SALARIO MINIMO/ L’idea di una legge buona solo sulla carta

- Massimo Ferlini

Con la proposta di una direttiva europea sul salario minimo, in Italia si torna a ipotizzare un intervento legislativo in materia

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Foto di Pashminu Mansukhani da Pixabay

Con una proposta del Parlamento e del Consiglio europeo per una direttiva “per un adeguato salario minimo nell’Unione europea”, una discussione che sembrava essersi spenta ha ritrovato nuova linfa anche nel nostro Paese. L’iniziativa europea arriva accompagnata da una lunga analisi sulla situazione attuale nei diversi Paesi e avanza una proposta moderata sia sui livelli economici cui fare riferimento, sia sulle modalità con cui introdurre una legislazione che fissi il salario minimo.

In Italia la proposta di fissare per legge i minimi salariali è stata avanzata da più parti negli ultimi anni. Per l’attuale maggioranza politica ci sono già due proposte di legge di marca 5 Stelle e Pd che aspettano la discussione parlamentare. La ripresa della tematica a livello europeo ha riacceso la discussione anche nel nostro Paese visto che la ministra del Lavoro non perde occasione per indicare la legge sul salario minimo come una delle misure ritenute fondamentali nel pacchetto di riforme per la fase post-pandemia.

Il tema è fortemente evocativo. Dire che si fissa un salario minimo per legge evoca un intervento di giustizia ed eguaglianza che porta tutti, come prima reazione, a condividere i fini per cui si vuole intervenire. Abbiamo tutti in mente che così si mette fine alle paghe da fame con cui vengono trattati gli immigrati impiegati nella raccolta di prodotti agricoli. Ma quello sfruttamento a livello di schiavitù è dovuto al caporalato ed è già vietato da molte leggi, con risvolti penali perché è in genere abbinato ad altri reati associativi di stampo mafioso.

Anche i sottosalari applicati da finte cooperative nella logistica e in altri settori ad alto impiego di manodopera sono già puniti da legislazioni dedicate che colpiscono le truffe salariali perpetuate attraverso il finto “socio-lavoratore”.

La Pubblica amministrazione dovrebbe poi interrogarsi quando pubblica gare per fornitura di personale in somministrazione e mette il prezzo al ribasso senza capire che così porta a salari sotto il livello contrattuale. Nello stesso modo è dal pubblico che vengono molti esempi di precariato e l’abuso di contratti a tempo determinato (anche per figure professionali oggi importantissime come medici e infermieri) sottopagati rispetto al salario riconosciuto a chi è assunto a tempo indeterminato.

Quando viene evocata la legge sul salario minimo molti pensano che serva per mettere fine agli abusi che ho ricordato e ai molti altri che la realtà del lavoro nel nostro Paese presenta ancora. Ma, come detto, questi abusi e comportamenti scorretti hanno già una legislazione specifica che li vieta e che richiede migliori sistemi di vigilanza e controllo per estirparli. Vi sono però settori economici e rapporti lavorativi che, perché nuovi o che non trovano riferimento in contratti esistenti, non hanno un riferimento economico e possono perciò non avere tutele per i lavoratori. Il caso dei lavori da gig economy sono solo l’ultimo in ordine di tempo, prima abbiamo avuto una situazione simile con le badanti o altre professioni nuove.

Ciò che però emerge dal lungo elenco di ingiustizie che ognuno di noi immagina di colpire con la legge sul minimo salariale è che la sola norma non basta. I tanti esempi fatti ci dicono che se lasciata sola, la legge viene aggirata in tanti modi. Ciò che rende forte l’indicazione legislativa è se questa non viene solo calata dall’alto, ma vive nei rapporti sociali, cioè se è interprete di qualcosa che già nella società vive e ha portato a maturazione di proposta condivisa il rispettare dei limiti.

In una società povera di corpi intermedi, povera di rappresentanza degli interessi, povera di rappresentanza sindacale, la sola legislazione sul salario minimo avrebbe come tutela solo le aule dei tribunali e il controllo di qualche ente preposto alla vigilanza. Come si vede dai mille esempi della nostra realtà sarebbe ben poco tutelata.

Chi in questi anni ha perseguito la strada della disintermediazione sociale, chi ha pensato che basti dirigere lo Stato e legiferare per cambiare la società, oggi crede che basti fissare per legge una cifra, magari demagogicamente alta, e così sistemare tutto. La realtà richiede invece un’attenzione maggiore alla società e al rafforzamento di ciò che è già presente e organizzato. È per questa ragione che la legislazione sul minimo salariale dovrà avere al centro più del numero di euro/ora che fisserà il minimo, la cura e il rafforzamento di chi può fissare per contratto i livelli salariali per i diversi settori economici e stabilire anche le tutele che diano piena dignità, non solo economica, al lavoro.

Bisogna partire da questo riconoscimento del ruolo sindacale, chiedere ai sindacati un salto di qualità nell’impegno della rappresentanza e perseguire così il risultato di fissare il minimo salariale per chi non ha tutela, ma indicare assieme anche la strada per estendere le rappresentanze e le tutele per un lavoro dignitoso per tutti.

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