OPERA/ Accademia di Santa Cecilia: reinterpretare la “Sesta” di Mahler

- Giuseppe Pennisi

La cosiddetta “sinfonia tragica”, la Sesta di Gustav Mahler, autentico presagio dell’imminente Prima guerra mondiale, è tornata sul palco dell’Accademia Santa Cecilia. di GIUSEPPE PENNISI

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Le prove della Sesta Sinfonia

Dopo quattro anni di assenza Vladimir Jurowski è tornato sul podio dell’orchestra sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia per dirigere  sabato 29 marzo lunedì, 31 marzo e martedì 1 aprile, un’impegnativa pagina del più grande sinfonismo, ovvero la Sesta Sinfonia di Gustav Mahler, chiamata, nell’uso corrente, la Sinfonia Tragica. La Sala Santa Cecilia (oltre 2800 posti) è stata affollatissima tutte le tre serate e il successo enorme con oltre dieci minuti di ovazioni ,  dopo circa un’ora e mezza di musica.

Composta a Maiernigg, in Austria, nella quiete delle estati del 1903 e 1904, la Sesta Sinfonia, fu definita “tragica” da Mahler in persona. L’interpretazione corrente, ripresa anche nel saggio di Paolo Gallarati nel programma di sala, sostiene  che Mahler vide, oltre alla spensieratezza e le gioie della vita familiare, i tristi presagi delle disgrazie che lo colpirono negli anni successivi: la scoperta della malattia cardiaca che avrebbe condizionato gli anni seguenti e la morte della figlia maggiore nel 1907. Senso tragico testimoniato anche dalla moglie Alma che nelle sue Memorie riporta: “Nessun’opera gli è sgorgata tanto direttamente dal cuore come questa. Piangevamo quella volta, tutti e due, tanto profondamente ci toccava questa musica e quel che annunciava con i suoi presentimenti. La Sesta è un’opera di carattere strettamente personale e per di più profetico. Tanto con i Kindertotenlieder che con la Sesta, Mahler ha messo in musica anticipando la propria vita. Anch’egli fu colpito tre volte dal destino e il terzo colpo lo abbatté. Ma quell’estate era allegro, cosciente della grandezza della sua opera e i suoi virgulti erano verdi e fiorenti”. 

A questa interpretazione corrente vorrei contrapporne una più ampia, che include il carattere personale della prima, ma lo situa in un contesto più vasto. Un po’ come fece Ken Russell nel film biografico sul compositore del 1974 – poco visto in Italia pure a ragione del pessimo titolo affibbiatogli dal distribuzione La Perdizione. Chi ha visto il film ricorda che è composto in gran misura da una serie di flash back durante un viaggio in treno quando il rapporto coniugale tra Gustav Mahler e sua moglie Alma è già estinto ma sono vivi i presentimenti di una morte prematura, proprio alla vigilia di quella Grande Guerra che sarebbe stata il suicidio dell’Europa. Una parte significativa parte del film riguarda l’anti-semitismo. Altre sezioni trattano esplicitamente dell’autoritarismo sia prussiano sia austro-ungarico da cui sarebbe, in parte, germinato il nazismo. Non credo che Mahler avrebbe chiamato tragica la sinfonia unicamente pensando alle proprie vicende personale. Nel compositore che, proprio mentre lavorava alla sinfonia (che non richiedeva l’apporto della voce umana ma comporta l’organico strumentale più vasto, e più complesso, da lui concepito), veniva cacciato da quella direzione del Teatro dell’Opera di Vienna (incarico che gli aveva imposto una tanto magniloquente quanto falsa conversione al cattolicesimo), erano chiari i presagi della ‘Finis Europae’. Anche se i colpi di pistola a Sarajevo, sarebbero avvenuti sei anni dopo la prima esecuzione della Sesta e tre dopo la morte del sua autore, i germi di una guerra lunga e sanguinosa erano nell’aria – e con essa della fine di un modo di vivere e di pensare. 

La direzione di Vladimir Jurowski sembra avere colto questo senso sin dall’’allegro energico ma non troppo – violento ma scandito’ che inizia con una violentissima pulsazione degli archi e contiene una marcia incandescente nel colore scuro di violoncelli e contrabbassi – una vera fosca atmosfera di guerra e di morte di milioni di individui non di uno solo, per quanto grandissimo artista. Nel secondo movimento, andante moderato, l’atmosfera idilliaca quasi campestre più che la quiete dopo la tempesta è il ricordo di una stagione che non ritorna più. Con il nerbo di Jurowski, il terzo movimento, scherzo pesante, ritrova la violenza del primo e la tinge di atmosfere macabre con momenti caratterizzati da un ritmo incalzante. Nel quarto ed ultimo movimento, Jurowski esalta gli assoli dei bassi e la fantasmagoria dei colori timbrici e la crescente agitazione angosciosa segnata da colpi di martello. Un vero presagio di Grande Guerra.

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