SCENARIO COVID/ E se il virus fosse la (prossima) Chernobyl dell’Unione Europea?

- Giuseppe Gagliano

Domanda inevitabile: qual è la struttura politica che ha meno probabilità di sopravvivere all’attuale “guerra” di contrasto al Covid-19?

gianfranco spiteri
Reparto terapia intensiva (LaPresse)

La Cina aveva affermato di aver identificato il suo primo caso di Covid-19 il 17 novembre 2019 in un ospedale di Wuhan. Questo potrebbe essere vero, anche se è del tutto possibile che il virus si sia diffuso a Hubei molto prima che il primo paziente fosse ricoverato in ospedale e identificato come avente qualcosa di “atipico”.

Ma ciò di cui siamo sicuri è che la Cina non ha fatto molto contro il virus fino al 23 gennaio 2020, quando Wuhan è stata messa in quarantena. Ciò significa che il virus ha avuto almeno due mesi, e forse di più, per diffondersi senza controllo in tutta la Cina centrale e oltre.

Ed è questo l’aspetto interessante. Secondo i dati ufficiali della Cina, il Covid-19 è responsabile di 4.739 morti su 1,4 miliardi di persone del paese. In termini assoluti, ciò rappresenta una cifra bassissima rispetto a quelli del nostro paese che conta appena 60 milioni di abitanti.

Quindi la Cina, con una popolazione molto più grande, una densità di popolazione molto più elevata e un sistema sanitario pubblico molto inferiore, ha subito solo una frazione dei decessi in Italia, Spagna e in Francia. Come spiegare questa differenza spettacolare?

I decessi in Cina possono essere ampiamente sottostimati, o dalle autorità locali che non osano portare cattive notizie, o semplicemente dagli ospedali rurali che non si soffermano troppo sulle cause della morte dei loro pazienti anziani. Questa è una possibilità molto reale. Ma è interessante notare che la Corea del Sud ha seppellito 674 anime, il Giappone ha registrato 2.873 morti (sebbene la sua economia sia rimasta ampiamente aperta agli affari), la Malesia 437, Hong Kong 129 e Singapore 29. Ma in tutta l’Asia, come in Cina, il virus sembra avere avuto un effetto molto meno letale che in Europa.

Potrebbe essere che le società asiatiche siano semplicemente più preparate ad affrontare una pandemia come il Covid-19 rispetto ai paesi occidentali. Gli aeroporti asiatici non solo hanno una lunga esperienza nel monitoraggio della temperatura, ma i governi hanno rapidamente tracciato i potenziali contatti utilizzando i dati dei telefoni cellulari. Dall’epidemia di Sars nel 2003, gli ospedali sono stati ben attrezzati con dispositivi di protezione e le persone indossano maschere ogni volta che hanno la tosse o il naso che cola.

Questa spiegazione ha certamente una sua plausibilità. Va notato, tuttavia, che il virus è stato in grado di diffondersi senza controllo per almeno 10 settimane prima che le autorità in Cina e in Asia intervenissero. Anche allora, non tutti lo fecero. Il Giappone ha, nel complesso, continuato a vivere normalmente e finora non ha registrato né un aumento del numero di decessi né un afflusso di pazienti che hanno travolto il suo sistema sanitario, sebbene in termini demografici sia il paese “più antico” del mondo.

Ma è ipotizzabile anche che l’esposizione a Sars-CoV, il coronavirus che ha causato la Sars nel 2003, e ad altri coronavirus, abbia conferito nelle popolazioni asiatiche un elemento di immunità a Sars-CoV-2, il coronavirus che causa il Covid-19. A rischio di iperbole, in questo scenario il Covid-19 sarebbe simile allo scoppio del vaiolo nel Nuovo Mondo, ma questa volta sono gli europei a trovarsi nella posizione dei nativi americani. Questa è ovviamente un’esagerazione. Infatti Il Covid-19 non spazzerà via il 90% della popolazione europea e, a differenza del mondo del XVI secolo, il mondo di oggi è già globalizzato.

Il divario tra i tassi di mortalità in Asia e in Europa potrebbe riflettere la carenza di fondi e la preparazione inadeguata dei sistemi sanitari europei. O almeno di alcuni di loro: finora Germania, Paesi Bassi e Scandinavia sembrano essere stati colpiti molto meno di Italia, Spagna e Francia. Questa divergenza intraeuropea potrebbe essere semplicemente una questione di tempistica. O potrebbe riflettere i fallimenti delle politiche pubbliche su scala epica in Italia, Spagna e Francia?

Insomma, di fronte a questa crisi possiamo a mio modo di vedere trarre alcune conclusioni:

– Le risposte politiche in Asia sono state superiori alle risposte politiche in Occidente.

– Il livello di preparazione alla pandemia in Asia è stato superiore a quello dell’Occidente.

Il livello di incertezza politica in Occidente è ora molto più alto di quello dell’Asia.

– Il costo umano della crisi sembra essere molto inferiore in Asia che in Occidente.

– L’attuazione delle risposte di politica economica è stata molto più convenzionale in Asia che in Occidente.

E l’Europa come ha reagito?

La crisi attuale ha messo a nudo tutte le intrinseche debolezze dell’Europa. In primo luogo, contrariamente ai sogni degli eurofili e degli eurocrati, l’Europa semplicemente non è una nazione (e nemmeno uno Stato; ma neppure, nonostante le apparenze, una confederazione).

Oggi l’Europa, come il resto del mondo, è sotto attacco; un attacco che giustifica una risposta del governo. Se l’Unione Europea fosse una nazione, i suoi leader sarebbero stati in prima linea nella controffensiva. Invece la risposta delle istituzioni europee alla crisi è stato un silenzio assordante. E ciò solleva diverse domande.

Se le istituzioni europee non proteggono gli europei da una crisi internazionale, a cosa servono? Se le istituzioni europee non svolgono queste funzioni sovrane di base, perché le nazioni europee hanno rinunciato alla sovranità sui loro bilanci, sui loro confini, sulle loro leggi e sulle loro valute? E, naturalmente, perché gli europei dovrebbero pagare con le tasse una istituzione così inefficiente?

Con un vuoto al centro dell’Europa, i governi nazionali di fronte all’Armageddon economico e sociale hanno reagito (i) riprendendo il controllo dei propri bilanci, (ii) riprendendo il controllo dei propri confini e (iii) riprendendo il controllo delle loro leggi (ad esempio, vietando l’esportazione di attrezzature mediche essenziali, contro tutta la legislazione europea).

Qualche mese fa, gli esperti occidentali si chiedevano se la cattiva gestione dell’epidemia di Covid-19 potesse essere il “momento di Chernobyl” del Partito Comunista Cinese – il momento in cui l’uomo e la donna per strada perdono fiducia nelle loro istituzioni governative. Al contrario secondo alcuni analisti di politica internazionale è molto più probabile che si stia profilando la Chernobyl dell’Europa.

Se si volesse scommettere sulla struttura politica che ha meno probabilità di sopravvivere all’attuale “guerra”, allora l’Unione Europea sarebbe sicuramente la favorita tra i bookmaker. Oggi ci vorrebbe davvero un politico coraggioso per affermare che l’Unione Europea è sinonimo di forza e che l’ulteriore integrazione europea è la via verso la prosperità e la felicità.



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