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Home » Lavoro » SALARI IN ITALIA TROPPO BASSI?/ La “colpe” dei sindacati dietro la mancata crescita

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SALARI IN ITALIA TROPPO BASSI?/ La “colpe” dei sindacati dietro la mancata crescita

Massimo Ferlini
Pubblicato 17 Novembre 2025 - Aggiornato alle ore 16:34
Ansa

Ansa

I salari reali in Italia non riescono a recuperare terreno. Ci sono anche delle colpe da parte delle organizzazioni sindacali

Intorno ai temi del lavoro e dei salari si stanno affastellando molte proposte. Vi è indubbiamente un malessere crescente che è dato da cambiamenti nell’organizzazione del lavoro che risultano penalizzanti in molte professioni, sia di bassa che di alta e media qualifica. Obbligano a cambiamenti sia di inquadramento e sempre più sono passaggi ad altra professione con necessità di ulteriore formazione.


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Alla base del malessere generalizzato vi è però un dato incontrovertibile ed è quell’8% di valore reale che hanno perso i salari negli ultimi 5 anni causa mancati recuperi contrattuali a fronte di un tasso di inflazione che ha spinto verso l’alto tutti i prezzi, soprattutto quelli dei generi di prima necessità.


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La Direttiva europea sul salario minimo è stata perciò vista come come una possibile via maestra per avviare una politica di recupero del valore reale dei salari. Da subito un’attenta lettura portava a dire che per l’Italia il tema posto dalla direttiva era diverso. Essendo noi un Paese dove oltre l’80% degli stipendi è protetto da contrattazione sindacale si dovrebbe fare riferimento ai minimi contrattuali e non occorrerebbe un intervento per via legislativa.

A richiamare una lettura corretta della Direttiva è arrivata nei giorni scorsi la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea, dovuta a un ricorso della Danimarca, cui si è associata la Svezia, che chiedeva l’annullamento integrale della Direttiva in quanto la riteneva un’indebita ingerenza sui poteri dei singoli Stati sia per la determinazione delle politiche salariali, sia con riferimento al diritto sindacale.


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Corte di Giustizia UE
Corte di Giustizia dell’Unione Europea (ANSA 2025)

La Corte europea ha rigettato il ricorso e ha così ribadito la lettura corretta di quanto inserito nella Direttiva. Ha accolto infatti i richiami danesi per quanto attiene alcuni commi, che sono stati abrogati, dove si indicava una metodologia di riferimento per calcolare i salari minimi e dove si vietava la riduzione dei salari in presenza di meccanismi automatici di adeguamento rispetto all’andamento di indicatori dei prezzi.

Fatte salve queste due cancellazioni si è ribadito il diritto europeo a intervenire sulle condizioni di lavoro e quindi, date le strette connessioni con tale tema, sullo stato dei salari e sulla libertà di associazione sindacale.


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La Direttiva ha come obiettivo quello di migliorare le condizioni di vita e di lavoro in tutta l’Unione attraverso la garanzia di salari minimi adeguati che garantiscano condizioni di vita e di lavoro dignitose. Per il raggiungimento di questi obiettivi invita gli Stati membri a scegliere fra la fissazione per legge di un minimo salariale o attraverso la contrattazione collettiva.

Nel primo caso invita a far sì che la determinazione e gli adeguamenti del salario minimo fissato siano definiti in modo chiaro e adeguato. Obiettivo è consentire un tenore di vita dignitoso tenendo conto delle condizioni economiche e di vita di ogni singolo Paese.


SALARI IN ITALIA TROPPO BASSI?/ La “colpe" dei sindacati dietro la mancata crescita


Se la scelta ricade sulla contrattazione collettiva si invita a definire una legislazione di sostegno per la contrattazione affinché arrivi a una copertura di almeno l’80% della contrattazione collettiva. La sentenza indica chiaramente che la Direttiva contiene disposizioni “promozionali” a favore della contrattazione collettiva e che non si possono ritenere lesive delle prerogative nazionali in materia di diritto di associazione.

Tornando alle vicende nazionali una lettura corretta del testo e dello spirito della Direttiva avrebbe dovuto portarci a un dibattito, non facile e sicuramente con molte sfaccettature ideali, teso a rafforzare il nostro sistema di contrattazione.


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Siamo fra i Paesi europei quello con una forte presenza sindacale. I principali sindacati firmano contratti collettivi che coprono ampiamente più dell’80% dei rappresentati. È a partire da questa base che ci si sarebbe aspettati l’avvio di un confronto con una proposta unitaria delle organizzazioni sindacali più rappresentative.

Non è stagione per idee unitarie fra le confederazioni. Così abbiamo un sindacato che, contro se stesso e la sua storia, chiede il salario minimo per legge. Non si capisce se c’è più invasione di campo da parte della Cgil o se è tornata di moda la cinghia di trasmissione ed è il sindacato a tornare sotto la direzione del partito prendendo ordini direttamente dalla segreteria Pd.

Oltre al salario minimo la Cgil ha deciso in solitudine di indire lo sciopero generale contro la manovra di bilancio. Anche in questo caso con calcoli sulla manovra fiscale basati su una matematica creativa per cui si chiede progressività fiscale, ma quando poi vi sono tagli alle aliquote si pretendono risultati regressivi invece che progressivi.

In questa assenza di iniziativa unitaria la manovra di bilancio non riesce a essere efficace nel proporre il sostegno necessario alla contrattazione collettiva per difendere le categorie che pagano maggiormente a causa del sommarsi di inflazione col ritardo nei rinnovi contrattuali. A ciò si aggiungono i tentativi di parte delle forze di maggioranza di sostituire i sindacati più rappresentativi con il riconoscimento di qualsiasi sindacato se il contratto è stato approvato localmente dalle maestranze.

La mancata capacità di avere a breve una proposta unitaria sulla difesa della contrattazione collettiva e per favorire la contrattazione di secondo livello rischia di far arretrare la capacità di rappresentanza collettiva che è stata fino a oggi la tutela della dignità del lavoro. Serve un patto generale per dare alla rappresentanza sindacale il proprio ruolo, dare sostegno all contrattazione collettiva, riconoscere la responsabilità di tutti gli attori in campo dell’impegno per una crescita della produttività del sistema Paese.

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  • Tags: InflazioneCgilPd

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