SCENARI/ Non solo droni e mattone: la politica di Erdogan tra Libia ed Emirati

- Giuseppe Gagliano

In Libia la Turchia gioca un ruolo sempre più da protagonista. Per Erdogan è la testa di ponte della sua politica di espansione in Africa

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (LaPresse)

Non si può certo negare che la Turchia, in relazione alla Libia, si sia affermata come un vero e proprio protagonista a livello politico. Basti pensare al contributo rilevante sotto il profilo militare dato dalla Turchia al governo di Fayez al-Sarraj riconosciuto dalla comunità internazionale. Infatti, grazie al contributo militare della Turchia, è stato possibile respingere le truppe dell’esercito nazionale libico nel 2020. Insomma, piaccia o non piaccia, il ruolo della Turchia in Libia ridefinisce profondamente gli equilibri geopolitici del Mediterraneo orientale.

La politica di proiezione della potenza turca è cominciata il 26 novembre 2019 con due memorandum: con il primo ha delimitato i confini marittimi per la costa libica e quella turca, con il secondo ha definito la cooperazione militare. Per quanto riguarda la partnership in ambito marittimo, la Turchia ha voluto estendere le acque territoriali fino a confinare con quelle libiche, per avere accesso ad aree che fino a quel momento erano rivendicate soltanto dalla Grecia e da Cipro. Con il memorandum di carattere militare la Turchia è riuscita a installare tre infrastrutture militari in Libia. Dopo che questo accordo è stato stipulato il 27 novembre 2019, la Turchia ha fornito al governo di Sarraj cannoni, droni e ausiliari reclutati tra i jihadisti che avevano combattuto a fianco delle truppe turche in Siria. Grazie a questi accordi la Turchia è riuscita ad avere una base navale nel porto di Misurata e una infrastruttura aerea presso il porto di Mitiga, a Tripoli.

L’aver completamente ridisegnato l’infrastruttura militare di al-Watiya è stato forse un vero e proprio colpo da maestro a livello militare. Inoltre il coinvolgimento nella guerra libica ha consolidato la diplomazia dei droni, chiamata anche “diplomazia di Bayraktar”, che costituisce un nuovo tipo di guerra, particolarmente adatta alle caratteristiche dei moderni conflitti. Sebbene i droni che la implementano siano relativamente economici, la diplomazia di Bayraktar si rivela così efficace che si può dire che abbia deciso il destino della guerra: senza il Bayraktar TB2, il Gna avrebbe potuto essere annientato in Libia.

A tal proposito, non dobbiamo dimenticare che l’industria militare – in modo particolare quella dei droni – è un argomento a livello politico e diplomatico molto importante per la Turchia. Ma accanto all’uso efficace dei droni non dobbiamo dimenticare l’importanza altrettanto rilevante dei mercenari islamici provenienti dall’area della Siria e organizzati dalla compagnia privata Sadat, che ha consentito alla Turchia di rafforzare la sua presenza nel nord–ovest del Paese. Tanto è vero che a dicembre 2020 ben 3mila mercenari al servizio di Ankara erano presenti presso l’infrastruttura militare del porto di Misurata,  mentre nel 2021 sono arrivati a 7mila uomini, però in tutta la Libia. Una presenza assolutamente superiore a quella dei mercenari russi del gruppo Wagner.

Qual è il significato della proiezione di potenza turca in Libia? Servirsi della Libia come testa di ponte per la sua politica di espansione in Africa.

Ma c’è un altro aspetto da sottolineare in merito alla rilevanza della presenza turca in Libia: quando fu posto in essere il cessate il fuoco firmato tra i due contendenti, nell’ottobre del 2020, ben 75 rappresentanti libici si erano incontrati a Tunisi sotto l’egida delle Nazioni Unite allo scopo di costruire un esecutivo unificato. A capo del consiglio presidenziale è stato messo Mohammed al–Menfi, mentre come primo ministro è stato posto Abdel Hamid Dbeibah. Naturalmente la scelta del primo ministro è stata accolta con favore dalla Turchia, non tanto e non solo per il suo profilo politico, quanto per il fatto che il primo ministro gestisce una vera e propria holding dell’edilizia.

Ebbene, da questo punto di vista la Turchia ha sviluppato delle indiscusse competenze nel campo dell’edilizia e degli appalti pubblici. Questo significa che la ricostruzione della Libia dipenderà non solo dalla holding del primo ministro, ma anche dalla collaborazione con le imprese edilizie turche. In Libia, devastata dal conflitto dopo la caduta del regime di Gheddafi nel 2011, si ritiene che questo mercato valga quasi 110 miliardi di euro.

Ma da cosa si può evincere il legame tra i libici e le imprese edilizie turche? Dal fatto che il 12 e il 13 aprile 2021 il presidente turco ha accolto con tutti gli onori Dbeibah durante una visita ad Ankara. Quattordici ministri turchi, oltre al capo di stato maggiore, hanno accompagnato il primo ministro libico nei colloqui che si sono svolti. Questo incontro ha consentito di firmare un accordo da 5 miliardi di dollari nel commercio bilaterale: realizzazione di tre centrali elettriche, un nuovo terminal per l’aeroporto di Tripoli e un centro commerciale nel cuore della capitale. Ma è interessante notare il fatto che questo accordo prevede anche investimenti rilevanti per rilanciare i progetti edilizi turchi. In particolare prevede che la Turchia si impegni nella ricostruzione della Libia, ricostruzione che dovrebbe toccare la cifra di 29 miliardi di dollari.

Andando nel dettaglio, quali sono alcune delle industrie turche che potranno beneficiare di questi vantaggiosi accordi economici?

Enka, una delle più importanti società nel settore dell’energia e delle costruzioni, ha firmato il 6 gennaio 2021, in partnership con Siemens, un accordo per la realizzazione di due centrali, a Misurata e Tripoli, tutte per un importo di circa 200 milioni euro. Rönesans Holding è la società che costruirà le tre centrali elettriche previste durante la visita di Dbeibah. È una società con sede ad Ankara e che opera in 28 paesi con 75mila dipendenti. Per quanto riguarda il settore dell’edilizia non dobbiamo dimenticare che il Consiglio turco per le relazioni economiche estere (Deik) attraverso il suo presidente, Murtaza Karanfil, e il suo conglomerato Karanfil Group ha inaugurato a febbraio una delle più grandi fabbriche di calcestruzzo del Paese, per un investimento complessivo che ammonterà a 50 milioni di dollari. In ultima analisi, dall’accordo del 26 novembre 2019, il volume del commercio turco-libico è aumentato del 43%, raggiungendo i 2,3 miliardi di dollari.

Ma la politica estera di Erdogan è più complessa e articolata. Quale postura, infatti, ha assunto il presidente turco nella guerra civile in Libia e in Siria? Non è andato forse dalla parte opposta rispetto all’alleanza dei paesi del Golfo e dell’Egitto? È vero o non è vero che la Turchia ha lasciato intendere che gli Emirati non potevano certamente dirsi estranei al tentativo di colpo di Stato del luglio 2016? È vero o non è vero che Egitto, Eau e Arabia Saudita hanno sempre esplicitamente condannato il sostegno di Erdogan alla Fratellanza musulmana? Non è un caso allora che la Turchia abbia cercato di riposizionarsi rispetto a questi Paesi. Come?

Il 24 novembre 2021 Erdogan ha ricevuto il principe ereditario Mohammed Ben Zayed, che detiene il potere ad Abu Dhabi. Ha annunciato che gli Emirati collocheranno in Turchia un importo di 10 miliardi di dollari in un fondo di investimento destinato a settori legati all’energia, all’alimentazione, alla salute e ai cambiamenti climatici, nonché al commercio. Come mai Ankara si è rivolta agli Emirati e non esclusivamente al Qatar? Per una ragione strettamente economica.

La Turchia ha ospitato solo il 5% dei 400 miliardi di dollari investiti dalla Qatar Investment Authority in tutto il mondo. Per quanto riguarda il volume del commercio bilaterale, nel 2019 si è attestato a un modesto 1,4 miliardi di dollari, con le esportazioni turche in Qatar che rappresentano solo lo 0,1% delle esportazioni totali del Paese. Invece la partnership con gli Eau costituisce un grande vantaggio per i paesi del Golfo: grazie ai loro investimenti nei porti turchi, hanno potuto rafforzare in modo significativo la propria rete di gestione e logistica portuale nel Mediterraneo orientale (gestita dalla società DP World) e creare un corridoio di trasporto in transito attraverso l’Iran.

Insomma, la Turchia ha bisogno non solo del sostegno dei paesi del Golfo, ma anche dell’Egitto per salvaguardare i suoi interessi in Libia. Garantire il suo ancoraggio in Libia è oggi una delle strategie determinanti della politica estera di Erdogan.

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