ROSSINI OPERA FESTIVAL 2019/ Il ritorno con poco senso di Demetrio e Polibio

- Giuseppe Pennisi

Al Rossini Opera Festival è tornata, dopo nove anni, Demetrio e Polibio, creata dal compositore quando aveva circa sedici anni

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Demetrio e Polibio torna al ROF

La seconda offerta della Rossini Opera Festival (ROF) 2019 è Demetrio e Polibio, una ripresa dell’allestimento del 2010. Rossini la compose all’età di circa sedici anni per la famiglia Mombelli, un gruppo di quattro cantanti che all’epoca viaggiavano, producendo opere, in Italia centrale. Nel 1812 è stata messa in scena nell’importante Teatro Valle di Roma. È stata eseguita spesso in tutta Italia fino al 1825, quando è sparita dai cartelloni. Una delle sue tante versioni è stata riproposta anni fa al Festival di Valle d’Itria a Martina Franca e, il 10 agosto 2010, la prima revisione sulle fonti originali è stata presentata al ROF. Anche ora, è difficile dire quale arie e duetti appartengono a Rossini o al resto della squadra Mombelli.

È il lavoro di uno studente al liceo musicale di Bologna, non ha il guizzo dell’adolescente Mozart che, a soli 14 anni, compose, per il Teatro Ducale di Milano, un capolavoro assoluto come Mitridate, Re del Ponto Ha, tuttavia, due importanti novità: il ruolo del giovane innamorato è scritto per un mezzosoprano, anziché per un castrato come era ancora la prassi e quello del padre per un baritenore (un tenore che utilizza il registro centrale e raggiunge anche quello grave). Il libretto di Vincenzina Viganò Mombelli non è né migliore, né peggiore di quelli di altri vecchi che trattano di troni, deposizioni e riconoscimenti. Loro ispirazione principale fu il genere di opera seria di stampo metastasiano dove l’azione non avveniva sul palcoscenico, ma principalmente raccontata dai cantanti in lunghe arie e pochi duetti e quartetti. Proprio il tipo di opera seria che Rossini stesso ha demolito quando era un giovane adulto. Già nel Tancredi, Rossini ha sviluppato un genere completamente diverso di opera seria sia nella sostanza che nella forma nonché nella struttura e nel contenuto.

Tuttavia, Demetrio e Polibio non è solo una curiosità per musicologi o il feticcio della “opera prima” di un compositore ancora verde e adolescente che poi divenne un grande musicista. C’è un insolito gioco di amore paterno e filiale, insieme con il consueto affare sentimentale tra due giovani. Ci sono alcuni affascinanti pagine. L’attento ascoltatore può percepire i semi delle opere successive e più mature.

La produzione è semplice e a bassi costi. Nel 2010 è stata concepita sperando che girasse per altri teatri; non è avvenuto probabilmente per la debolezza intrinseca del lavoro. Ho visto e ascoltato la ripresa al Teatro Rossini il 12 agosto. A causa della mancanza di azione, il regista Davide Livermore presenta il dramma serio per musica in due atti come “Teatro nel Teatro”. Su un palcoscenico moderno semi-vuoto, la famiglia Mombelli (o loro fantasmi) eseguono l’opera; il pubblico la vede da dietro le quinte. I quattro personaggi (e cantanti) emergono in abbigliamenti di primo Ottocento, ma fingendo di essere nell’antichità. La scenografia e costumi sono opera dell’Accademia delle Belle Arti di Urbino.

Rispetto l’edizione 2010, l’approccio di “Teatro nel Teatro” è più fluido, anche perché i cantanti/attori sono molto esperti e internazionalmente ben noti, mentre nove anni fa erano solo freschi laureati dell’Accademia Rossini. Jessica Pratt è una Lisinga forte e volitiva; sembrava un personaggio sia ispirato da alcuni ruoli di Mozart (come Konstanze della Die Entführung aus dem Serail), sia che anticipa alcuni protagonisti importanti dei futuri lavori di Rossini (come Isabella da l’italiana in Algeri). Juan Francisco Gatell ha fatto un lavoro eccellente come un baritenore (quasi una nuova linea vocale per lui). Cecilia Molinari è molto efficace in un ruolo di giovane amoroso e Riccardo Fassi è bravo in recitazione e canto.

Paolo Arrivabeni dirige la Filarmonica Gioacchino Rossini. Mirca Rosciani conduce il coro del Teatro della Fortuna di Fano. Molti applausi ai cantanti dopo i principali numeri e a tutta la compagnia alla fine dello spettacolo. Mi chiedo, però, quanto valga la pena riproporre questo lavoro acerbo (e un po’ noioso) mentre a Pesaro non si sono visti alcuni interessanti centoni rossiniani come, ad esempio, Ivanhoe.

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