SCENARIO/ Dall’Umbria alla Bce, gli allarmi per il Governo (e l’economia)

- Stefano Cingolani

Il voto in Umbria è un test importante per Pd e M5s. Ma non mancano anche problemi economici per la maggioranza

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Bagarre in aula al Senato (LaPresse)
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Nella sua risposta alla lettera inviata dall’Unione Europea, il ministro dell’Economia ha cercato di rassicurare Bruxelles. Tutto sotto controllo. Le entrate tributarie sono state calcolate con prudenza perché il Governo conta di incassare molto di più dalla lotta agli evasori. Non solo, il basso costo del denaro ridurrà ulteriormente l’onere del debito pubblico. In realtà sono, allo stato attuale, solo speranze, perché Roberto Gualtieri sa bene che la navicella della Legge di bilancio per il 2020 è destinata a navigare nel mare dell’incertezza: c’è un’incertezza politica e un’incertezza fiscale, incerta è più che mai la congiuntura internazionale e incerta diventerà anche la politica monetaria.

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Cominciamo dalla politica. Oggi si vota in Umbria e il centrodestra conta di ottenere un successo grazie al quale lanciare un’altra lunga campagna elettorale che, tra nuovi voti regionali (in Calabria e in Emilia Romagna), battaglia parlamentare, propaganda nazionale, è destinata a tenere banco. Matteo Salvini gioca alle elezioni anticipate, anche se il suo obiettivo più realizzabile è creare una cortina fumogena che renda impossibile al Governo guardare oltre il giorno per giorno. Intanto, conta sul fuoco amico che verrà da Matteo Renzi. Quando Fabio Fazio gli ha chiesto in tv se si arriverà alla fine della legislatura, il leader di Italia Viva ha risposto con un netto sì. Quando gli ha chiesto se ci arriverà Giuseppe Conte, la risposta è stata “dipende”. I sondaggi non gli accreditano un grande consenso, ma Renzi è riuscito a diventare l’ago della bilancia se non proprio l’azionista determinante di questa instabile coalizione giallo-rossa.

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Aspettando Godot, che cosa potrà fare concretamente il Governo? È prassi normale che i risultati della lotta all’evasione vengano calcolati non in anticipo, ma ex post, perché per loro natura sono difficili da determinare, si tratta di scommettere su milioni di comportamenti individuali, persino quando si invitano gli evasori a evadere ancora pur di versare un obolo al Governo (come con i condoni) non si sa quanti aderiranno. Figuriamoci con l’attuale Legge di bilancio i cui strumenti principali per recuperare gettito non sembrano efficacissimi. L’obbligo del pos, la misura numero uno, slitta a quando verrà raggiunto un accordo con le banche per ridurre le commissioni. C’è solo da incrociare le dita. Quanto alla galera per i grandi evasori, vale la sarcastica battuta di Piercamillo Davigo che di prigioni se ne intende: non sapremmo dove metterli. Più tempo passa più appare quanto meno incauto aver puntato sulla lotta evasione come “pilastro” di una politica fiscale volta ad aumentare le entrate. Anche perché non si sa come si muoverà il ciclo economico. Di fronte al rischio di una recessione, la fuga dal fisco tende ad aumentare mentre si riducono automaticamente le entrate. E qui veniamo alla terza incertezza.

Tutte le previsioni dicono che quest’anno l’Italia segnerà crescita zero, ciò significa che il 2020 parte con un serio handicap. Gli aruspici della congiuntura osservano con attenzione le viscere dei nostri vicini, i principali partner commerciali, quelli verso i quali si dirigono due terzi delle nostre esportazioni. Mentre dalla Francia arrivano segnali incoraggianti, altrettanto non si può dire sulla Germania: la sua frenata è stata più brusca del previsto e si presenta anche come più lunga di quel che gli analisti si attendevano. Intanto il gran circo dei dazi americani è destinato a costare caro alle nostre piccole e medie aziende. Non facciamo i gufi, anzi il nostro cuore è pieno di speranza, ma la realtà è questa ed è meglio non coltivare illusioni infondate.

E poi c’è la politica monetaria, l’abbiamo messa all’ultimo posto non certo per importanza perché, al contrario, ha rappresentato il sostegno fondamentale dell’Italia dal 2012 in poi, da quando Mario Draghi pronunciò il suo fatidico whatever it takes. Super Mario se ne va, la Bce continuerà a stampare moneta e a comprare titoli pubblici e privati. Ma fino a quando? Molti e certo non tranquillizzanti per l’Italia, sono i segnali che Christine Lagarde dovrà gestire una svolta, un ritorno alla normalità, come dicono gli ortodossi. La pressione è forte e non solo di carattere ideologico perché il tasso d’interesse negativo sta creando serie conseguenze alle banche, schiacciando i loro utili e mettendole alle strette. La Deutsche Bank alle prese con una profonda e dolorosa ristrutturazione, spinge perché la Bce rialzi i tassi, la Unicredit ha fatto una mossa che suona come avvertimento: scaricare gli oneri sui depositanti anche se solo oltre un milione di euro. La Banca di Svezia ha già aumentato lo sconto, anche se la corona non fa parte dell’unione monetaria europea, la decisione è considerata un segnale. Non sappiamo come evolverà il dibattito interno alla Bce, anche se è inquietante che la Banca di Francia si sia avvicinata ai falchi. Certo, senza Draghi, prive del loro autorevole e determinato protettore, le colombe sono destinate a soccombere.

E non c’è solo la Legge di bilancio. Le nubi che oscurano l’orizzonte economico vengono anche dalle crisi aziendali che s’incancreniscono anche per le illusioni sparse a piene mani da Luigi Di Maio quando era ministro dello Sviluppo e del Lavoro (come il caso Whirlpool); da scelte non più rinviabili dopo aver concesso tutte le proroghe possibili e impossibili (l’Alitalia per esempio); da divisioni ideologiche all’interno della coalizione che mettono di nuovo in dubbio un settore decisivo per lo sviluppo del Paese come l’acciaio (all’Ilva quanto reggerà Arcelor Mittal?). Altre incognite che sono eredità del passato, rese più gravi da una politica che assomiglia a una coperta corta mangiata dalle tarme, nella quale si chiude un buco e subito se ne aprono altri due. Così, anche se domani vincesse in Umbria, l’alleanza Pd-M5S non potrebbe dormire sonni tranquilli.

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