SCENARIO/ Da Catilina a de Magistris, non basta tenere i populisti in naftalina

- Pietro Marzano

Occorre prosciugare l’acqua agli interpreti della lamentela e del complotto con investimenti seri e un progetto-paese. Altrimenti i de Magistris cresceranno

luigi de magistris
Luigi de Magistris, sindaco di Napoli (LaPresse)

La corsa dei sostenitori di Trump sulle scale di Capitol Hill sembra aver destabilizzato non solo gli Usa ma tutto lo scenario politico dei paesi occidentali. La fragilità dei sistemi democratici è palese. Se non avete mai letto le pagine di Sallustio su Catilina il riassunto è semplice. Un populista senza scrupoli andò in giro fomentando la rabbia dei tanti esclusi dal potere incitandoli a votarlo, convocandoli a Roma per le elezioni. Venivano dalle periferie, spesso erano dei bifolchi di provincia, con qualche eccezione. Cicerone, di nascita bifolco anche lui, per difendere lo Stato assediato commise varie forzature, fino a comminare la morte ai congiurati. La cosa gli riuscì. Venne nominato Pater Patriae, ma qualche anno dopo, Cesare – che coi bifolchi aveva dimestichezza – prese il potere e si prese la repubblica. Alla fine il problema era ancora nella società romana, anche se chi ne sembrava la causa, Catilina, era stato tolto di mezzo.

È un limite antico quello dell’uomo politico di confondere i personaggi, gli avversari, con i problemi, le motivazioni e le istanze che interpretano. Ora che la crisi è anche da noi palese tra Conte e Renzi, il rischio è fare il tifo per i caratteri e non per ciò che essi sarebbero in grado fare per il Paese. Trump verrà punito per le sue sciagurate condotte ma resteranno i cospirazionisti e i supremamtisti, Conte andrà via ma resterà una parte del paese che fonda sul pregiudizio populista ogni propria posizione.

Entrambi sono figli del disagio che le democrazie occidentali non riescono a sedare. E finché non troveranno soluzione le contraddizioni tra le esigenze di larga parte dei cittadini e le pretese del sistema economico finanziarizzato e off-shore, che drena risorse e non le redistribuisce, le tensioni resteranno intatte. Così come resterà intatta la forza del populismo nel Mezzogiorno se non si cambieranno le politiche di spesa e investimenti.

Riproporre una spesa senza investimenti o investimenti senza senso, come il Ponte tecnicamente impossibile sullo stretto, significa aprire la strada agli interpreti della lamentela e del complotto che hanno già costruito le proprie fortune sulle parole senza mai aver fatto alcun tipo di risultato quando hanno gestito il potere. Come de Magistris, che dopo aver colpevolmente distrutto Napoli con il suo immobilismo egotico ora pensa alla Calabria, approfittando del vuoto che la morte della presidente Santelli ha lasciato.

La crisi complessiva del sistema della rappresentanza democratica colpisce con forza perché manca una risposta ai problemi di intere aree del Paese, di pezzi di società che si sentono emarginati ed esclusi dal possibile benessere che il capitalismo finanziario lascia solo intravvedete a troppi, lasciandoli in difficoltà e senza speranza.

Il Mezzogiorno in questo somiglia molto alle aree rurali degli Usa, dove si preferisce innalzare una bandiera di cento anni fa perché non ci si sente più parte di un percorso condiviso. Nella crisi americana, come in quella italiana, non sarà sufficiente eliminare gli interpreti sciagurati o inadatti di quelle istanze. Se non verranno affrontati in modo efficace e radicale i limiti dell’attuale modello di sviluppo si potrà rallentare la corsa di quelle istanze o tenerle in naftalina ancora per qualche tempo con legittime manovre di palazzo, ma alla fine il modello  non potrà reggere e potrebbe arrivare chi, con più sagacia, lascerà ai Cicerone la gloria di un momento ma abbatterà, ora come allora, la democrazia stessa. Chiedere a Cesare.



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