SAMAN ABBAS/ E matrimoni combinati: una generazione da proteggere, partendo da noi

- Paola Binetti

La diciottenne pakistana Saman Abbas è stata uccisa dallo zio e dai cugini perché rifiutava il matrimonio forzato. Una emergenza anche in Italia

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Saman Abbas

Il diritto delle donne a dire di no, anche al matrimonio combinato dalla famiglia. Non è questione di culture diverse, è in gioco uno dei diritti fondamentali delle donne: scegliere chi sposare e con chi condividere la propria vita. Saman Abbas e tutte le altre donne che si oppongono alle nozze forzate non sono solo vittime di violenza di genere, e neppure di semplice arretratezza culturale.

Tenuto conto che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 riconosce il diritto di ogni persona al matrimonio e tutela la libertà di ognuno a contrarre tale vincolo e che il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966, vieta i matrimoni forzati, ribadendo, all’articolo 10, che “il matrimonio deve essere celebrato con il libero consenso di futuri coniugi”; e ricordato che la Convenzione supplementare delle Nazioni Unite sull’abolizione della schiavitù, del commercio di schiavi, e sulle istituzioni e pratiche assimilabili alla schiavitù del 1956 “assimila il matrimonio forzato alla schiavitù”. Il Piano d’azione dell’Ue per i diritti umani e la democrazia 2015-2019 del 20 luglio 2015, riprendendo il precedente piano d’azione, ribadisce il carattere prioritario per gli Stati membri della prevenzione del matrimonio infantile e forzato (n. 14). Ne consegue che la vera responsabilità politica è lavorare sulla prevenzione, perché questi fatti non accadano più.

La cronaca di questi giorni sembra giunta alla conclusione che Saman Abbas sia stata consegnata allo zio e sia stata uccisa per aver rifiutato nozze forzate. Mentre continuano le ricerche del corpo, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii) ha annunciato che, d’accordo con l’Associazione islamica degli imam e delle guide religiose, emetterà una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l’altrettanto tribale usanza dell’infibulazione femminile. Secondo l’Ucoii si tratta di comportamenti che non possono trovare alcuna giustificazione religiosa, e quindi sono da prevenire prima ancora che da condannare. L’Ucoii, nella sua dichiarazione, respinge con forza questo tipo di concezione della condizione femminile e in generale della vita delle persone e nello stesso tempo rifiuta ogni speculazione politica che a partire da questa triste vicenda voglia infangare l’intera comunità islamica italiana. In attesa che la Giustizia faccia il suo corso e accerti colpe e responsabilità, vale la pena riflettere su cosa significhino e comportino oggi i matrimoni forzati.

I matrimoni precoci, una violazione dei diritti umani

Il 2 luglio 2015 il Consiglio diritti umani dell’Onu ha adottato la prima Risoluzione di sostanza sulla prevenzione e l’eradicazione dei Matrimoni precoci e forzati (Child, Early and Forced Marriages), un significativo progresso nella tutela dei diritti umani e delle libertà individuali. La Risoluzione sottolinea l’importanza del coinvolgimento dell’intera società e richiama gli attori impegnati nel settore umanitario a rafforzare il monitoraggio e gli interventi di prevenzione per contrastare il ricorso ai matrimoni precoci e forzati. I matrimoni precoci contravvengono ai principi della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza  che sancisce il diritto, per ogni essere umano sotto i 18 anni, ad esprimere liberamente la propria opinione (art. 12) e il diritto a essere protetti da violenze e sfruttamento (art. 19), e alle disposizioni di altri importanti strumenti del diritto internazionale. I matrimoni precoci rappresentano una delle maggiori forme di abuso sessuale e di sfruttamento delle bambine. Sono un ostacolo per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio, come sradicare la povertà e la fame, assicurare l’istruzione primaria universale, proteggere la vita delle bambine e dei bambini e migliorare la salute.

Per questo gli Stati membri, in collaborazione con le Nazioni Unite e le loro agenzie e alcune organizzazioni internazionali, si impegnavano a sostenere le ragazze maggiormente a rischio con formazione professionale, sostegno psicologico e possibili scelte alternative al matrimonio in età minorile. Dal momento che le ragazze prive di qualsiasi istruzione hanno probabilità fino a 6 volte maggiori di sposarsi precocemente rispetto alle coetanee che hanno frequentato la scuola secondaria. Ogni singolo anno di frequenza scolastica in più aumenta dal 15 al 20% la possibilità di guadagnare un salario migliore.

Secondo le stime dell’Unicef nel mondo ci sono oltre 60 milioni di spose bambine a causa della pratica dei matrimoni di minori, precoci, forzati. Basti pensare che attualmente le nozze forzate nel mondo sono circa 60 milioni ogni anno e attualmente sono 141 gli Stati nei quali lo stupro domestico è ancora legale. L’Asia meridionale e l’Africa sub-sahariana sono le regioni in cui questa pratica è più diffusa dove, non casualmente, sono presenti anche altri gravi fenomeni come la mortalità materna e infantile, la malnutrizione e l’analfabetismo. Ma si registrano casi anche in Medio Oriente e in Europa, compresa l’Italia, per effetto dei processi migratori.

Cosa accade in Italia 

Ogni anno sono circa 2mila le ragazzine che nascono e vivono nelle nostre città ma, già a partire dai cinque anni, si ritrovano oggetto di veri e propri contratti: vengono cedute come spose dalle loro famiglie che, in cambio, ottengono soldi. Nella maggior parte dei casi si tratta del mantenimento a vita delle proprie figlie, come una sorte di dote al contrario, versata dai futuri mariti ai genitori delle ragazzine. Il dato, elaborato dal Centro nazionale di documentazione per l’infanzia, tiene conto anche delle situazioni sommerse, ma è fermo ad oltre 15 anni fa, concretamente al 2007 perché mancano studi statistici. Queste ragazze in molti casi sono consapevoli di avere dei diritti, anche perché frequentano la scuola, sanno che in teoria esiste un’altra possibilità. Ma non sono in grado di contrastare la volontà della famiglia. I matrimoni forzati hanno una dinamica accertata. In Italia viene stretto l’accordo: i genitori della bimba la promettono in sposa a un uomo molto più grande in cambio di denaro e del mantenimento della ragazzina. Le nozze avvengono però nei Paesi d’origine, perché nel nostro ordinamento i matrimoni con minori sono vietati. Ed è possibile sposarsi a 16 anni solo per gravi motivi comprovati dal Tribunale. Per questo le bambine, vittime di questa tratta, vengono portare via con l’inganno. E, una volta arrivate in Pakistan, India, Bangladesh, Albania o Turchia finiscono sull’altare, accanto a un uomo che spesso ha decine di anni di più.

Le bambine costrette alle nozze sono spesso immigrate di seconda generazione, promesse in sposa ancora piccolissime. E poi, una volta arrivate all’adolescenza, vengono riportate nei Paesi d’origine per celebrare le nozze. Questi matrimoni sono quasi sempre incoraggiati e promossi dalle famiglie come rimedio alla povertà, nella speranza di assicurare loro un futuro migliore, in termini sia finanziari sia sociali. Ma non sono poche le conseguenze che un matrimonio così precoce comporta per la salute e lo sviluppo. Al matrimonio precoce segue quasi inevitabilmente l’abbandono scolastico e una gravidanza altrettanto precoce, pericolosa sia per la neo-mamma che per il suo bambino. Comportano una serie di conseguenze negative che segnano per sempre la vita delle spose bambine: sottratte all’ambiente della famiglia e a volte della comunità di origine, sono soggette a violenze fisiche, psicologiche, economiche e sessuali, vittime di abusi e sfruttamento. Limitate nelle opportunità educative e professionali vivono esperienze con conseguenze pesanti sulla sfera affettiva, sociale e culturale. I figli nati da una madre-bambina o comunque minorenne hanno un’alta probabilità di morire in età neonatale e, anche quando sopravvivono, corrono maggiori rischi di denutrizione e di ritardi cognitivi o fisici.

L’educazione come misura di protezione

La Convenzione sui diritti dell’infanzia riconosce espressamente i/le bambini/e (ossia persone di età tra 0 e 18 anni) come titolari di diritti e l’articolo 16 della convenzione sulla eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (Cedaw) menziona il diritto di essere protette da matrimoni precoci. Le strategie Unicef per la prevenzione puntano a promuovere l’istruzione, a garantire un ambiente sicuro e accogliente in cui le ragazze possano discutere dei propri problemi, a instaurare un dialogo con famiglie e leader comunitari e religiosi, che si concentrano sulla sensibilizzazione delle comunità sui diritti delle bambine e delle ragazze, attraverso campagne nazionali; dialogo a livello locale, finalizzato a conquistare il consenso dei genitori e dei leader religiosi e comunitari; sull’affiancamento dei governi dei Paesi coinvolti nel fenomeno per migliorare le leggi, le politiche e i servizi sociali; sulla promozione di una scuola di qualità per tutti i bambini, soprattutto per proteggere le bambine dai matrimoni precoci, così come dal lavoro minorile e da altre violazioni dei diritti. L’Unicef chiede di mantenere, in linea con gli standard internazionali, l’età minima legale a 18 anni.

Molti Paesi, compresi quelli in cui questa pratica è diffusa, hanno stabilito per legge l’età minima per il matrimonio, l’istruzione obbligatoria e i reati contro i minori, ma le norme tradizionali o di ordine religioso continuano ad avere il sopravvento sulla legislazione nazionale. Occorrono strumenti di protezione molto forti per le ragazze che sfuggono ai matrimoni forzati. Perché loro non hanno contro solo la famiglia d’origine, ma l’intera comunità. La situazione è terribile in alcuni Paesi in via di sviluppo dove una bambina su tre si sposa prima dei 18 anni, una su nove prima di aver compiuto 15 anni.

Combattere la violenza di genere

La questione dei matrimoni forzati costituisce un ulteriore e non secondario aspetto dell’azione per combattere la violenza di genere e promuovere i diritti delle donne e l’empowerment femminile: Non fare nulla costa, in termini di diritti non realizzati, delle potenzialità personali e delle opportunità per lo sviluppo vanificate, di gran lunga più di quanto costi intervenire per affrontare il problema. La Commissione straordinaria per i diritti umani, instituita nel Senato all’inizio della legislatura, ha approvato all’unanimità una mozione di riprovazione su questo drammatico problema e ha chiesto al Governo di istituire un Osservatorio nazionale al fine di monitorare, analizzare e contrastare il fenomeno e le altre forme di violenza minorile come mutilazioni genitali, lavoro forzato e schiavitù, mettendo insieme le diverse competenze a livello ministeriale.

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