SCENARIO/ Biden al lavoro per un’America liberista ed elitaria: e in Italia?

- Nicola Berti

L’America torna al liberismo elitario dei democratici sotto la guida di Biden, mentre in Italia i sogni di Veltroni sembrano essere spazzati via da Berlusconi

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Il presidente eletto Joe Biden (LaPresse)

Caucasici (“bianchi” è termine ormai proibito come razzista), non giovani e spesso anziani all’anagrafe, stagionati professionisti del potere. Prima ancora di Janet Yellen e di Antony Blinken – le due figure-chiave designate da Joe Biden per la sua amministrazione, la prima al Tesoro e il secondo alla Segreteria di Stato –  nel cliché rientra personalmente il presidente neo-eletto. Settantottenne, è il più anziano in assoluto ad entrare alla Casa Bianca in 244 anni di storia degli Stati Uniti (più dello stesso Donald Trump, più di Ronald Reagan; trent’anni più vecchio di John Kennedy, Bill Clinton e Barack Obama). Viene dal Delaware: una delle tredici stripes originarie nella bandiera Usa; ex colonia white anglosaxon della costa atlantica (e fino al 2019 paradiso fiscale di livello globale, protetto dal big business). E’ stato eletto per la prima volta al Congresso  nel 1973 quando c’erano ancora l’Urss e la Cina maoista. E il suo curriculum sembra reggere pochi confronti a Washington.

A lungo presidente delle commissioni giustizia ed esteri del Senato (decisivo nell’appoggiare la guerra all’Iraq voluta dalla presidenza repubblicana di George W Bush e Dick Cheney dopo l’11 settembre); Biden diventa infine vice di Obama: anche a contrappeso “caucasico/East Coast” del presidente afro venuto da Chicago; e a garanzia dell’establishment di un partito già allontanatosi con Clinton dalla tradizione liberal. Forse solo Lyndon Johnson – democratico conservatore texano – ha potuto vantare un background così sperimentato nelle stanze dei bottoni e nei corridoi della politica americana. Non sorprende che i 784 milioni di finanziamenti elettorali totali ufficialmente dichiarati dal “comitato Biden” (cento in più di quelli esposti dal comitato per la rielezione di Trump) siano un record assoluto. A far la differenza, peraltro, sembrano essere stati 100 milioni regalati da Michael Bloomberg: l’ex banchiere e sindaco repubblicano di New York, magnate dell’agenzia globale omonima, nonché meteora nelle primarie dem di inizio anno. Come non notare, infine, che a “concedere la vittoria” a Biden – nel silenzio di Trump – sia stato Stephen Schwarzmann uno dei principi di Wall Street  alla testa del megafondo Blackstone?

Bernie Sanders ed Elizabeth Warren – leader radicali del new democrat socialism – si sono precipitati invano a sollecitare incarichi a preteso risarcimento per l’essersi ritirati dalle primarie. Ma per ora resta fuori dagli organigrammi di Biden anche The Squad: le quattro parlamentari non-white (anzi “rosa” e “di minoranza etnica”) capitanate dalla latina Alexandra Ocasio-Cortes, rieletta alla Camera il 3 novembre a New York. Tutti classic democrat – da Sanders ad AOC – nel propugnare super-tassazioni di alti redditi e grandi patrimoni e normative punitive per le FAAG della Silicon Valley. Ma non sembra essere questa l’agenda di “Old Joe”: che per il momento sta lasciando in lista d’attesa anche Pete Buttgieg, il 38enne sindaco gay del Midwest emerso all’inizio all’inizio delle primarie 2020. Poi – complice la pandemia – l’eminenza grigia Obama ha però avuto gioco facile nell’imporre dall’alto Biden: facendo piazza pulita di tutte le “diversità” interne ai dem

Passato l’election day è subito comparsa qualche ruga anche sul volto della neo-vice di Biden, Kamala Harris: che, anzitutto, non è black ma ha radici per metà native e per metà caraibiche. Era afro il sindaco di San Francisco  Willie Brown alla cui ombra (non priva di ombre) Harris ha dipanato la sua carriera di procuratore distrettuale in California prima di sposare Doug Emhoff, influente avvocato d’affari israelita e grande fundraiser della campagna Biden. E “Mr Kamala” è stato subito chiamato nello staff della nuova Casa Bianca con un ruolo ancora indefinito ma che viene già accostato a quello svolto negli ultimi quattro anni da Ivanka Trump e dal marito Jared Kushner.

Nel frattempo con la 74enne Yellen si riaffaccia a Washington una vera e propria antropologia. Israelita di Brooklyn (che negli anni 40 e 50 del secolo scorso era la vera boiler room dei democratici liberal) Yellen è una classica testa d’uovo dem. Allieva di Yale, inizia a insegnare ad Harvard e viene reclutata fra i giovani economisti della Fed. Lì conosce il futuro marito, George Akerlof. I due si accreditano assieme in Europa presso la London School of Economics e poi tornano in Usa mettendo radici in California. Da Berkeley George spiccherà il volo verso Stoccolma (Nobel per l’Economia 2001 con Michael Spence e Joseph Stieglitz); mentre Janet diventerà presidente della Fed di San Francisco, entrando nel Fomc, la cabina di regia della politica monetaria Usa. Da lì non è più uscita: vicepresidente di Ben Bernanke, viene infine nominata da Obama prima “zarina” del dollaro. 

La narrativa Fed di Yellen – nominalmente una “colomba” – è sempre stata formalmente ispirata all’obiettivo di promuovere la crescita e l’occupazione. Nei fatti la sua politica monetaria – rigidamente iper-espansiva come quella dell’intera era Obama – è risultata figlia della decisione di salvare le grandi banche dopo il crack 2008: immettendo direttamente migliaia di miliardi di dollari nell’economia, essenzialmente per mettere in sicurezza l’industria finanziaria, senza peraltro varare una ri-regolamentazione davvero incisiva. Resta un fatto che la successiva “America First” di Donald Trump, paladino del taglio delle tasse, ha performato meglio fino al Covid, dopo la sostituzione di Yellen con Jay Powell. E l’ormai ex presidente-tycoon, al di là di qualche proposito, non ha mai dovuto decidere de-regolamentazioni normative per Wall Street e dintorni: la riforma obamiana Dodd-Frank  e la presenza di Yellen alla Fed formavano già una cornice perfetta di una lunga stagione di utili d’oro per le major bancarie. 

La stessa Yellen non ha potuto non ammettere che la performance delle autorità di vigilanza del Fed System fu del tutto inadeguata nell’avvicinamento al crash 2008Oggi la banchiera prende comunque il posto che è stato di Tim Geithner: il suo controverso collega a capo della Fed di New York quando fallì Lehman Brothers (ma ciò non impedì a Obama di promuoverlo subito al Tesoro). Dopo aver lasciato la Fed, Yellen ha avuto il suo domicilio ufficiale presso la Brooking Institution, uno dei più antichi think tank di Washington. La Brooking è stata ultimamente disconosciuta dai democratici liberal: oggi è infatti presieduta da John Allen, un generale a quattro stelle dei Marines, già capo delle forze Usa in Afghanistan.

Più giovane (58 anni, israelita, harvardiano) e assai meno noto di Yellen fuori d’America, Tony Blinken non è affatto uno sconosciuto a Washington. Il nuovo capo della diplomazia Usa è distinguibile sullo sfondo della celebre foto in cui – nella situation room della Casa Bianca – Obama, Biden e il segretario di Stato Hillary Clinton seguono in diretta la cattura di Osama bin Laden, nel 201. Ha vissuto  e studiato in Francia, Blinken, che a poco più di trent’anni lavorava già nello staff del National Security Council della presidenza Clinton. Fedelissimo di Biden, regista della sua campagna 2008 alle primarie dem, si ritrova alla Casa Bianca come assistente speciale del vicepresidente di Obama. E diventa infine vice-segretario di Stato di Hillary Clinton. Si fa notare, fra l’altro, per il supporto deciso all’intervento militare in Libia del 2011 e per la difesa delle posizioni di Israele nella cosiddetta “guerra di Gaza” del 2014. Nel 2017, Blinken tuttavia lascia l’amministrazione e fonda WestExec, una società di consulenza che ha annoverato fra i suoi clienti Jigsaw, incubatore di Google, e Windward, società tech nel campo dell’intelligenza artificiale nata  nella “Tel Aviv valley”. E’ socio del fondo di private equity Pine Island e membro del prestigioso Council of Foreign Relations: a due passi dalla sede Onu a New York (e qualcuno dice più importante nella diplomazia planetaria).    

Nessuno si è sorpreso che, all’indomani del voto, l’assemblea annuale dei vescovi statunitensi abbia subito ritenuto opportuno insediare un “gruppo di lavoro” per “affrontare le divergenze” con l’inquilino entrante della Casa Bianca, di per sé il secondo presidente cattolico dopo JFK. Sul tavolo, evidentemente, pare esserci molto di più delle posizioni “non anti-abortiste” di Biden; o del suo diritto a ricevere l’eucaristia. Le “divergenze” di cui ha esplicitamente parlato la Usccb sembrano guardare alle direttrici sostanziali di una presidenza che ha già molte apparenze di una restaurazione neo-tecnocratica, ri-liberista ed élitaria.

In Italia, intanto, ad applaudire l’affermazione di Biden è corsa l’élite politicamente corretta. In testa si è distinto, fra gli altri, Walter Veltroni. A suo tempo il primo segretario del Pd lasciò correre volentieri per sé il nickname “Obama bianco”. Era l’inizio del 2008 e l’Obama vero aveva appena iniziato una vittoriosa galoppata verso la Casa Bianca. Anche Veltroni era in campagna elettorale, come frontman del partito che si appena era appiccicato addosso lo stesso brand dei dem statunitensi. Un Pd che aveva rottamato senza troppi complimenti il 70enne Romano Prodi, premier in carica e già due volte vittorioso contro Silvio Berlusconi 

“Yes we can” proclamava quello che in novembre sarebbe diventato il primo presidente afro a Washington, sconfiggendo 53-46 George McCain. “I care” strillava in quelle prime settimane del 2008 il sindaco di Roma: che però premier non lo divenne mai. Già in aprile il suo Pd fu stracciato 47 a 37 dal centrodestra di Berlusconi Terzo, vent’anni più vecchio di Veltroni. Che da allora si ritirò a fare il romanziere, il cineasta, ultimamente l’opinionista per un quotidiano moderato. Si dice che oggi, 65enne, accarezzi ambizioni di grande rentrèé: come premier di un governo di unità nazionale, se non addirittura di candidato super partes al Quirinale. Nel frattempo, tuttavia, l’unità nazionale auspicata dal Quirinale sembra averla già realizzata – con il Pd – l’83enne Berlusconi. Che lascia correre volentieri la voce di una sua candidatura a presidente della Repubblica. O come minimo a senatore a vita.  

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