SALVINI A PROCESSO/ Un voto che non risolve il dramma di una politica estera miope

- int. Paolo Quercia

Il Senato ha autorizzato il processo a Salvini per il Caso Open Arms. Una decisione che indebolisce ulteriormente l’Italia in politica estera

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Matteo Salvini (LaPresse)

Salvini andrà a processo per il caso Open Arms, la nave Ong con 150 immigrati a bordo alla quale nell’agosto scorso l’allora ministro dell’Interno negò lo sbarco. Il Senato ha detto sì all’autorizzazione a procedere con 149 voti a favore e 141 contrari. “Non ritengo che ci sia stato alcun errore” aveva detto Salvini alla vigilia del voto “men che meno nessun reato. Se qualcuno domani in Aula riterrà che sia stato commesso un reato, ne risponderanno in tanti, visto che sono scelte prese collegialmente con alcuni interventi presi per iscritto”. Hanno detto sì al processo 91 dei 92 senatori M5s presenti al voto, i 35 senatori Pd e 11 senatori di Iv (7 erano assenti dall’Aula). Adesso il fascicolo Open Arms torna in Procura a Palermo, dove il procuratore Francesco Lo Voi chiederà il rinvio a giudizio di Salvini.

Per Paolo Quercia, docente di studi strategici nell’Università di Perugia e direttore del Cenass, il voto esprime “uno scontro di pura politica interna” a danno della nostra politica estera, tuttora assente, “ponendola sotto ricatto ormai non più potenziale di Stati ostili e di organizzazioni criminali estere”. Sarà tutta l’Italia, e non solo una parte, a pagarne il prezzo.

Salvini andrà a processo. Quali sono le motivazioni che hanno ispirato questo voto?

Sono motivazioni di scontro politico, di giuridico c’è ben poco. Ma sopratutto è uno scontro di pura politica interna, che non tiene in nessun conto gli interessi internazionali dell’Italia ed i gravi problemi che premono sull’Italia da più parti del Mediterraneo.

Si ripropone il nodo politica-magistratura. Tocca ai tribunali processare i politici?

È un conflitto politico-istituzionale che probabilmente lo stesso Salvini ha cercato ma in cui la magistratura non dovrebbe intervenire su basi così labili. Come ha detto Ginevra Cerrina Feroni, si tratta di uno scontro tra poteri molto pericoloso per l’autonomia della politica dalla magistratura.

E di riflesso anche della politica estera.

Indebolisce enormemente la politica estera italiana, ponendola sotto ricatto ormai non più potenziale di Stati ostili e di organizzazioni criminali estere.

Secondo lei Salvini avrebbe cercato lo scontro senza valutarne le conseguenze?

A mio modo di vedere Salvini quando ha fermato Open Arms non si aspettava ancora la caduta del governo giallo-verde. Contava che non sarebbe stato processato e per questo ha forzato la mano cercando lo scontro con alcuni pm. Quanto sta avvenendo oggi è la conseguenza del cambio di governo.

Due gli argomenti dell’ex ministro dell’Interno. Il primo è aver agito nel perseguimento dell’interesse pubblico. Lei cosa dice?

Che dipende da chi c’è su quel barcone. Solo conoscendo le identità delle persone, le loro storie individuali, i loro percorsi migratori, le loro intenzioni possiamo vedere dove sta l’interesse pubblico.

Le Ong trasbordavano migliaia di persone.

Con quel sistema di prevaricazione non è possibile fare alcuna valutazione. Si sta affermando il diritto di tutti di sbarcare senza documenti, indipendentemente dall’esistenza di reali ed eccezionali esigenze umanitarie e senza alcun controllo sulle intenzioni e aspettative. In questo modo la tutela dell’interesse pubblico è diventata una lotteria, che può andare bene o andare male.

“Per me l’interesse pubblico non c’è nel tenere un barcone lontano dalle coste” ha detto Renzi annunciando il voto di Italia viva.

Devo dire che trovo in qualche modo strano un ragionamento che fa coincidere l’interesse pubblico italiano con il far sbarcare automaticamente qualunque straniero sconosciuto si presenti nelle nostre acque territoriali in violazione delle norme migratorie. In nessun Paese del mondo l’interesse pubblico è inteso come il mancato controllo delle frontiere dovuto ad un ricatto migratorio costante.

Dove starebbe allora l’interese pubblico?

Nella capacità di discriminare chi può entrare e chi no e nel bilanciare il principio umanitario e dell’accoglienza con quello del diritto e della sicurezza.

Perché sulla questione migratoria si scontrano tuttora interessi politici diametralmente opposti?

Perché l’Italia non ha più una politica estera e di sicurezza all’altezza delle sfide e delle minacce. Siamo diventati vulnerabili proprio in quelle politiche esterne necessarie per proteggere i nostri affari interni dagli sconvolgimenti che stanno avvenendo in giro per il mondo e sopratutto nel Mediterraneo. Continuiamo a voler fare politica estera con i ministri degli Interni, oppure aprendo o chiudendo i porti in maniera ideologica, pensando solo alla convenienza politica del momento, agli effetti sui sondaggi o tutt’al più a quello che pensa l’Europa.

E perché è soprattutto la questione migratoria ad essere terreno d’elezione di questo scontro?

Perché in Italia manca un visione dell’interesse nazionale, sostituita da interessi politici particolaristici e di breve termine. In Germania partiti di visioni radicalmente opposte sulle questioni migratorie sono stati capaci di mettersi d’accordo e stabilire un tetto massimo al numero di rifugiati che possono essere accolti nel Paese ogni anno, indipendentemente da quanti premono alle frontiere.

Il secondo argomento di Salvini è che la scelta di non far sbarcare Open Arms era espressione di tutto il governo. Ieri i 5 Stelle hanno votato per processare l’ex alleato. Vuol dire che non si riconoscono più in quella politica. Oggi M5s esprime il ministro degli Esteri. Come giudica questa parabola politica?

Io credo che i 5 Stelle non abbiano mai condiviso le politiche migratorie di Salvini, ma che le abbiano cavalcate per opportunismo politico, altrimenti non avrebbero i parlamentari che hanno oggi. Così come credo che oggi non condividano molte delle politiche del Pd su questi temi, ma le assecondino sempre per opportunismo politico, altrimenti verrebbe meno il governo e quei parlamentari andrebbero a casa. Non so se siamo di fronte a realismo, cinismo, trasformismo o altro.

Lei scrisse una lettera a Di Maio all’inizio del suo mandato alla Farnesina.

Sul piano strettamente politico non ho mai ben capito quale sia la loro visione di politica estera o di sicurezza per l’Italia. Mi pare però che nella visione postmoderna della politica dei 5 Stelle, esteri e difesa siano dimensioni sostanzialmente superate, che possono essere sacrificate o al tornaconto politico o ad altri temi interni.

Cosa significa per l’Italia non avere una politica estera con la situazione attuale in Libia e Tunisia?

Significa perdere ogni possibilità di contare in Europa e al tempo stesso di ridurre in maniera importante il nostro peso nei confronti di Usa, Russia e Turchia. Il rattrappimento della politica estera italiana nel Mediterraneo a cui stiamo assistendo in questi ultimi anni è un qualcosa di portata storica. Soprattutto alla luce dell’assertività di Mosca e Ankara e al ripiego geopolitico di Washington e Bruxelles. Stiamo diventando il centro di un pericoloso vuoto geopolitico.

Un domani sarebbe riproponibile uno stop agli sbarchi come quello attuato durante il governo giallo-verde?

A mio avviso gli stop agli sbarchi sono una extrema ratio, un’ultimissima carta che il governo, ogni governo – di destra o di sinistra – dovrebbe tenere disponibile per utilizzarla nei casi in cui la pressione migratoria superasse certi limiti.

Quali limiti e con quali scopi?

Far fronte all’uso ostile dei flussi migratori e rompere il business model delle organizzazioni criminali. Ma il blocco degli sbarchi non può essere utilizzato come una politica migratoria o di controllo dei flussi, né come una politica estera.

Perché?

Perché è una scelta inefficace e destinata al fallimento. Tutti i fenomeni criminali in mare possono essere gestiti solo a terra. Cioè in paesi terzi, facendo una politica estera che includa la questione migratoria. Questa politica manca al governo giallo-rosso come mancava al governo giallo-verde. Così, nel lungo periodo perderemo comunque. La chiave del controllo della questione migratoria, almeno nel breve periodo, sta nel Sahel.

Che cosa bisogna fare?

È nel Shael che vanno fatti gli accordi con i Paesi a Sud della Libia, vanno sviluppati i programmi di cooperazione per la gestione integrata delle frontiere, vanno impostate le attività di search and rescue nel deserto e la gestione internazionale dei campi di transito. Va utilizzato lo strumento delle sanzioni finanziarie contro trafficanti, organizzazioni criminali e governanti compiacenti con il traffico di esseri umani.

È un “Vaste programme”.

Ovviamente devono essere sanzioni europee e accordi europei, frutto di una visione politica africana d’insieme e non solamente il risultato del nostro disagio migratorio.

Un anno fa il governo Conte 1 era prossimo alla crisi. Parlavamo del progetto politico che muove le Ong e di un patto offerto dall’Europa per le migrazioni. Il suo bilancio a un anno di distanza?

Quasi nulla è migliorato in questo anno. La situazione in Libia è peggiorata, così come poco o nulla è stato fatto per mettere sotto controllo le rotte dei traffici nel Sahel e nell’Africa sub-sahariana. La solidarietà europea e gli accordi di redistribuzione sono rimasti sulla carta, mentre l’Europa si è ulteriormente indebolita ed ha addirittura deciso di tagliare quel poco che aveva in essere nel campo della politica estera e di difesa. E questo non porterà nulla di buono per il futuro.

(Federico Ferraù)

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