SCENARIO/ Dopo la Brexit arriva la crisi di un’Italia senza idee

- Francesco Sisci

Lo scontro tattico Renzi-Conte svela la mancanza di progetto di un intero paese. Ed espone l’Italia a una nuova crisi

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Matteo Renzi. Sullo sfondo, Giuseppe Conte (LaPresse)

La lite di questi giorni tra il premier Giuseppe Conte e Matteo Renzi, ora leader di Italia Viva e artefice del governo Conte, appare dall’esterno completamente incomprensibile. Perché dovrebbero litigare l’uomo che ha inventato questo governo (Renzi) e il leader del governo (Conte) appena poche settimane dopo la scelta di fare il governo? E poi perché dopo questo scambio di accuse non c’è crisi di governo? È il solito teatrino italiano? È vero? Cosa c’è di vero? Cosa vuole dire per il paese, per l’Europa, per gli alleati, anche considerando che il segretario di stato Usa Mike Pompeo è appena ripartito?

Forse, se non per capire, almeno per inquadrare il problema, bisogna prendere le cose da lontano.

La costituzione americana è una costituzione morbida che si basa sulla tradizione britannica della common law, dove il ruolo dei giudici e l’interpretazione della legge è centrale rispetto ai codici, di tradizione napoleonica. Quindi per questo riesce a durare da oltre due secoli. La Gran Bretagna, la più antica democrazia attuale, non ha una costituzione ma si basa sulla centralità del parlamento.

Le democrazie del continente europeo sono più “giovani”, si basano tutte su costituzioni rigide che a loro volta si basano in larga parte sull’esperienza del secondo dopoguerra. Scopo per tutti era evitare la presa di potere dei comunisti e il ritorno della minaccia fascista. I vari paesi hanno cercato di affrontare questi rischi secondo i presupposti nazionali.

La condizione italiana era particolare, sia perché il paese si trovava al confine con il mondo comunista, sia perché aveva all’interno il più grande partito comunista dell’Occidente. Questa doppia minaccia esterna ed interna ha creato la costituzione italiana come delicatissimo equilibrio di poteri e contropoteri.

Inoltre l’Italia è la culla di situazioni storiche particolari. Ospita la capitale della più grande religione unitaria del mondo (la cattolica) ed è il centro del Mediterraneo, una volta fondamentale poi diventato marginale negli equilibri geopolitici mondiali tutti spostati sull’Atlantico e sul Pacifico. Per questo, in un Mediterraneo spaccato tra nord cristiano e sud musulmano, entrambi impoveriti, l’Italia era oggettivamente come in fondo a un pozzo. Anche il cattolicesimo, che partiva da Roma, era una religione da poveri, popolare nel sud dell’Europa e nell’America latina, entrambe divenute la parte meno sviluppata e più arretrata dell’Occidente.

Oggi entrambe le condizioni stanno cambiando. Il Mediterraneo sta tornando centrale per la convergenza nuova di Asia e Africa su questo mare, e c’è un nuovo slancio della religione cattolica che si pone come grande ponte di unione tra ricchi e poveri, tra Occidente e Oriente nel mondo.

Quindi le vecchie condizioni storiche e geopolitiche italiane – essere in uno spazio marginale, essere un confine interno ed esterno dell’occidente – non ci sono più. Quindi la costituzione italiana, pensata per altri tempi e un altro mondo, oggettivamente non è più funzionale. Ciò ci pare alla base della confusione attuale.

Tale confusione deriva poi nel concreto da due elementi. Uno contingente: la pochezza dell’offerta politica italiana. Ma l’altro elemento è che l’Italia non sa più cosa è o può essere.

I grandi paesi dell’Europa per esempio hanno tutti un proprio destino abbastanza chiaro intorno a cui tessono le loro scelte politiche contingenti. Per esempio la Spagna è e vuole essere il ponte dell’America latina in Europa; vuole essere il luogo delle vacanze per il Nord Europa e in questo usare il Nord Europa per sviluppare anche le proprie capacità produttive. Essa si protende verso il Nord Africa per svilupparlo e vorrebbe diventare il terzo paese più importante dell’Unione Europea sostituendosi all’Italia.

La Germania vuole essere il blocco di motore economico e fattivo dell’Europa senza prendere però iniziative politiche e militari in quanto timorosa della sua stessa storia. In ciò crede, o fa credere che una fede indiscutibile nell’attivo commerciale sia la regola aurea per gestire l’Europa e il mondo.

La Francia sembra volere sognare di cavalcare la forza economica della Germania con una capacità politica e militare propria. È alleata dell’America ma ha anche margini di autonomia. In questo essa si propone come testa politica dell’Unione Europea ma sempre tenendo ben chiari gli interessi della Francia e poi quelli dell’Europa.

La Gran Bretagna pare essere, quasi come l’Italia, persa sul da farsi. La vicenda del Brexit è proprio questo: non sa se c’è uno spazio per tornare a essere la Gran Bretagna indipendente che divide e comanda sull’Europa e il mondo, oppure se integrarsi nella Ue, e in questo caso come farlo.

Da altro canto però, diversamente dall’Itali,a la Gran Bretagna continua ad avere primati indiscussi in capacità di elaborazione intellettuale: l’Economist, il Financial Times, la BBC, la Reuters sono i media più influenti del mondo; Cambridge, Oxford, Saint Andrews sono tra le università più prestigiose del mondo, Eton è il liceo migliore del mondo. Questa forza intellettuale naturalmente dà a Londra una proiezione e una profondità che invece l’Italia non ha.

L’Italia non sa cosa fare, cosa deve essere, cosa può essere. In questo vuoto pneumatico il potere può solo afferrare tutto quello che può del paese e spartirselo come se si fosse ancora ai tempi feudali.

Ciò si riflette per esempio nella debole proposta politica presentata dai vari partiti in Italia.

La Lega, il partito oggi più forte come consensi, ha un principio, allo stesso tempo banale e importante: “fermiamo i migranti”. Piaccia o meno, questo appello attira l’attenzione sia al Nord, dove la gente teme che i nuovi immigranti rubino la ricchezza, sia al Sud, dove molti si sentono marca di frontiera dell’invasione dei nuovi barbari.

L’altro nuovo partito sono i 5 Stelle, che propongono l’idea dell’etica come valore totale e risolutivo per il governo del paese. Sembrano l’eredità semplificata della questione morale posta da Berlinguer quando voleva spostare il suo Pci dall’ideologia egalitaria e totalitaria del mondo sovietico al mondo libero.

Fratelli d’Italia pensa a una specie di sogno neo-neo-fascista che dovrebbe trasformarsi in qualcosa di attuale, anche se poi non si sa bene che cosa.

Forza Italia e Italia Viva si imperniano intorno alla personalità dei loro capi: Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Berlusconi proponeva sé stesso al paese come soluzione totalizzante: sono imprenditore, sono diventato ricco, farò ricca l’Italia. Il messaggio di Renzi è a un tempo più semplice e più complesso. L’ex segretario del Pd non ha un’idea chiara di cosa fare nel paese ma si propone come forza titanica che riuscirà ad affrontare e risolvere i problemi sul tappeto con una fede esibita verso un liberismo di mercato moderato.

In tale contesto il Partito democratico, erede del Partito comunista, non ha chiaro cosa fare e cosa proporre. Dice di essere di sinistra ma non è chiaro né a sé né agli altri cosa sia essere di sinistra. Molti dei suoi votanti non sono poveri come i votanti dei vecchi partiti popolari ma hanno un’aristocratica e nobile idea di giustizia sociale la quale paradossalmente spesso non è condivisa da coloro che pagano per prestare loro lavoro e servizi.

Ma nessuno di questi partiti parla o ha parlato, per quanto abbiamo visto, né di un riposizionamento storico e geopolitico dell’Italia nel Mediterraneo, né parla o ha parlato dell’inadeguatezza oggettiva della costituzione italiana nella situazione attuale. I partiti della vecchia Repubblica avevano scuole di formazione, spazi di riflessione storica ampia. Oggi nessuno dei partiti attuali ha un dibattito su alcuno di questi temi (l’unica piattaforma che riflette su questo è, quasi paradossalmente, una rivista di geopolitica, Limes, che piace sia a destra che a sinistra proprio perché occupa uno spazio lasciato libero da tutti i partiti in lizza).

Da questo anche è chiaro cosa dovrebbero fare i partiti a lungo termine e a medio termine. A lungo termine dovrebbero cominciare a pensare quale potrebbe o dovrebbe essere il posto dell’Italia in questo nuovo mondo, che è quello su cui sta faticosamente riflettendo il Regno Unito diviso appunto sulle ipotesi di rinverdire antiche idee della Gran Bretagna o adattarsi, e come adattarsi, all’Unione Europea e al nuovo mondo.

A medio termine poi i partiti dovrebbero darsi delle idee più complesse e stratificate della centralità del leader o di facili slogan. Qui la mancanza maggiore è forse quella del Pd, che non è più un partito socialista, quindi portatore dei valori antichi dell’uguaglianza, e non si sa bene cosa voglia.

I partiti di fatto stanno supplendo a questa mancanza di riflessione a lungo termine con grandissime capacità tattiche per cui si alleano, non si alleano, litigano fra di loro allo scopo di prendere il potere e gestirlo più o meno bene, più o meno equamente ma senza un’idea del paese e senza un’idea della propria parte.

In questo momento il re assoluto della tattica è Matteo Renzi, incoronato in questa sua veste proprio dal premier Conte. E qui scendiamo nella cronaca.

Renzi ha scritto una lettera al Corriere della Sera in cui punge il governo per delle scelte economiche sulla legge finanziaria. Conte ha risposto piccato con un’intervista dicendo in sostanza: non sono tranquillo, Renzi deve smettere di ricattare altrimenti mi dimetto. Di fatto quindi il premier ammette che il vero capo del governo e artefice massimo degli equilibri attuali è Renzi, il quale può staccare la spina come vuole.

Ora ci potrebbero essere mille scelte tattiche per svuotare la minaccia di Renzi e ciò dipende dall’ordine di priorità di quale sia il pericolo maggiore percepito per il paese e per gli equilibri nazionali. Bisogna capire se la grande minaccia viene dalle esternazioni di Salvini e della Lega, oppure dal comportamento erratico, vero o falso che sia, di Renzi stesso. Oppure se il problema è Conte, troppo o troppo poco capace di governare.

Ma in tutte queste scelte tattiche manca un orizzonte di medio-lungo termine. A ciò bisogna aggiungere che, per la sua posizione geografica e per essere di fatto ospitante della maggiore religione unitaria del mondo, l’Italia non può essere lasciata né a sé stessa né in mano a chi non ha un orizzonte di cosa fare.

La questione sul tappeto si può capire con un esempio puramente commerciale: io per fare un investimento ho bisogno di un orizzonte chiaro di tempo e di spazio. Compro un terreno sapendo che posso o non posso costruirci una casa, quanto è grande questa casa, se ha l’acqua, se non ce l’ha, eccetera. Tutti questi elementi in Italia non sono chiari o sono poco chiari. Ma tale mancanza di chiarezza non può durare per troppo tempo. Un’implosione politica può essere tollerata in Rwanda o in Uganda (con tutto il rispetto di Rwanda e Uganda), paesi oggettivamente non centrali nella politica mondiale; ma per l’Italia non può essere così.

Di fatto allora la lite Renzi-Conte ha aperto un fronte più grande: l’incertezza profonda del progetto-Italia. In teoria, il paese nell’attuale situazione non potrebbe resistere troppo a lungo, ma il contesto internazionale è particolare: la questione del Brexit certo è più urgente e drammatica e va risolta prima di pensare all’Italia. Ma c’è poi la questione dello scontro commerciale e strategico Usa-Cina. Qui occorrerà vedere l’evoluzione di tale questione e a che punto la questione italiana vada risolta la vicenda italiana.

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