SAMAN ABBAS, IL FRATELLO “L’HA UCCISA LO ZIO DANISH”/ Cugino vuole parlare con i pm

- Alessandro Nidi

Caso di Saman Abbas, in incidente probatorio il fratello 16enne della pakistana ha ribadito: “l’ha uccisa lo zio”, e adesso vuole parlare anche un cugino

Saman Abbas
Saman Abbas, 18enne scomparsa a Novellara (foto Facebook, 2021)

Nel corso dell’incidente probatorio, il fratello minore di Saman Abbas, avrebbe confermato i dubbi degli inquirenti spiegando che ad uccidere la 18enne sarebbe stato lo zio Danish Hasnain. La sua testimonianza, come spiega Fatto Quotidiano, è stata cristallizzata confermando le sue precedenti parole sul presunto delitto della sorella. L’audizione protette è durata circa un paio d’ore e stando alle ricostruzioni il 16enne avrebbe protetto i genitori nel rispondere alle domande. Il ragazzo si trova ancora sotto protezione in una comunità dalla quale avrebbe tentato di scappare nei giorni scorsi. Lo zio è attualmente ricercato in Europa insieme agli altri indagati, ovvero i genitori di Saman, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, fuggiti in Pakistan, e il cugino Nomanulhaq Nomanhulaq che si presume possa sempre essere in Europa.

Intanto, riferisce Open, dopo le parole del 16enne potrebbe presto giungere una ulteriore svolta nelle indagini da parte dell’unico arrestato della vicenda, che questa mattina ha assistito all’audizione in videocollegamento dal carcere di Reggio Emilia. Si tratta dell’altro cugino di Saman che si è detto disposto a collaborare con i pm ed è pronto nei prossimi giorni a rendere dichiarazioni spontanee. L’uomo si è sempre detto estraneo alla vicenda anche se è stato immortalato con un altro cugino e con lo zio nel video in cui hanno in mano le pale mentre tornano dai campi. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

SAMAN ABBAS, INCIDENTE PROBATORIO: UCCISA DA ZIO DANISH?

Saman Abbas, novità sul caso della diciottenne di origini pakistane scomparsa a fine aprile dalla casa di famiglia di Novellara, a Reggio Emilia, e che si pensa sia stata uccisa dai suoi familiari, con il consenso dei genitori, in quanto lei si voleva sottrarre a un matrimonio combinato con un cugino suo connazionale. Nella mattinata di oggi, venerdì 18 giugno 2021, è andato in scena l’incidente probatorio presso il tribunale di Reggio Emilia, dove è stata ascoltata la versione dei fatti fornita dal fratello di Saman, 16 anni, oscurato con un paravento nel corso dell’audizione proprio perché minorenne e affinché essa rimanesse del tutto segreta.

Il ragazzo, stando a quanto si apprende, avrebbe risposto a tutte le domande che gli sono state formulate dal giudice e dagli altri legali difensori e avrebbe confermato quanto già precedentemente dichiarato, ovvero che Saman sarebbe stata uccisa dallo zio Danish, aggiungendo però di volere fare ritorno in Pakistan dai suoi genitori dopo avere collaborato alle indagini sul caso che riguarda la sparizione di sua sorella. Come riferito dalla giornalista Barbara Di Palma, inviata della trasmissione di Rai Uno, “Storie Italiane”, l’adolescente avrebbe dunque puntato il dito nuovamente contro lo zio, visto e considerato che l’avvocato di quest’ultimo ha asserito ai microfoni dei cronisti presenti all’esterno del tribunale che la posizione del suo assistito non è migliorata dopo questo interrogatorio.

SAMAN ABBAS, L’AVVOCATO DEI GENITORI DELLA GIOVANE NON RIESCE A CONTATTARLI

Com’è noto, peraltro, i genitori di Saman Abbas sono partiti alla volta del Pakistan lo scorso 1° maggio, dunque qualche giorno prima che scattassero l’allarme e le ricerche della giovane. Il loro avvocato difensore ha utilizzato questa mattina le telecamere per veicolare il proprio appello, in quanto non ha ancora avuto modo di parlare con i suoi assistiti, dei quali ha recuperato il numero di telefono dai giornalisti, senza però riuscire ad avere una conversazione telefonica con loro, che non rispondono alle sue chiamate nonostante, a suo giudizio, in questo momento siano ancora “difendibili”. Infine, uno dei cugini di Saman, Ikram Ijaz, fermato in Francia ed estradato a Ventimiglia, ribadisce la propria estraneità ai fatti e l’intenzione di volere collaborare con la giustizia.

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