempi ed evitare quelle attese che poi si trasformano in un’agitazione del paziente che si estende a tutta la sala d’attesa. Proprio per dare una risposta a queste forme di ansia, ricorriamo all’aiuto di psicologi e di volontari, oltre a una suora e a una caposala.

 

Quali sono gli altri problemi principali incontrati da un medico del pronto soccorso?

 

In primo luogo l’”overcrowding”, cioè il numero di accessi che in certe ore del giorno creano un sovraffollamento che è causa di congestione e lunghe attese, soprattutto per i codici gialli che sono quelli a maggiore priorità dopo i rossi. Avere tante persone contemporaneamente significa che i codici gialli, anziché in 10 minuti, sono visitati in 20 o 30 minuti. Il sovraffollamento sottopone gli infermieri a stress, perché nel momento in cui assegnano i codici si sentono contestare in continuazione dai pazienti. Anche i medici subiscono la pressione continua dei parenti, che chiedono in continuazione come stia il paziente interrompendo più volte l’attività del medico e creando una situazione di carica e stress psicologico. Il secondo problema è il “multitasking”, cioè il fatto che il medico di un pronto soccorso deve occuparsi contemporaneamente di più soggetti.

 

La stessa situazione si verifica anche in reparto?

 

In realtà, si è calcolato che mentre il medico di reparto visita un paziente, nelle ore di punta il medico del pronto soccorso ne ha già visitati sette. Il terzo problema è il boarding, cioè l’impossibilità a trasferire nei reparti i pazienti che hanno bisogno di ricovero. I pazienti del pronto soccorso hanno infatti malattie mutiorgano, sono più anziani e avranno tempi maggiori di persistenza in ospedale. Il Servizio Sanitario Nazionale paga l’azienda ospedaliera quando il paziente è dimesso, e quindi più dura il ricovero più l’ospedale va in perdita. E questo è il motivo economico per cui i pazienti del pronto soccorso non sono “facilitati”, anche se ovviamente il Policlinico Gemelli si è dato delle regole condivise tali per cui ciascun reparto ogni giorno deve destinare un certo numero di posti letto ai pazienti del pronto soccorso.

 

(Pietro Vernizzi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori