SCONTRI A ROMA/ Antagonisti e No Tav, la solita “festa” (violenta) delle idee astratte

- Aldo Brandirali

Manifestazione a Roma, non senza incidenti. Ci sono tutti: No-Tav, No-Expo, Rifondazione comunista, centri sociali, No-Muos, Cobas, black bloc. Il commento di ALDO BRANDIRALI

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Hanno dormito in Piazza San Giovanni a Roma, preparandosi al sabato di lotta sfociato ieri notte nella notte bianca del dissenso in piazza Porta Pia. Il corteo è partito alle 17, circa 50mila. Una parte erano i manifestanti del giorno prima, quelli dei sindacati di base che lottano contro il lavoro precario. Poi la notte di venerdì sono arrivati i No-Tav anziani e giovani, a questi si sono mischiati immigrati e centri sociali. Al mattino sono arrivati gli anarchici e i Black Bloc, fra cui greci e francesi.

Impegnativa presenza di Rifondazione comunista e dei sindacalisti dei Cobas e delle Unità sindacali di base. A questi movimenti si sono aggiunti i No-Expo, i No-Muos (contro l’impianto satellitare della marina militare statunitense). Tutti i movimenti per l’occupazione delle abitazioni si fondono con quelli sopracitati.

Non sappiamo se c’erano anche quelli contrari alle navi di crociera nei canali di Venezia. Sicuramente c’erano gli studenti che lottano contro le scuole private. Siamo sicuri che i sostenitori dei matrimoni fra omosessuali non fossero presenti, perché non sono movimenti di popolo ma solo di ceti alti.  

La notte di sabato si occupa la piazza con lo slogan: “assedio al potere”. Lo striscione di apertura del corteo recita: “contro precarietà e austerità, organizziamo la nostra rabbia”. 

Sui siti dell’agenzia Ansa si potevano vedere i video delle riflessioni dei partecipanti. Interessanti i No-Tav, lottano da 20 anni contro un investimento che – dicono – non serve ed è dannoso al territorio locale. Si indignano perché la volontà dei residenti non viene considerata superiore alla volontà del governo nazionale. Sono arrabbiati perché le forze dell’ordine hanno militarizzato la Val di Susa.

Ma gli anziani comunisti di Rifondazione dicono loro che bisogna protestare per le morti dei migranti, per le guerre ingiuste, per il lavoro precario. 

Quelli del No-Expo sono meno capaci di comunicare, crediamo siano prodotti dei centri sociali milanesi, per i quali il programma di lotta è: “facciamo vivere una piazza attraverso pratiche sociali, con sviluppo di relazioni e condivisione, contro un sistema economico che devasta e saccheggia le nostre vite, contro una classe dirigente che si arricchisce alle nostre spalle”.

Intanto, gli strumenti di lotta: sampietrini, mazze, fionde, coltelli, catene, maschere con filtro, passamontagna. Sono materiali citati nei sequestri della polizia.

Poi gli obiettivi, un gruppo alla partenza del corteo si è fiondato verso la sede di Forza Nuova. Poi il progetto è fare “molto rumore sotto i ministeri che saranno toccati dal corteo, in particolare il ministero della Difesa”.

Ci sono anche le istruzioni nel caso di scontri, compreso il riferimento agli avvocati della “Rete Evasioni”.

Lottare per il lavoro e per la casa, lottare per l’accoglienza e il sostegno ai migranti, lottare per le comunità locali e i loro programmi di sviluppo, sono cose sacrosante. Ma la logica antagonista non è una lotta per qualcosa, è una lotta tesa a far saltare la pace sociale, il sistema nel suo complesso, e rendere tutto sconvolto dalla contestazione. Per questo il “no” è unificante in tutte le questioni poste. Al punto che si deve giustamente pensare che non sono movimenti diversi, non è una democrazia dei movimenti, ma è un solo progetto politico portato avanti dalle stesse persone in tutte le cose che riguardano lo sviluppo del Paese. Infatti perché una sola manifestazione nazionale con tutti i temi posti dai singoli movimenti? Perché si tratta dell’estremismo di sinistra, malattia infantile del comunismo. La cui tendenza irriducibile è la lotta contro il capitalismo, per l’eguaglianza e la collettivizzazione.

Idee astratte che si impongono come egemoniche. Alla faccia di tutti coloro che hanno una vera ragione nel sostenere i singoli movimenti. Questi alla fine si sentono soffocati, non riescono a far capire le loro ragioni, accusano la stampa di collegarli ai violenti, ma nei fatti sono incapaci di vivere autonomamente con la propria proposta. 

Ci sono spesso questi fenomeni di movimenti che vedono snaturate le loro lotte. È accaduto anche nella rivoluzione araba. Il terrorismo prende il sopravvento, anche se è portato da piccoli gruppi estremisti.

Allora quale lezione trarre? La serietà delle persone che lottano per un bisogno comprensibile deve evitare il salto nella logica antisistema, o antipotere. Una specifica ragione deve essere portata come diritto democratico posto nelle sedi istituzionali. La democrazia chiede che i movimenti siano ascoltati dalla classe dirigente, e la misura della lotta è proprio nella capacità di sollecitare il cambiamento nella classe dirigente.

Ricostruire la delega nella democrazia, questa è la questione. Ma allora chi fa politica deve generare la rappresentanza adeguata alle comunità e al territorio, alle categorie e ai movimenti. La manifestazione di Roma sia considerata un fallimento della politica, che non ha generato i luoghi dell’ascolto intelligente. 

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