IL CASO/ La soluzione al “caso Lusi” è davvero la fine dei partiti?

- Francesco Morosini

Uno spettro si aggira per l’Italia, commenta FRANCESCO MOROSINI, quello dei partiti. Inutili, inservibili, passati. E comunque corrotti. Ma siamo sicuri che sia davvero così?

AlfanoBersaniCasiniR400
Foto Imagoeconomica

Uno spettro si aggira per l’Italia: è quello dei partiti. Inutili, inservibili, passati. E comunque corrotti, come le vicende del caso Lusi sembrano rimarcare in queste settimane.

Ma siamo sicuri che sia davvero così? Partiamo proprio dal caso dell’ex tesoriere della Margherita, indagato assieme ad alcuni familiari per appropriazione di somme ingenti nella disponibilità delle casse del partito. Case, viaggi, cene e pranzi di lusso, tutto veniva rimborsato con quei soldi, assieme a consulenze da centinaia di migliaia di euro e un paio di case. Lusi è reo confesso e la vicenda giudiziaria può dirsi quindi tutt’altro che misteriosa o oscura.

Rimane il dato politico però da affrontare. Ed è un dato che vede i partiti arroccati in un isolamento sempre meno splendido e un’opinione pubblica caricata a molla e sempre più propensa a soffiare, a dar forza ai venti dell’antipolitica.

Tutti uguali, quindi? Le respinsabilità della politica ci sono, ed è innegabile. Quando la Corte dei Conti lancia l’allarme corruzione nella pubblica amministrazione e ai livelli più pervasivi della gestione della cosa pubblica c’è poco da discutere. Questo non vuol dire che gli strumenti della democrazia debbano essere demoliti e mandati al macero. 

Andiamo con ordine. Tutti i partiti politici hanno ovviamente bisogno di soldi per operare; è così in tutti i paesi e i nostri padri costituenti ne avevano piena contezza, dopo l’assenza di democrazia coatta del ventennio fascista. Forse che negli altri paesi e nelle altre democrazie l’occasione non fa l’uomo ladro? Tutt’altro. Ma i partiti, macchine imperfette qui come altrove, hanno sviluppato nel tempo anticorpi necessari ad espellere chi, come nel caso più recente di Lusi, si appropria di denaro pubblico per arricchirsi, per comprare una casa o fare un viaggio. In questo sta il primo ritardo dei partiti italiani.

Il secondo punto è quello più tecnico e più legato al tema del finanziamento pubblico ai partiti. Tutti sanno del famoso referendum che lo abolì e di come il finanziamento sia rientrato dalla finestra sotto forma di rimborso. Si può discutere sull’opportunità che un partito che non esiste più continui a percepire questi rimborsi. Ma delle due l’una: o ammettiamo che quando un partito chiude i dipendenti e le strutture preparano gli scatoloni come alla Lehman Brothers e l’ultimo spegne la luce, oppure, se ci teniamo a salvaguardare alcune regole di mercato, dobbiamo ammettere un periodo di transizione. Forse quello attuale è troppo lungo, ma il principio resta. Su questo punto, la riflessione va fatti ad ogni livello e da parte di tutti. Perché sono molti i partiti esistenti e non che ancora percepiscono i rimborsi elettorali di un voto di molti anni fa.

Insomma, distinguere chi ruba da chi usa i soldi per svolgere attività politica è essenziale.

Poi c’è una considerazione di carattere generale da fare e riguarda il futuro della democrazia. I partiti servono, le istituzioni anche. Guai se ce ne privassimo o pensassimo che le democrazie possono vivere e prosperare anche senza. Facciamo attenzione ai profeti della fine dei corpi intermedi, vogliono solo occupare gli spazi che si troverebbero vuoti e incontrollati. Proviamo invece a chiedere ai leader politici, tutti, di immaginare meccanismi per i quali chi ruba, chi sottrae denaro, chi offende la sacralità del Parlamento non abbia alcuna possibilità di tornare a gestire la cosa pubblica.

E’ un vento pericoloso quello che soffia su Roma in questi mesi. Un vento che spetta ai partiti innanzitutto fermare. Magari approfittando della “tregua” – speriamo sia tale – istituzionale del governo Monti per preparare il terreno ai partiti di domani: aperti, puliti, innovativi, giovani. Utili.

Il secondo punto è quello più tecnico e più legato al tema del finanziamento pubblico ai partiti. Tutti sanno del famoso referendum che lo abolì e di come il finanziamento sia rientrato dalla finestra sotto forma di rimborso. Si può discutere sull’opportunità che un partito che non esiste più continui a percepire questi rimborsi. Ma delle due l’una: o ammettiamo che quando un partito chiude i dipendenti e le strutture preparano gli scatoloni come alla Lehman Brothers e l’ultimo spegne la luce, oppure, se ci teniamo a salvaguardare alcune regole di mercato, dobbiamo ammettere un periodo di transizione. Forse quello attuale è troppo lungo, ma il principio resta. Su questo punto, la riflessione va fatti ad ogni livello e da parte di tutti. Perché sono molti i partiti esistenti e non che ancora percepiscono i rimborsi elettorali di un voto di molti anni fa.

Insomma, distinguere chi ruba da chi usa i soldi per svolgere attività politica è essenziale.

Poi c’è una considerazione di carattere generale da fare e riguarda il futuro della democrazia. I partiti servono, le istituzioni anche. Guai se ce ne privassimo o pensassimo che le democrazie possono vivere e prosperare anche senza. Facciamo attenzione ai profeti della fine dei corpi intermedi, vogliono solo occupare gli spazi che si troverebbero vuoti e incontrollati. Proviamo invece a chiedere ai leader politici, tutti, di immaginare meccanismi per i quali chi ruba, chi sottrae denaro, chi offende la sacralità del Parlamento non abbia alcuna possibilità di tornare a gestire la cosa pubblica.

E’ un vento pericoloso quello che soffia su Roma in questi mesi. Un vento che spetta ai partiti innanzitutto fermare. Magari approfittando della “tregua” – speriamo sia tale – istituzionale del governo Monti per preparare il terreno ai partiti di domani: aperti, puliti, innovativi, giovani. Utili.

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