SCENARIO COVID/ Pregliasco: è un plateau non un picco, ma i 21 criteri vanno rivisti

- int. Fabrizio Pregliasco

L’indice Rt cala, ma il dato va consolidato. La Lombardia merita l’arancione. Adesso bisogna stare molto attenti alla mobilità e serve più che mai buon senso

Lockdown Milano
Galleria Vittorio Emanuele durante il lockdown a Milano (LaPresse)

La velocità della pandemia rallenta, l’indice Rt nazionale cala (nel periodo 4-17 novembre 2020 è pari a 1,08 e in quattro regioni è già inferiore a 1) e dieci Regioni sono a rischio moderato (anche se sette hanno una probabilità elevata di progredire a rischio alto nel prossimo mese, livello in cui persistono ancora oggi le restanti dieci regioni). Sta di fatto che in base al monitoraggio settimanale Iss-ministero della Salute, con la trasmissione del virus in frenata, Lombardia, Piemonte e Calabria (dove arriverà come commissario Guido Longo) passano, a partire da domenica, da zona rossa ad arancione, mentre Liguria e Sicilia diventano gialle. “Non è un ‘liberi tutti’ – ha avvertito il governatore della Lombardia, Attilio Fontana –: i negozi verranno riaperti, la scuola media verrà svolta in presenza e all’interno del Comune si potrà circolare liberamente senza dover portare l’autocertificazione con sé”, ma “dobbiamo ribadire e insistere perché quei comportamenti attenti e rispettosi delle regole devono essere ancora mantenuti”. Concetto su cui concorda anche Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’Istituto Galeazzi di Milano: “In vista del Natale più che un Dpcm, serve buon senso”.

L’indice Rt nazionale nell’ultima settimana è sceso a 1,03 e a due settimane è a 1,08. Potenzialmente tutta l’Italia dovrebbe essere zona gialla, non crede?

Ci vuole ancora un po’ di tempo per consolidare questo dato, anche perché è una stima che ha ancora margini di errore. Con un valore leggerissimamente superiore a 1 è necessario insistere ancora un po’ con le misure restrittive.

La curva epidemiologica, però, si sta appiattendo. Abbiamo raggiunto il picco?

Il picco non ci sarà, abbiamo tagliato la punta e abbiamo creato una collina con un plateau.

Resta alta la pressione su ospedali e terapie intensive. Quando si vedranno i segnali di un calo?

Dobbiamo aspettare ancora una o due settimane.

E sui decessi?

Servirà qualche giorno in più, perché sarà l’ultimo indicatore a migliorare.

Lombardia, Piemonte e Calabria in zona arancione. Era meglio aspettare ancora un po’?

Passare da zona rossa a zona arancione non è che offre molte libertà in più, ma di fatto questo passaggio può essere considerato come una ricompensa ai sacrifici che hanno affrontato le comunità, che – va riconosciuto – hanno lavorato bene in questo periodo di restrizioni. Così si può dare un po’ di respiro a una quota parte di attività economiche duramente colpite. Detto questo, è auspicabile che tutti assumano comportamenti responsabili per non approfittare troppo di questi possibili allentamenti.

Lei conosce bene la situazione della Lombardia. È una “promozione” meritata anche alla luce delle misure di mitigazione adottate dalla stessa Regione?

Direi proprio di sì.

Le Regioni stanno discutendo con il governo per una rivisitazione dei 21 indicatori utilizzati dall’Iss per “colorare” l’Italia in base ai livelli di rischio epidemiologico. La richiesta è di ridurre la griglia a cinque parametri. Lei che ne pensa?

Sono 21 indicatori complessi da raccogliere e a volte non c’è stata la capacità di farlo con la necessaria tempestività. È un albero decisionale che non prevede un approccio automatico e scientifico, perché la scelta finale tiene conto anche di elementi politici. Giusto pensare a una rimessa a punto della griglia, valutandone importanza e fattibilità. Ben venga, allora, la revisione di uno strumento che, speriamo, non debba servire ancora per troppo tempo.

Il governo sta lavorando sulle misure da inserire nel cosiddetto Dpcm Natale. L’idea è quella di allentare senza ripetere l’errore fatto questa estate con un sostanziale “liberi tutti”. È possibile trovare un giusto equilibrio?

È un bel rompicapo, perché non c’è un manuale di istruzioni già pronto.

Quindi?

Bisogna evitare assolutamente il “liberi tutti”, stando molto attenti soprattutto alla mobilità, a partire dagli spostamenti tra le regioni e fuori dall’Italia, come è successo questa estate. Oggi dobbiamo considerare che ogni contatto è a rischio, seppur basso. Li dobbiamo centellinare e tutto dipende dalla responsabilità personale e non del sistema. Non può essere il Dpcm a fissare la regola, come la mamma fa con il bambino in spiaggia, quando gli dice di non entrare in mare, perché il bambino, una volta arrivato sulla battigia, non appena la mamma si distrare un attimo, mette i piedi in acqua.

Non solo sul “come”, ma anche sul “quando” allentare non c’è unanimità: meglio adesso, come in Francia, oppure a ridosso del Natale, come in Germania, oppure non prima della fine delle festività natalizie, come chiedono i medici di base?

Non c’è una tempistica ottimale. Dal punto di vista strettamente sanitario, sarebbe meglio un lockdown che continua imperterrito, con gli allentamenti ci si accollano inevitabilmente dei rischi. Occorre però tenere conto della stanchezza degli italiani e delle difficoltà dell’economia.

A proposito di spostamenti tra regioni, in Francia saranno presto possibili, da noi vanno vietati anche nelle regioni gialle, come intende fare il governo?

La mobilità è un punto molto critico, perché aumenta le probabilità d’infezione.

Per quale motivo?

I trasporti e gli spostamenti aumentano la probabilità di mescolare gli asintomatici con i suscettibili. La forza del Covid è che ancora il 50% dei contagi è legata agli asintomatici.

I pediatri spingono per la riapertura delle scuole. Giusto tornare in classe il 9 dicembre o dopo l’Epifania?

È innegabile che vi sia un bisogno legittimo, soprattutto dei più piccoli, di tornare alla didattica in presenza, ma va fatto con attenzione, senza esagerare. A mio avviso, sarebbe meglio aspettare dopo l’Epifania.

Coprifuoco, pranzi in famiglia, cenoni e messe: come fare?

Il concetto è sempre lo stesso: serve buon senso, perché sono tutte deroghe parziali che mettono in moto la mobilità delle persone, aumentando le probabilità di contagio. I protocolli ci sono, è vero, ma è importantissimo evitare affollamenti in luoghi chiusi e assembramenti all’aperto.

Se apriamo anche poco arriverà una terza ondata?

La terza ondata è un fatto storico che abbiamo riscontrato nelle precedenti epidemie: onde successive nei periodi di maggiore diffusione del virus, come l’inverno. L’entità della seconda ondata è stata in gran parte colpa nostra, la terza ce la giocheremo sulla base delle modalità con cui navigheremo nelle prossime settimane.

Se restiamo in lockdown, la evitiamo di sicuro?

No, ma sarà senz’altro più lieve.

Si dibatte molto fra esperti sul fatto che il vaccino protegge dalla malattia, ma non dall’infezione, rendendo così i vaccinati possibili diffusori dell’epidemia. È così?

Sicuramente, durante e dopo la lunga fase vaccinale e fino al raggiungimento dell’immunità di gregge, quindi al 70% almeno di persone vaccinate, bisognerà comunque continuare – tutti, compresi gli stessi vaccinati – a indossare le mascherine, perché potrebbe esserci qualcuno che non ottiene una sufficiente protezione dal contagio e quindi potrebbe infettarsi lo stesso. La protezione del vaccino non è per tutti, arriva al 90-95% di efficacia. Il fatto che il vaccino protegga dalla malattia ma non dall’infezione è un’ipotesi sulla quale aiuteranno a far luce i dati che saranno presentati agli enti regolatori dalle stesse aziende produttrici.

Perché parla di lunga fase vaccinale?

Non c’è ancora il vaccino, ci vorranno diversi mesi per averlo, perché all’inizio sarà disponibile in quote simboliche, e l’intera operazione occuperà tutto il 2021, il che ci consentirà di oliare via via il meccanismo.

Siamo partiti in ritardo?

No, siamo in tempo.

(Marco Biscella)

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