VERDI/ Santa Cecilia: un Requiem imperdibile

- Giuseppe Pennisi

Si può essere atei e comporre un’opera religiosa? E cosa succede se quell’opera la dirige un credente? GIUSEPPE PENNISI ci racconta l’imperdibile Requiem di Verdi di Roma

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Foto di Riccardo Musacchio

Nella mia vita di appassionato di Verdi, non so quanti Requiem ho ascoltato in vari Paesi del mondo, anche in numerose sale di concerto americane , nonché in Corea ed in Tanzania (nei diciotto anni in cui lavoravo in Banca Mondiale). Quindi dopo il ciclo beethoveniano di cinque concerti con cui l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ha aperto la stagione 2015-2016, avevo deciso di rinunciare all’esecuzione diretta da Manfred Honeck le sere dal 7, 9 e 10 novembre. Ma la mattina di domenica 8 novembre, mi è arrivato un mail del musicologo Luigi Bellingardi (classe 1929) che dopo una carriera accademica di rilievo ed una lunga serie di libri è oggi uno dei più autorevoli critici musicali de ‘Il Corriere della Sera’. Poche parole:’ non ti ho visto in sala, se non c’eri corri perché è imperdibile’. Grazie all’efficientissimo ufficio stampa dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la sera del 9 novembre ero, con mia moglie, in fila 9 di platea, posti 29 e 30.  

Secondo numerosi studiosi verdiani . in primo luogo Massimo Mila, il Requiem di Verdi si differenzia marcatamente da altre musiche per Messe in quanto è un grande melodramma laico ed eroico di riflessione sulla morte: il ventottesimo se lo si aggiunge ai 27 appositamente concepiti per la scena lirica oppure il ventiseiesimo se si li conta in ordine cronologico di composizione e rappresentazione. Come molte  figure del Risorgimento nazionale (Manzoni, Rosmini e pochi altri rappresentano eccezioni), Verdi era agnostico o quanto meno ‘dubbioso’ in materia religiosa. Lo era diventato dopo la morte della prima moglie e lo era rimasto per tutta la vita. Lo testimoniano non solo i suoi carteggi (disponibili anche in edizioni abbreviate) ma soprattutto le sue opere, specialmente quelle degli anni più prossimi al Requiem; in Don Carlos ed in Aida la Chiesa, sia cattolica sia egiziana, e le sue gerarchie sono rappresentate come opprimenti e spietate nei confronti di tutti (anche del potere politico); ne La forza del destino (che pur si svolge tra chiostri e conventi), la presenza di Dio è confinata nell’ultima scena dell’edizione approntata per l’Italia (ma non c’era nella versione originale per il debutto a San Pietroburgo); in Falstaff, l’addio alla vita è una fuga in cui si sogghigna che “tutto il mondo è una burla”. 

Affermare ed anzi ribadire la natura  laica di un Requiem, composto per un’occasione puntuale (il ricordo di Alessandro Manzoni), non vuole dire sminuirne il valore e il significato. E’ un grande capolavoro la cui parte centrale (quel Dies Irae articolato come un immesso atto d’opera) evoca la violenza e vastità del suono di una vita intensamente vissuta e la cui conclusione (la dolcissima Lacrimos”e la struggente Libera Me) è una meditazione sulla fragilità umana di fronte al cosmo. La grandezza, tanto più tragica quanto più immanente, del Requiem appare nelle sue dimensioni se lo si raffronta con i quattro pezzi sacri, tanto eleganti nei loro equilibri da parere quasi artificiali.

Il Requiem diretto da Manfred Honeck e con solisti di grande vaglio (Krassmira Stoyanova, Luciana d’Intino, Giorgio Berrugi, Liang Li) ed il coro guidato da Ciro Visco, si differenzia da quasi tutte le esecuzioni da me in precedenza ascoltate, anche di quelle nella Cattedrale di Parma o nella Basilica di Santa Maria in Trastevere ed altre Chiese doveva veniva eseguito durante la celebrazione ecclesiastica. Honeck, austriaco figlio di un postino che ha avuto nove figli e lui stesso padre di sei figli, è profondamente cattolico (come lo era Alessandro Manzoni alla cui memoria il lavoro è dedicato). Cosa vuol dire dare una lettura musicale cattolica ad una composizione da sempre considerata un grande melodramma laico, anche se scritto su un testo religioso in latino?

Lo si avverte, in primo luogo, dall’introduzione iniziale e dal finale. L’entrata del coro è in pianissimo, segno del raccoglimento essenziale per comprendere l’opera. Nel finale, dopo il Libera me Domine da morte aeternamKrassmira Stoyanova china il capo ma Honeck non abbassata subito la bacchetta. La tiene sospesa per circa un minuto e poi la discende molto lentamente per indurre ad una breve ma intesa fase di meditazione. Parte del pubblico romano dei concerti del lunedì sera (quello considerato più mondano dove molti vanno principalmente per farsi vedere) in un primo momento non aveva compreso che dopo un’intensissima ora e mezzo, il concerto era terminato. Hanno poi compreso e sono esplosi oltre dieci minuti di applausi ed ovazioni-

La direzione cattolica di Honeck  si avverte nelle sonorità violente , quasi terrificanti del Dies Irae (le cui proporzioni sono quasi quelle di un atto di una normale opera verdiana) e dolcissime invece nell’Agnus Dei(segno dell’eterno riposo).

Ciò non vuol dire che manchi l’approccio teatrale: Verdi compone principalmente per il teatro e nella mani di Honeck, il Requiem diventa un melodramma sacro. Il corso assume dimensioni di maggior rilievo che in Don Carlos ed Aida: diventa uno dei protagonisti . I quattro solisti, nelle arie, nei duetti, nel grande quartetto, non sono voci da concerto ma personaggi in carne ed ossa di fronte al mistero, ed al timore, della morte ed alla speranza della Resurrezione.

C’è da augurarsi che dalle tre serate esca un CD.    

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