Roman Polanski/ L’affaire Dreyfus vicino alla sua storia? “Idiozie!”

- Valentina Gambino

Ci sono voluti 7 anni per Roman Polanski per fare il suo nuovo film. Intervistato da Repubblica ha svelato il perché: ma l’affaire Dreyfus non c’entra niente con la sua storia.

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Roman Polanski
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Ci sono voluti sette anni per Roman Polanski per fare il suo nuovo film. Intervistato per “Il Venerdì di Repubblica” ha svelato il perché: “Ho capito vent’anni fa, girando Il Pianista che avere un progetto su un argomento importante mi procura maggiore soddisfazione. Ho girato tante commedie, e non le rinnego, anzi. Ma è diverso fare qualcosa che ha un significato profondo. Cambia anche per gli attori e la troupe, si crea uno slancio formidabile”. Per quale motivo si è interessato così tanto all’affaire Dreyfus? “Da giovane avevo visto un film americano dedicato a Emile Zola (lo scrittore francese pubblicò il celebre testo J’Accuse per difendere l’innocenza di Dreyfus, ndr). Ero già abbastanza grande da trovare il film mediocre, ma la scena della degradazione militare inflitta a Dreyfus mi sconvolse. Sapevo che un giorno avrei voluto girare qualcosa su quel momento storico. Sono stati scritti più di cinquecento libri sull’affaire ma al cinema non c’è quasi nulla”. Tutto ciò che il regista racconta, potrebbe accadere di nuovo, naturalmente in altre forme. “Con i mezzi elettronici di oggi non avrebbe senso falsificare una lettera manoscritta. L’ affaire Dreyfus è però ancora attuale”.

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Roman Polanski, l’affaire Dreyfus vicino alla sua storia? “Idiozie!”

Per Roman Polanski racconta poi di essere stato spinto anche da un altro aspetto: “Dreyfus non è caduto in una trappola. È stato vittima di un errore. Un errore che l’esercito non poteva ammettere. Ancora oggi le istituzioni, in particolare la stampa, fanno di tutto per non riconoscere di aver sbagliato. Quando un giornalista scrive qualche idiozia, la smentita è ignorata o pubblicata in forma sintetica. Si può finire con gli avvocati, con un processo. Sono cose che ho vissuto”. Vanity Fair l’aveva accusato di presunte avances a una donna subito prima del funerale di sua moglie Sharon Tate, uccisa nel 1969 dai seguaci di Manson: “Mi ci sono voluti due anni per vincere contro il settimanale americano. Tempo dopo sono andato a bere una cosa con uno dei dirigenti della redazione. Mi ha detto: avete avuto ottimi avvocati, i nostri non erano molto motivati. E io ho risposto: ma quello che avevate scritto non era vero! Il mio interesse per l’affaire Dreyfus nasce anche da vicende personali, come questa”. Proprio per questo motivo, qualcuno sostiene che lei voglia paragonarsi all’ufficiale francese ingiustamente perseguitato. “Chi lo dice è un idiota. Non mi paragono a Dreyfus, le nostre storie sono completamente diverse. Ancora una volta è la stampa che cerca di alimentare un dibattito sul nulla. No, grazie, su questo non comincio neppure a parlare”.

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