SCENARI/ Nato e Medio oriente, le conseguenze del via libera di Trump a Erdogan

- Carl Larky

La politica aggressiva di Erdogan pone in discussione la partecipazione della Turchia alla Nato, ma quest’ultima è a sua volta messa in discussione da Usa e Francia

Nato bandiera
Truppe Nato (LaPresse)

L’aggressiva politica di Erdogan sta aprendo una serie di fronti conflittuali non solo nel Medio Oriente, luogo naturale per una politica definita “neo-ottomana”, ma anche nei confronti dell’Europa con il continuo ricatto dei profughi. Qui, insieme ai possibili vantaggi finanziari, si può vedere una rivalsa per il fallimento dei tentativi di associarsi all’Ue, alla cui base vi è anche la questione di Cipro e la creazione, con la forza e in funzione antigreca, della Repubblica Turca di Cipro Nord. In nome della sovranità di questa Repubblica, non riconosciuta internazionalmente, la Turchia sta attuando minacciosi interventi contro Cipro per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi.

Queste aggressive politiche sono tanto più inquietanti in quanto la Turchia fa parte della Nato e il suo esercito è il secondo per consistenza dopo quello degli Stati Uniti. Durante la Guerra Fredda la Turchia ha rappresentato un fondamentale bastione verso l’espansionismo sovietico. Pur essendo una democrazia “sorvegliata” dai militari, si è schierata in modo opposto a molti altri Paesi mediorientali guidati da regimi militari a impronta socialista e filosovietici, come l’Iraq e la Siria baathisti e l’Egitto nasseriano.    

La Turchia laicista fondata dai Giovani Turchi di Kemal Atatürk ha però cessato di esistere, sostituita da quella islamista di Erdogan, da verificare quanto moderata, ed è di fatto venuto meno il suo ruolo di bastione Nato verso un’Unione Sovietica che non esiste più. L’attuale politica estera turca è coerente con questa nuova situazione: il suo obiettivo è di affermarsi come potenza regionale ad ampio spettro, sia in versione neo-ottomana che in prospettiva panturca verso le repubbliche asiatiche già sovietiche.

In questa strategia, Ankara sembra aver ottenuto il placet di Washington, come dimostra ciò che sta avvenendo in Siria con l’invasione turca dei territori siriani occupati dai curdi alleati degli Usa nella lotta all’Isis. Trump, sia pure con modalità diverse, non fa che continuare la politica di disimpegno dal Medio Oriente già iniziata con Obama. Così, però, sono gli stessi Stati Uniti a mettere in discussione la Nato, dando ulteriore spazio alla Russia e al suo alleato Assad, di cui fino a poco tempo fa si chiedeva la cacciata, e lasciando di fatto la gestione della questione a Putin ed Erdogan. Ed è difficile che quest’ultimo conduca il gioco anteponendo gli interessi dell’Alleanza Atlantica a quelli della “sua” Turchia.

D’altro canto, Trump ha a suo tempo definito la Nato “obsoleta”. Ciò non significa necessariamente il suo scioglimento, quanto una sua radicale revisione, che Trump ha già chiaramente prospettato sotto il profilo finanziario. La richiesta di una maggiore contribuzione alle spese dell’Alleanza da parte dei membri europei non è solo una richiesta di maggiore responsabilità europea, a partire dai soldi, ma un’indicazione della diminuita centralità dell’Europa. Anche se per una parte dell’establishment americano il pericolo principe è ancora rappresentato da Mosca, per Trump la minaccia reale proviene da Pechino e il centro dell’attenzione si sposta dall’Atlantico al Pacifico. Di fronte alle dimensioni demografiche, economiche e militari della Cina, anche la Russia viene ridimensionata e la difesa dell’Europa da un suo eventuale attacco diventa un compito soprattutto degli europei.

In questa prospettiva va visto l’attacco frontale di Macron alla Nato, definita in uno stato di “morte cerebrale”, e la proposta di costituzione di un esercito europeo. È fuor di dubbio l’interesse nazionale francese in questa proposta, con la chiara prospettiva di una Francia alla guida di questo ipotetico esercito, essendo rimasta all’interno della Ue, dopo l’uscita del Regno Unito, l’unica potenza nucleare e membro del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Magari con una compartecipazione al comando della Germania, mantenendo così la diarchia franco-tedesca, ma questa volta con Parigi nel ruolo principale. Una proposta in linea con le posizioni storiche francesi, a partire da De Gaulle per finire alle posizioni anti Nato che uniscono, per ragioni diverse, estrema destra ed estrema sinistra in Francia.

Al di là delle intenzioni di Macron, l’espressione “morte cerebrale” sembra centrata: il corpo della Nato è ancora vivo, a differenza del suo antagonista nella Guerra Fredda, il defunto Patto di Varsavia, ma è alla ricerca di una sua ragion d’essere. La Nato non ha condotto alcuna guerra nei quarant’anni di contrapposizione all’Unione Sovietica, ma ha partecipato a diverse di esse nei trent’anni successivi alla sua caduta: Balcani, Kuwait, Afghanistan, Iraq, Libia. Difficile sottrarsi all’impressione che in questi casi la Nato abbia funzionato come copertura di interventi di alcuni propri membri.

Tuttavia, in uno scenario da “terza guerra mondiale a pezzetti”, lo scioglimento della Nato sarebbe pericoloso e, malgrado i limiti dell’organizzazione, peggiorerebbe la situazione. Occorre una sua approfondita revisione, ridefinendone gli obiettivi di fronte alla nuova realtà, restituendo l’Alleanza alla sua dimensione difensiva e non di gendarme del mondo. Forse è qui il problema: individuare l’avversario da cui difendersi, in un mondo che sembra ormai all’insegna del “tutti contro tutti”.



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