SCENARI/ La Turchia e gli “Stati canaglia” che l’Europa non vede

- Giuseppe Gagliano

Un’analisi di Eric Denécé ricorda come ci siano dei Paesi, tra cui la Turchia, che sfruttano la passività europea per diffondere idee terroristiche

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan (LaPresse)

Eric Denécé, Direttore del Centre Français de Recherche sur le Renseignement di Parigi, in uno dei suoi editoriali ha definito la Turchia uno Stato canaglia. Infatti, secondo l’autorevole analista di intelligence ed ex-agente operativo, la Turchia, non solo quella di Erdogan – che è di gran lunga il peggiore leader politico in assoluto -, è uno Stato che ha violato il diritto internazionale dal 1974, quando ha invaso parte dell’isola di Cipro. A quel tempo, i turchi avrebbero dovuto essere cacciati dalla Nato per aver invaso un altro Stato membro. Ma l’Occidente era nel mezzo della Guerra fredda, sottolinea Denécé, e non si è fatto nulla perché l’Alleanza Atlantica, sotto la guida americana, ha favorito la Turchia contro la minaccia sovietica.

Questa prima vigliaccheria è stato un vero e proprio tradimento dei greci e ha contribuito a far pensare ai turchi che tutto fosse possibile. Dall’arrivo di Erdogan, leader totalmente megalomane e membro dell’ufficio internazionale dei Fratelli Musulmani, Ankara ha continuato a perseguire una politica aggressiva e neo-ottomana: ha fatto di tutto infatti per cancellare ogni traccia dell’eredità kemalista, attaccando i non-musulmani in Turchia, invadendo illegalmente – senza che la comunità internazionale protestasse – parte del territorio siriano, sostenendo i gruppi jihadisti, fornendo armi ai Fratelli Musulmani egiziani (la cui ascesa al potere non ha nulla di democratico, contrariamente a quello che continuiamo a credere in Occidente) e legittimando un regime libico asservito alla fratellanza terrorista, armandolo e intervenendo militarmente al suo fianco. Insomma, secondo Denécé, la Turchia è oggi uno Stato malvagio e rappresenta un rischio reale per la pace e la stabilità nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.

Ma ancora una volta, l’Occidente si rifiuta di prendere le decisioni necessarie, a causa della influenza di americani e britannici che continuano a vedere Mosca come una minaccia e temono che se la Turchia fosse ostracizzata dall’Occidente – cosa che invece sarebbe necessaria – andrebbe a gettarsi tra le braccia della Russia.

Ritornando alla situazione libica, è evidente che l’attuale instabilità è stata determinata dall’intervento occidentale del 2011, totalmente ingiustificato, improduttivo e, per certi versi, illegale (aggirando la risoluzione Onu 1973). Sarkozy, Cameron e anche Obama hanno la piena responsabilità di quanto accaduto e di quanto sta accadendo in Libia. I tre hanno interpretato la parte degli apprendisti stregoni e hanno destabilizzato il Nord Africa e il Sahel e adesso anche il Mediterraneo. La distruzione della Libia ha creato un vero e proprio focolaio di terroristi e criminali (trafficanti e migranti) che continua a crescere. Ci vorranno anni per eliminare questo pericolo, ma la cosa più preoccupante sotto il profilo geopolitico è che la Libia potrebbe diventare teatro di scontri tra potenze regionali: Egitto ed Emirati, Turchia e Qatar.

A tale proposito, Denécé sottolinea la pericolosità della fratellanza musulmana a livello globale. Infatti, elementi di Rachad, un’organizzazione affiliata al Congresso Ummah legata ai Fratelli Musulmani di Erdogan e con sede a Istanbul, non ha esitato a incitare gli algerini a prendere le armi contro il loro esercito e il loro Stato. E Mohamed Larbi Zitout, uno dei leader di Rachad, qualifica i gruppi terroristici attivi nel Sahel come “gruppi di liberazione nazionale”.

Come negare dunque il fatto che questi soggetti, legati al terrorismo, stanno usando il sistema “democratico” per diffondere le loro idee terroristiche? E lo fanno attraverso il proselitismo, la propaganda e l’inganno, appellandosi alla lotta armata e all’omicidio, il tutto con il sostegno degli Stati islamisti sopra menzionati, ma soprattutto facendo leva sulla totale passività dell’Occidente. Tuttavia è chiaro, sottolinea l’autorevole analista francese, che questa passività nasce da ragioni molto precise. Infatti le “élites” europee:

– non sanno come agire di fronte a questo fenomeno, perché sono caratterizzate dalla mancanza di visione, di cultura, dall’assenza di coraggio e dalla loro mediocrità;

– sono “addormentate” dai soldi, dalle promesse e dalle bugie delle monarchie del Golfo e dagli americani che si ostinano a sostenerli;

– vogliono restare al potere perché il “voto musulmano” (dal 5 al 10% in media in Europa) consente loro di rimanere saldamente al potere. Pertanto, chiudono un occhio o accettano comportamenti che violano le nostre regole, valori e leggi;

– sono ossessionate dal rischio dell’estrema destra che ha, in realtà, molto meno fondamento di quanto si immagini, perché i partiti che la incarnano sarebbero incapaci di governare.

Proprio allo scopo di evitare il rafforzamento della fratellanza musulmana, la cooperazione tra i servizi di intelligence dovrebbe migliorare in una prospettiva vantaggiosa per tutti. Tuttavia, anche se i servizi cooperano, non possono farlo in tutte le aree, né su tutte le materie perché gli interessi nazionali rimangono diversi. L’antiterrorismo è l’area in cui la cooperazione è maggiore, non solo tra gli occidentali, ma anche con i Paesi arabi, compresi gli Stati del Golfo. Tuttavia, è chiaro che Arabia Saudita, Qatar o Turchia non daranno mai informazioni sui “loro” terroristi, poiché questi stessi regimi aderiscono al salafismo o alla dottrina dei Fratelli Musulmani e trasmettono solo informazioni sui gruppi che minacciano il loro regime.

Ebbene, alla luce di queste riflessioni, la nostra politica estera europea e le relative alleanze -sottolinea l’analista francese – dovrebbero essere completamente riconsiderate. Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Kuwait e Turchia sono tutti Stati i cui valori e le cui scelte politiche sono in contrasto con quelle europee. Naturalmente per compiere un tale passo gli europei dovrebbero smetterla di allinearsi alla politica americana e dovrebbero considerare la Nato un guscio vuoto che non serve più. Infatti, la Nato non ha più una ragion d’essere dalla fine della Guerra fredda e avrebbe dovuto essere sciolta. Ma questa rimane per gli americani un mezzo essenziale di influenza, controllo e pressione sugli europei che non vogliono coprire da soli i costi della loro difesa. È soprattutto un vantaggio per l’industria della difesa americana, che può imporre i suoi armamenti ai suoi alleati e uccidere qualsiasi concorrenza europea in questo settore. Ma ciò non sarebbe possibile senza la complicità degli europei, che hanno, per la maggior parte, accettato perdite significative di sovranità politica ed economica.

Per questa ragione, precisa Eric Denécé, la Francia dovrebbe uscire dalla Nato.

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