Rugby, rischio malattie neurodegenerative/ Lo Cicero: “Allarme sbagliato” (esclusiva)

- int. Andrea Lo Cicero

Rugby, rischio malattie neurodegenerative. Andrea Lo Cicero non condivide la causa intentata da Thompson alla Federazione: “Allarme sbagliato” (esclusiva)

rugby Irlanda
LaPresse, repertorio

La notizia è di quelle che fanno discutere: si stanno moltiplicando casi di ex giocatori di rugby colpiti da malattie neurodegenerative. Come Steve Thompson, campione del mondo con l’Inghilterra nel 2003: non ricorda più nulla di quei Mondiali, la finale con l’Australia, un Mondiale passato alla storia per l’Inghilterra. E così Steve Thomposon insieme ad altri settanta giocatori vuole intentare causa contro la World Rugby, la Federazione Mondiale, colpevole di non aver saputo affrontare al meglio le commozioni cerebrali nel rugby. Una situazione che rischia di mettere sotto accusa proprio l’essenza dello sport della palla ovale. Rugby che dovrà forse rivedere le sue regole, per parlare di tutto questo abbiamo sentito Andrea Lo Cicero in questa intervista esclusiva per IlSussidiario.net.

Steve Thompson, campione del mondo con l’Inghilterra nel 2003, non ricorda più niente di quel torneo. Cosa pensa della sua decisione di voler portare in tribunale la Federazione Internazionale di rugby? Non mi sembra giusto, lui aveva scelto di giocare a rugby. Se pensa che questo sport gli abbia provocato delle conseguenze fisiche perchè aveva deciso di farlo…

Sbagliata la sua decisione? Ora si parla dei problemi neurodegenerativi che il rugby potrebbe provocare. Ma un atleta sa a cosa va incontro quando inizia una disciplina come anche pugilato, judo, karate, arti marziali. In qualsiasi sport, un pilota ad esempio sa a cosa va incontro.

Cosa doveva fare Thompson? Bisogna pensarci prima, è una scelta quella di intraprendere un’attività sportiva, nessuno ti costringe. Perchè prendersela con la Federazione dopo che hai avuto notorietà, successo, soldi e questo sport, il rugby, ti ha dato tanto.

Però queste malattie neurodegenerative ci sono, come i casi di demenza senile, le commozioni cerebrali nel rugby spesso hanno effetti molto negativi… Non sono un medico e non posso dare un giudizio scientifico. Posso solo dire che magari si potrebbe vedere se nelle famiglie dei giocatori che hanno subito questi problemi ci sono stati altri casi. Un modo per approfondire meglio questa cosa!

Il problema però esiste: pensa che si faccia abbastanza? Il casco nel rugby potrebbe aiutare a diminuirlo? Il casco non è obbligatorio e poi certe volte quando si mette il casco si è portati a rischiare di più la propria incolumità fisica. Certe volte il casco è anche controproducente.

Intanto però lo stesso Thompson con altri 70 colleghi intende portare la Federazione in tribunale… Vorrei comprendere meglio questa cosa. E se poi fosse solo una questione economica di un pool di avvocati per prendere un po’ di soldi dalla Federazione? Non lo so, non conosco bene questa situazione ma vorrei capirci di più. Ripeto, se uno sceglie di fare uno sport poi non può lamentarsi delle conseguenze che subisce.

Pensa però che la Federazione faccia abbastanza per evitare queste malattie? La Federazione sta lavorando in questo senso e cerca di monitorare sempre più i giocatori. Poi però non può verificare sempre quello che fanno i club. Sempre considerando che in uno sport di contatto certi incidenti possono essere normali per un atleta.

Qual è quindi la sua considerazione finale? Penso, come dicevo prima, che uno sceglie sempre cosa fare, se fare rugby o fare un altro sport. Bisognerebbe pensarci prima: uno inizia una carriera, la prosegue, sa com’è fatta. Il rugby è uno sport con certe caratteristiche, molto fisico, molto di contatto. Non screditiamo il rugby, questo sport che in Italia ultimamente sta facendo molta fatica, non sta attraversando un grande periodo. (Franco Vittadini)







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