IL CASO/ Sorbi (sociologo): ecco perché i campi rom non sono la soluzione definitiva

- int. Paolo Sorbi

E’ di nuovo polemica tra il sindaco di Ciampino e quello di Roma per il campo rom della Barbuta. PAOLO SORBI spiega perché bisogna cambiare strategia nei confronti dei rom

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Foto Infophoto

Il nuovo mega campo rom di La Barbuta, a cavallo tra il X Municipio della Capitale e il territorio di Ciampino, infiamma di nuovo la polemica fra il sindaco della cittadina laziale, Simone Lupi, e il sindaco di Roma, Gianni Alemanno che ha ricevuto, proprio dal primo cittadino, una diffida per il raddoppio dell’estensione dell’area del campo. La querelle riaccende la questione dei cinque mega accampamenti, che in principio dovevano essere solo tre, che dovevano sorgere intorno alla capitale per evitare il sorgere di piccoli campi improvvisati abusivi. In forse, quindi, il raddoppio del campo La Barbuta. Paolo Sorbi, professore di Sociologia generale presso l’Università europea di Roma spiega a ilSussidiario.net“Il problema non può essere o bianco o nero ma il principio dell’inclusione e dell’accettazione degli extracomunitari nella misura in cui non abbiano compiuto atti illegali. La costruzione dei campi rom, in specifico, è una situazione transitoria. Il problema è quello di affrontare la sottocultura rom prima ancora di costruire i campi”.

 

Come affrontare, dunque, questo problema?

 

Secondo me, la cultura rom ha una straordinaria peculiarità, cioè il rifiuto della permanenza e del radicamento che è la legge generale dell’uomo in occidente. I Rom rifiutano di vivere permanentemente in uno stesso luogo. La questione è se accettare o meno questa loro caratteristica.

 

I campi nomadi, stanziali per definizione, vanno contro questo tipo di cultura?

 

Non esattamente perché non stiamo parlando di case popolari. Dobbiamo capire che i nomadi in un campo rom, fra tre mesi potrebbero decidere di lasciarlo. Il punto è l’accettazione di una popolazione che da oltre cinquecento anni non vuole vivere nella stabilità. Non vogliono essere integrati, ma accettati. L’accettazione di chi non vuol essere integrato: è questo il tema centrale della popolazione rom che, spesso, non viene compresa.

 

Che senso ha costruire mega campi con container, servizi eccetera?

 

Costruire, come fa Alemanno, campi rom è giusto, ma occorre ricordare che sono precari. Altrimenti, sarebbe come ridurre i rom a persone occidentali: cosa che non sono. Vivono nell’occidente come stranieri nell’occidente. Bisognerebbe accoglierli come stranieri in casa nostra perché loro sono i primi a non voler essere assimilati a noi. Ovviamente devono accettare le pratiche della cittadinanza democratica come, ad esempio, non rubare.

 

Quanto possono essere dignitosi dei container da 24 metri quadrati?

 

Il problema non è questo ma occorre pensare che tali operazioni sono strumentali, per una sottocultura autonoma che non vuole le case popolari.

 

Per accogliere queste persone, secondo lei, cosa dovremmo fare?

 

Il concetto di accoglienza vale per i congolesi, i peruviani, gli africani ma non vale per i rom. Dobbiamo accettarli così come sono, con loro “mobilità permanente”.

 

Lei è d’accordo sul fatto che i bambini vadano a scuola?

 

No, non sono d’accordo. Perché questo fa parte della cultura dell’Occidente? Non devono essere convertiti ma possono benissimo imparare a leggere e scrivere secondo le regole della propria famiglia.

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