SCENARIO/ Cottarelli: niente elenchi e piani, bastano 3 priorità per la vera ripresa

- int. Carlo Cottarelli

Se dagli Stati generali dell’economia uscirà un lungo menu di cose da fare, saranno inutili. Cantieri, Pa, giustizia e fisco: l’Italia si rilancia con poche priorità strategiche

Gualtieri
Roberto Gualtieri, ministro dell'Economia (LaPresse)

Nel giorno di Confindustria agli Stati generali dell’economia, con il neopresidente degli industriali, Carlo Bonomi, che ha incalzato l’esecutivo giallo-rosso (“Onorare i contratti e i debiti con le imprese, le misure economiche italiane si sono rivelate più problematiche di quelle europee””), il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha replicato: “Il governo non ha pregiudizi nei confronti del mondo industriale”. E in mattinata lo stesso premier, in un’informativa alla Camera, aveva annunciato per settembre il Recovery plan dell’Italia per “un nuovo modello di sviluppo”. Saranno proprio gli Stati generali a offrire l’architrave su cui far poggiare il Recovery plan? Bastano le misure e le risorse stanziate per uscire dall’emergenza Covid? A settembre scoppierà la bomba sociale della disoccupazione? Quanto preoccupa l’andamento dei conti pubblici italiani, debito e deficit in testa? Lo abbiamo chiesto a Carlo Cottarelli, già commissario per la spending review tra il 2013 e il 2014 e attualmente presidente dell’Osservatorio sui conti pubblici.

Agli Stati generali dell’economia indetti da Conte ieri è stato il giorno dell’industria. Il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, li ha sonoramente bocciati, così come la Fase 3. Sono un’iniziativa inutile, che serve solo a nascondere confusione e mancanza di idee sul da farsi?

A mio avviso, prima di dare un giudizio finale sugli Stati generali dell’economia, è giusto aspettarne l’esito. Solo se alla fine emergerà un’idea chiara, cioè due o tre priorità strategiche ben definite, non un elenco di 70-80 cose da fare, saranno stati utili.

Quali sarebbero le due o tre priorità strategiche che dovrebbero essere indicate e perseguite?

A parte l’assistenza, doverosa, a chi oggi ne ha bisogno perché colpito duramente dall’emergenza Covid, un’azione difensiva ineludibile cui il governo non si è sottratto, per rilanciare davvero l’Italia in questo momento indicherei tre interventi chiave. Uno: gli investimenti pubblici, perché con i finanziamenti che non mancheranno sono la forma di spesa pubblica in grado di sortire il maggiore impatto sulla domanda e sull’economia. Due: la riforma della pubblica amministrazione per renderla più snella e con tempi di risposta più veloci ed efficaci. Tre: la riforma della giustizia nei suoi tre comparti, amministrativa, civile e penale, perché senza certezza del diritto l’economia non funziona.

Gli industriali fanno la voce grossa perché l’impresa in Italia non è adeguatamente considerata, come invece hanno fatto in Germania?

No, non credo che ci sia soltanto questo. Credo sia stata espressa la necessità, genuina, di avere una strategia che renda più facile fare attività d’impresa in Italia. Nella classifica Doing Business della Banca mondiale l’Italia è da tempo oltre il cinquantesimo posto come facilità di fare impresa.

Nei decreti già varati dal governo abbiamo visto aiuti alle aziende decotte, bonus a pioggia, regali ad alcuni settori, come i produttori di monopattini: si aiutano così le categorie produttive?

Altri paesi, Stati Uniti, hanno seguito un approccio diverso: dare aiuti a tutte le imprese che si trovavano nella stessa condizione indipendentemente dal settore in cui operano. Il che semplifica le cose.

La task force di Vittorio Colao ha presentato il suo piano e a missione compiuta ha lasciato il pallino al governo. In quelle 121 pagine c’è il programma che serve davvero all’Italia per uscire dalla crisi?

Il piano Colao è un menu, da cui il governo può partire. Non dà priorità, che è invece compito della politica, ed è uno strumento utile, che prevede alcuni punti che mi piacciono, altri meno, come la nuova idea del condono, anche se è stata chiamata voluntary disclosure. Sta al governo trasformarlo in una strategia, indicando priorità, tempi e costi di attuazione.

Nell’informativa alla Camera sul consiglio Ue di domani il premier Conte ha annunciato che il Recovery plan dell’Italia sarà presentato a settembre per “farsi trovare pronti all’arrivo dei fondi Ue”? Non rischia di vedere la luce troppo tardi rispetto a una crisi che morde con forza già da settimane?

I tempi sono un po’ dettati dalle intenzioni della Commissione Ue. Ricordiamoci che il regolamento del Recovery fund non è stato ancora approvato, in quella sede l’Italia deve spingere perché i tempi siano abbreviati. I soldi non potranno arrivare prima del 2021, visto che sono legati al nuovo bilancio pluriennale della Ue; quindi, se ci muoviamo per settembre, presentando un documento credibile, sarà possibile far partire la discussione e da gennaio avanzare domanda formale per ottenere le risorse, di modo che si rendano disponibili il più velocemente possibile.

Per Bankitalia le misure del Governo per stimolare la ripresa valgono il 4% del Pil. Quanto dovrebbe essere messo in campo per contrastare davvero la crisi?

Questa dotazione per il momento è sufficiente, ma è chiaro che, se non si torna a lavorare a pieno regime, ci vorranno altri interventi e altri fondi, perlomeno per sostenere il reddito delle famiglie. Il 4% è comunque nella media di quello che hanno messo in campo anche gli altri paesi europei. Il nostro problema, semmai, è che l’economia italiana è stata colpita in modo più duro dalla crisi. E si dovesse decidere un piano di rilancio vero, sarà necessario trovare le risorse anche per gli investimenti.

Accesso alla liquidità, con procedure farraginose, e sostegno alla domanda interna, oggi in caduta verticale: su questi due punti il governo è stato troppo timido? Cosa poteva fare di più? 

Quel che è stato fatto finora va bene, ma è troppo lenta l’implementazione delle erogazioni. Se la crisi andrà avanti, bisognerà pensare a nuovi stock per gli autonomi e per la cassa integrazione, che potrebbero comunque essere decisi anche più avanti.

Prima del coronavirus si parlava di riforma fiscale, argomento che poi è stato rilanciato negli ultimi tempi sia dal premier Conte che dal ministro Gualtieri. Che riforma fiscale servirebbe al nostro paese?

Prima di tutto una profonda semplificazione. Il sistema fiscale è ormai una giungla, anche per i commercialisti sta diventando ingestibile, Abbiamo ancora più di cento tasse: basterebbero 700 milioni per eliminare 30 di questi balzelli.

Che fine hanno fatto gli investimenti e i cantieri?

Neppure il ministero dell’Economia sa quanti sono i cantieri aperti, perché è difficile reperire questi dati all’interno della pubblica amministrazione. Non si sa neppure perché certe opere siano ferme, quanto sia già stato realizzato e quanto manchi per completarle. Più o meno si sa che i cantieri aperti valgono tra i 60 e gli 80 miliardi di euro da spendere per chiudere ciò che è già stato avviato prima ancora di aprirne di nuovi. Abbiamo informazioni frammentarie e già questo dà l’idea che non ci stiamo muovendo nel modo giusto.

L’Istat ha segnalato che si sono già persi 400mila posti di lavoro e il bilancio di fine anno sarà ben più drammatico: 2 milioni in meno. In autunno scoppierà una bomba sociale? Siamo ancora in tempo per spegnere la miccia?

Il calcolo dell’Istat è semplice: siccome tutti prevedono un calo del Pil del 10%, anche l’occupazione scenderà del 10%, il che si traduce appunto nei 2 milioni di posti di lavoro in meno. Non è detto che la caduta sia così forte, anche se al meglio potrebbe essere del -8% come prevede il governo. Teniamo però conto che la produzione industriale è crollata a marzo e aprile, che ci sono ancora riaperture parziali e condizionate dai distanziamenti, che interi settori come il turismo o la ristorazione sono bloccati e che anche la domanda internazionale è in frenata. Si spera che nel 2021 ci sia un recupero anche più veloce di quello che adesso si prevede.

La Ue ha promesso interventi e risorse, ma per ora siamo solo agli annunci. Mes, Sure, Recovery fund, fondi Bei: cosa deve fare l’Italia?

Adesso ad aiutarci tantissimo sono gli acquisti da parte della Bce dei nostri titoli di Stato tramite la Banca d’Italia: almeno 175 miliardi di acquisti netti in questo 2020, un quantitativo che copre un deficit pubblico del 10% del nostro Pil. Detto questo, prenderei senza pensarci troppo i fondi Sure e anche quelli del Mes sanitario, perché non vedo rischi collegati. Non sono cifre imponenti, ma si risparmiamo pur sempre 500 milioni all’anno, che sono comunque più di 9 volte i risparmi legati al taglio dei parlamentari.

E’ preoccupato per l’andamento dei conti pubblici italiani?

Il debito pubblico sta sì aumentando, ma per il momento non corriamo rischi. Il vero pericolo sorgerebbe se, per ragioni di politica monetaria, la Banca d’Italia dovesse trovarsi nella necessità di interrompere gli acquisti e di rivendere i titoli pubblici, specie se l’inflazione tornasse a salire. A quel punto Bce e Bankitalia dovrebbero fare il contrario rispetto al Quantitative easing di oggi: scaricando il debito sui mercati, potrebbe emergere una questione di sostenibilità. Ma non si sa quando questo avverrà.

Nel frattempo?

Intanto che la Bce sta comprando tempo per il nostro paese, l’Italia dovrebbe attuare le misure che ci consentano di crescere, così da mettere un po’ più in sicurezza il rapporto debito/Pil.

(Marco Biscella)

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