SCENARIO COVID/ “Aprire e chiudere non serve, in primavera ci sarà un nuovo picco”

- int. Donato Greco

Le misure servono a mitigare, non a fermare, il Covid. Mantenendo mascherine e distanziamento si possono aprire anche impianti sciistici e ristoranti

immunità di gregge
(LaPresse)

Ci sarà il giro di vite sugli spostamenti fra le regioni prima di Natale? “Non lo so – ha ammesso il sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa –. Io so di certo che si sta lavorando a ipotesi restrittive e severe”. Ci sarà il coprifuoco anche a Capodanno? “Se decidiamo che c’è un limite orario per gli spostamenti, si torna a casa indipendentemente da quello che c’è da fare: c’è da festeggiare il Capodanno? Si festeggia a casa”, ha spiegato il ministro Vincenzo Boccia, che ha aggiunto: “Prudenza e attenzione è la nostra linea, una linea che mette la salute davanti a tutto”, alla luce del fatto che “la scorsa settimana abbiamo visto il primo calo dei nuovi casi di Covid-19” anche in Europa, come confermato dall’Oms, che invita a sua volta a non abbassare la guardia per non perdere il vantaggio acquisito. Intanto alcune Regioni sono orientate a chiedere allentamenti in vista del Natale. Giusto farlo? Oppure corriamo il rischio di ripetere l’errore commesso questa estate, ridando slancio all’epidemia? E hanno senso ed efficacia questi movimenti a elastico, alternando chiusure e aperture? Lo abbiamo chiesto a Donato Greco, epidemiologo, specializzato in malattie trasmissibili, igiene e sanità pubblica e biostatistica medica.

Abbiamo raggiunto e superato il picco dell’epidemia?

Sì, già da un po’, mi sembra ormai molto chiaro. Siamo in una fase calante del picco epidemico.

È il momento di continuare con le restrizioni per dare un colpo decisivo al Covid?

È il momento di mantenere alcune restrizioni e di eliminare quelle che non hanno sortito alcun impatto.

Per esempio?

La misurazione delle temperature e le attività di iper-sanificazione.

Alcune Regioni vorrebbero chiedere l’apertura di impianti sciistici e ristoranti. Se si allentassero le misure adesso, rischiamo – come dice qualcuno – una ripresa certa dei contagi per Natale?

Assolutamente no.

Perché ne è così convinto?

Questi picchi epidemici sono l’evoluzione naturale del Covid-19, che ne avrà un altro la prossima primavera. Le misure che vengono adottate sono solo di mitigazione, grazie alle quali riusciamo solo ad ammorbidire l’impatto dell’epidemia, ma non certo a fermarla. Qualora se ne presentasse la possibilità, non vedo perché non si potrebbero aprire impianti sciistici e ristoranti, mantenendo ovviamente le due misure chiave: mascherina e distanziamento.

Si fa largo l’ipotesi di allentare un po’ le misure adesso per dare fiato all’economia, per poi richiudere tutto dal 20 dicembre all’Epifania. È una strategia efficace?

No. Dobbiamo solo continuare ad adottare le restrizioni più efficaci. Poi l’arrivo del vaccino ci aiuterà ad allentare il corso dell’epidemia. È del tutto inutile alternare fasi di apertura e chiusura.

C’è una vera e propria corsa di Natale al tampone in farmacia. Basta sottoporsi al test per trascorrere le feste in totale sicurezza?

Come succede con qualunque altra infezione, oggi sono negativo, domani potrei risultare positivo. Il tampone risponde a un’esigenza psicologica degli individui, ma presenta dei problemi. Se, per esempio, si eseguisse una tamponatura di massa degli italiani, saremmo poi costretti a mettere alcuni milioni di persone in isolamento, compresi i loro contatti, senza per questo alterare l’andamento dell’epidemia.

Mobilità e assembramenti per lo shopping continuano a preoccupare. Come intervenire?

Ripeto: mantenendo mascherina e distanziamento, contromisura possibile sia sui mezzi di trasporto che nei negozi, e ancora di più nei centri commerciali, più adatti a garantire un certo distanziamento, contingentando gli ingressi.

Secondo Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità, “faremo i conti con l’epidemia ancora per 18 mesi”. Secondo lei?

Dovremo convivere con questo virus per altri due o tre anni.

La terza ondata potrebbe arrivare in primavera? È inevitabile?

Questo è un virus che adora i passaggi di stagione, anzi, come i suoi confratelli coronavirus, è un virus primaverile. E in primavera non avremo certamente raggiunto un’immunità di gregge tale da evitarci una nuova ondata epidemica.

Il secondo lockdown, con la suddivisione in zone colorate, ha funzionato meglio del primo?

Assolutamente sì. Il primo lockdown, quando non sapevamo nulla del Covid, è stato un intervento cieco, mentre il secondo si è basato sui 21 indicatori, concordati con le Regioni, che valutato il livello di rischio dei territori. È chiaro, poi, che bisogna fare interventi ben mirati, su aree molto specifiche. Sono del tutto contrario ai lockdown generalizzati.

Il governatore della Liguria, Giovanni Toti, propone di istituire le “zone bianche”, aree cioè in cui i contagi sono molto bassi e dove è dunque possibile lasciare maggiore libertà alle attività economiche e sociali. Un’idea percorribile?

È un’idea senz’altro percorribile, ma non adesso, non mi pare il caso di aggiungere ulteriori suddivisioni. Oltre tutto, non abbiamo ancora una Regione in zona verde, quindi mi sembra un’ipotesi prematura.

Vaccini e anticorpi monoclonali in arrivo. Avremo barriere efficaci contro il virus?

Certamente con i vaccini. Gli anticorpi monoclonali saranno dedicati alla terapia anti-Covid, non alla prevenzione.

Vaccino obbligatorio oppure no?

Assolutamente no, l’obbligatorietà non esiste come concetto in Europa. Occorrerà piuttosto mettere in campo un’adeguata attività di comunicazione e persuasione.

“Il virus diffuso in tutto il mondo in questo momento non è il virus di Wuhan. È il virus del Nord Italia, il cui ceppo è più contagioso di quello cinese”: lo ha detto il virologo tedesco Alexander Kekulé, direttore dell’Istituto di microbiologia medica dell’Universitätsklinikum di Halle. Che ne pensa?

L’identità del virus si basa sulle sequenze del suo Rna ed è possibile che ci siano interpretazioni diverse a seconda anche del pezzo di Rna che viene identificato. Tuttavia, nonostante migliaia e migliaia di sequenze genetiche osservate in Italia, non sono state trovate grandi differenze. Questo non esclude che genetisti e virologi possano trovarle, ma dal punto di vista epidemiologico non vedo che influenza possano avere sull’andamento dell’infezione.

(Marco Biscella)

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