SCENARI/ Armi, petrolio e gas: così Putin sfida la Cina in Africa

- Giuseppe Gagliano

Accordi di formazione e cooperazione militare. E poi caccia alle materie prime. È la strategia russa in Africa. A cominciare dal Centrafrica

putin russia
Il presidente russo Vladimir Putin (LaPresse)

Negli ultimi anni, la Russia è tornata alla ribalta nel continente africano. Che sia nel Maghreb, nell’Africa subsahariana, nell’Africa meridionale e centrale, l’ex potenza sovietica sta ancora una volta estendendo surrettiziamente la sua influenza attraverso accordi di cooperazione militare, contratti minerari e di gas. E non esita più, in alcuni casi, a mettere tutto il suo peso nella vita politica dei suoi “nuovi amici”. L’esempio più illustrativo di questo posizionamento della Russia nel continente è la Repubblica Centrafricana, dove Mosca ha tessuto la sua tela e non ha intenzione di muoversi.

Chiesta nel 2017 dal presidente Faustin Archange Touadéra, il cui potere stava subendo gravi interruzioni a causa delle incursioni di una serie di diversi gruppi militari ribelli, la Russia viene in suo soccorso attraverso le sue società di sicurezza private. Questo è l’inizio di una collaborazione che si consolida negli anni. Ora si estende dall’addestramento militare alla protezione della Presidenza, compresa la fornitura di equipaggiamento militare. Gli accordi tra Mosca e le capitali africane per l’invio di “consiglieri militari” sono innumerevoli nel continente. Nel Maghreb è attraverso l’Algeria, il suo più grande cliente in attrezzature militari, che la Russia si è affermata. Dal 2016 è in vigore anche una partnership strategica con il Marocco e con l’Egitto. Nella stessa regione, Mosca ha anche stretto collaborazioni in vista di petrolio e gas.

Nel complesso, nel vasto movimento globale per cambiare i poli di influenza delle potenze sul pianeta dall’inizio degli anni 2000 e la corsa verso l’Africa (continente del futuro per quanto riguarda i giovani delle sue popolazioni e le sue immense risorse ancora poco sfruttate), la Russia, che dalla fine degli anni Cinquanta fino alla caduta del “muro di Berlino” nell’ottobre 1990, aveva già messo piede nel continente nero, sta tornando alla ribalta. Con nuove aree di interesse, come le conquiste attraverso il suo soft power da oramai molti decenni in Africa. Questo desiderio di “riconquista” russo è stato rafforzato dalle grandi ambizioni che Vladimir Putin nutre per il suo Paese nella geopolitica globale contemporanea, da quando si è insediato nei primi anni duemila.

Nell’Africa subsahariana e nel Sahel, la Russia sta ampliando sempre più la sua sfera di influenza dando il suo contributo alla lotta al terrorismo. Sono stati firmati accordi di formazione e cooperazione militare con Burkina Faso, Mali e Niger, mentre è stato siglato un accordo nucleare con la Nigeria. In Mali, il colpo di stato contro Ibrahim Boubacar Keita nell’agosto 2020 ha accelerato il crescente utilizzo delle competenze russe per diversificare gli sforzi e recuperare parti del vasto territorio maliano minacciato da mire jihadiste.

Nell’Africa centrale e meridionale, i russi hanno da decenni solidi legami in Zimbabwe, Sudafrica e Mozambico, con accordi nel settore minerario, del gas, della difesa, del petrolio e altro ancora. Ma, negli ultimi anni, è la presenza russa nella Repubblica Centrafricana che ha causato molto inchiostro e saliva.

All’inizio del 2021, il forte sostegno russo ha permesso a Faustin Archange Touadera di mantenere il suo potere minacciato dalla Coalizione dei patrioti per il cambiamento (Cpc), un movimento ribelle sotto il coordinamento dell’ex presidente François Bozizé.

I mercenari russi e le Forze armate centrafricane (Faca) registrarono una serie di successi contro i ribelli e riconquistarono i territori che fino ad allora erano stati per un decennio sotto il controllo dei gruppi ribelli. Non ci volle altro perché Mosca cercasse di fare di Bangui la sua “riserva”, mentre il paese (ricco di molteplici minerali, dotato di terreni fertili per l’agricoltura, scarsamente popolato) è un’ex colonia francese ed è rimasto a lungo vicino a Parigi in questioni regionali. Inoltre, tra il 5 dicembre 2013 e il 31 ottobre 2016, la Francia ha effettuato nella Repubblica Centrafricana l’operazione denominata “Sangaris”. È stato il settimo intervento militare francese in questo instabile paese dell’Africa centrale, dalla sua adesione alla sovranità internazionale nel 1960.

“Sangaris” ha avuto la particolarità di essere intervenuto nel bel mezzo della terza guerra civile centrafricana, e la sua vocazione primaria era quella di disarmare i combattenti Seleka e gli anti-Balaka, in un contesto di rischio di genocidio. Sotto la copertura delle Nazioni Unite (Risoluzione 2127 del 5 dicembre 2013), “Sangaris” doveva contare fino a 2mila uomini di rango provenienti dalla Francia. Un’operazione a sostegno della Misca (Missione Internazionale di Sostegno alla Repubblica Centrafricana a guida africana) che aveva permesso di stabilizzare in una certa misura il paese.

Misca e “Sangaris” hanno così aperto la strada all’attuale Minusca (operazione multidimensionale di mantenimento della pace delle Nazioni Unite la cui massima priorità è la protezione dei civili), che oggi conta 10mila soldati. Nel frattempo, dal 2014, la Repubblica Centrafricana ha vissuto elezioni, nuovi leader che hanno una nuova lettura della geopolitica internazionale e regionale. La posta in gioco cambia, secondo le proiezioni a breve e medio termine delle potenze internazionali e in quest’area del continente africano.

Oltre a una base militare stabilita nel Paese e a un contingente di paramilitari forte di quasi 2mila uomini per accrescere la sua già crescente influenza nella Repubblica Centrafricana, Mosca ha annunciato nel settembre 2020 l’apertura di una rappresentanza del dipartimento della Difesa russo. Un altro simbolo dell’influenza russa, dall’aprile 2018: “istruttori” russi risiedono nell’ex proprietà di Jean-Bedel Bokassa a Berengo dove è stato allestito un campo di addestramento. L’accesso all’area è ora totalmente vietato, soprattutto alla famiglia del defunto imperatore.

Una presenza russa disapprovata in Europa, negli Stati Uniti e altrove, soprattutto perché il continuo sostegno di Mosca nella Repubblica Centrafricana arriva con i suoi corollari. Alludiamo alle accuse di violazione dei diritti umani confermate dalle Nazioni Unite. In particolare nel comunicato stampa dell’UN Working Group del 31 marzo 2021 sull’azione dei mercenari nella Repubblica Centrafricana. Un comunicato stampa che mescola accuse dirette supportate dalla raccolta di testimonianze e ammonimenti diplomatici.

In risposta a queste critiche diplomatiche, Mosca continua a fare una serie di aggiornamenti. Sia attraverso i canali diplomatici che mediatici. Ha una autorevole forza armata in quest’area con una vasta rete di media sempre più influenti in Africa. Una replica della guerra di influenza delle potenze straniere (vecchie ed emergenti). Un esercizio certamente a lungo termine che non potrà non impensierire sia la Francia che gli Stati Uniti. Ma in fondo anche il suo più stretto alleato almeno in questo momento, e cioè la Cina.

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