RUSSIA IN MALI/ “Putin ha atteso il ritiro della Francia e ora punta al Sahel”

- int. Marco Di Liddo

Primo scontro armato in Mali con i miliziani del Gruppo Wagner russo assoldato dal governo. Mosca occupa lo spazio lasciato vuoto da Parigi

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Soldati russi in attesa di imbarcarsi (LaPresse)

Chi ancora aspettava una prova della presenza russa in Mali dopo settimane in cui se ne parlava, l’ha avuta lo scorso 3 gennaio quando soldati dell’esercito del Mali si sono scontrati con un gruppo jihadista supportati da elementi della Compagnia Wagner russa. Uno di questi è anche rimasto ferito. Dopo il Centrafrica, quindi, Mosca è arrivata anche in Mali, assumendo un ruolo sempre più rilevante dopo il parziale ritiro dell’esercito francese. Si apre dunque un nuovo scenario, come ci ha spiegato Marco Di Liddoresponsabile dell’Area Geopolitica e analista responsabile del Desk Africa e del Desk Russia e Balcani del Cesi (Centro Studi Internazionali): “Putin da abile contropiedista geopolitico quale è ha aspettato che in Mali si aprisse un buco politico e militare e ha agito in contropiede mandando quelle milizie, che se è vero che appartengono a una compagnia privata, di fatto sono il braccio di Mosca all’estero”. Il Gruppo Wagner, come già successo in Siria e parzialmente in Libia, si conferma la leva competitiva per l’estensione dell’influenza russa in Africa occidentale, stravolgendo così storiche dinamiche di potere nella regione.

Questo scontro armato ci conferma la presenza russa anche nel Mali. Che scenario si prospetta in questa zona del continente?

Lo scenario è quello che già stiamo vedendo da diversi anni in diverse zone dell’Africa. Bisogna però partire da un presupposto che è quello del grande costo economico delle missioni militari all’estero.

Ci spieghi.

In termini di uomini, di logistica e impegno economico la sostenibilità di queste missioni nel lungo periodo è sempre un punto interrogativo soprattutto in un momento storico come questo in cui le economie dei paesi occidentali soffrono a causa della pandemia. C’è un altro aspetto. Queste missioni spesso sono causa non dico di imbarazzo ma di problemi in patria.

Cioè?

L’elettorato difficilmente riesce a capire la complessità di una situazione e le ragioni geopolitiche che sono dietro l’invio di missioni militari all’estero. Con queste premesse queste missioni nel lungo tempo diventano insostenibili, fino al momento in cui bisogna ritirarsi. Ai francesi è successo questo, la Barkhane era un missione costosa e soprattutto dopo quasi dieci anni non aveva prodotto nessun significativo risultato ma esclusivamente effetti boomerang.

In che senso effetto boomerang?

Il sentimento antifrancese nel Mali e in tutto il Sahel è andato crescendo sempre di più invece che diminuire, e le bande di jihadisti sono rimaste, anzi la loro attività è cresciuta. Si è creato un vuoto militare e un vuoto politico in cui la Francia è diventata sempre più antipatica nelle sue ex colonie.

Cosa è successo a questo punto?

È successo che a questo punto Putin ha fatto quello che gli riesce meglio. Da contropiedista della geopolitica quale è ha aspettato che l’avversario si scoprisse e lo ha infilato in contropiede. Il contropiede è stato inviare i soldati della Wagner, che è vero che è una compagnia privata ma di fatto è un ramo del Cremlino, proponendo il suo modello di partnership.

Che sarebbe?

È un modello che si basa su consiglieri militari che fanno addestramento, in questo modo si rafforzano le vendite di armi e soprattutto la Russia non impone ai governi locali alcuna soluzione, come invece proviamo a far noi occidentali che chiediamo sempre vengano rispettati i diritti umani, o che ci sia un dialogo con le fazioni ribelli. Tutto questo a Mosca non interessa, i russi una soluzione politica non la cercano, il loro modello è puramente pragmatico: sostegno totale al governo in carica qualunque esso sia e nessuna ingerenza e offerta di servizi a seconda delle necessità.

È evidente che Mosca ottiene qualcosa in cambio di tutto questo.

In primo luogo rafforzano la loro immagine in Africa creando un supporto che può essere speso internazionalmente. Ricordiamo che all’assemblea delle Nazioni Unite ogni paese ha un voto: i paesi africani sono 54 e non 43 come l’Europa. In secondo luogo non chiedendo nulla al governo in carica è più facile fare affari, ad esempio dare a compagnie russe i diritti sull’esplorazione mineraria ed energetica.

Infatti, risulta che sia in Mali che in Centrafrica diverse miniere siano già in mano russa.

Certo, ma anche nel Darfur, in Mozambico e nel Sahel. L’Africa per quanto grande non è infinita, il principale bacino minerario del continente è in Congo ed è già ampiamente in mano ai cinesi. Bisogna cercare quei posti dove la presenza di competitor non è ancora così forte, ad esempio il Sahel, dove c’è uno dei principali filoni auriferi dell’Africa, giacimenti di uranio e soprattutto di terre rare che sono ormai il nuovo petrolio.

Con questa espansione nel Sahel la Russia potrà controllare anche i flussi migratori? Pensiamo a quello che è successo con i migranti in Russia mandati in Bielorussia.

Si tratta di una situazione diversa. Per quanto Mosca sia stata sempre dietro le quinte, i migranti siriani sono stati fatti andare in Bielorussia dal presidente Lukashenko in funzione antipolacca e anti-Unione Europea.

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