SCENARIO/ Draghi-Mattarella, il “tandem” che può restare fino al 2023

- int. Guido Gentili

Draghi è finora riuscito a tenere la rotta nonostante le tensioni tra i partiti della maggioranza, che potrebbero acuirsi con le amministrative

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Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella con il presidente del Consiglio Mario Draghi (LaPresse)

Il Governo dovrebbe approvare oggi il Decreto sostegni bis, dopo aver varato quello relativo alle riaperture e alla progressiva cancellazione del coprifuoco. Un decreto, quello di inizio settimana, che ha lasciato in parte insoddisfatta la Lega e che ha fatto riemergere le differenti vedute tra i partiti della maggioranza, con Draghi, come evidenzia Guido Gentili, che ha dovuto cercare un compromesso. «Per ora il Premier – spiega l’ex direttore del Sole 24 Ore – è riuscito a muoversi tra le varie spinte presenti all’interno della maggioranza tenendo salda la rotta.

Ormai nemmeno più tanto sotto traccia c’è un botta e risposta quasi quotidiano tra il Pd a guida Letta, che ha messo nel mirino la Lega, con l’obiettivo di portarla fuori dal perimetro della maggioranza, e Salvini, che da parte sua deve affrontare la competizione interna al centrodestra con Fratelli d’Italia. Draghi è finora riuscito anche abbastanza abilmente a tenere botta con una navigazione abbastanza lineare e decisa».

Sembra però esserci un problema aperto sul fronte delle riforme. Questo Governo può farle?

Le riforme sono contenute nel Pnrr e fanno parte degli impegni che sono stati presi con l’Europa. Inoltre, sono parte costituente dell’agenda di Draghi fin dall’inizio. Certamente si tratta di riforme che possono essere divisive, perché ci sono orientamenti diversi nella maggioranza. Finché ci sono da varare ristori e operazioni di sostegno a debito una quadra si riesce a trovare, ma nel momento in cui bisogna, per esempio, disegnare il futuro del sistema pensionistico per il dopo Quota 100, le posizioni sono molto diverse ed è difficile ipotizzare una sintesi. Quel che è certo è che Draghi non mollerà la presa, perché il tema delle riforme per lui è decisivo, lo ha sempre detto, anche prima di diventare Premier.

Saranno allora i partiti nel caso a chiamarsi fuori da questo percorso.

Teoricamente sì, ma ci vuole un grande coraggio per chiamarsi fuori e mettersi conseguentemente in una condizione di difficoltà. Non credo che Salvini voglia ripetere l’esperienza dell’estate 2019 quando mise fine al Governo Conte-1. Anche per i 5 Stelle sarebbe complicato tirarsi fuori. Ed è da escludere che il Pd lasci la maggioranza per dire no alle riforme concordate con l’Europa.

Ci potrà essere semmai la tentazione da parte dei partiti di guadagnare tempo per arrivare all’elezione del successore di Mattarella e poi tornare subito al voto?

Sappiamo che c’è una larga convergenza sul nome di Draghi come successore di Mattarella. Tuttavia Draghi non potrebbe essere al Quirinale e contemporaneamente a palazzo Chigi per occuparsi del Recovery plan. Chi gestirebbe quindi tutto il piano e le relative riforme? Sarebbe un problema molto serio che chiamerebbe in causa anche l’Europa. Mattarella ha nuovamente fatto capire di non voler essere riconfermato. Anche Napolitano aveva usato parole simili, ma sappiamo com’è andata a finire. Non mi sento quindi di escludere la possibilità che i partiti chiedano all’unanimità a Mattarella di restare al Quirinale e che Draghi rimanga conseguentemente al suo posto fino alla fine della legislatura.

Dopo diversi giorni di gestazione, il Decreto sostegni-bis è ormai pronto per essere varato. Col tempo si è però arricchito di provvedimenti, sembra una mini-manovra…

Sembra un decreto che serve a compensare le tensioni politiche all’interno della maggioranza. Si danno, mediante un’accorta distribuzione, elementi a ciascun partito per poter alzare la propria bandierina e dire di aver portato a casa il risultato.

Questo a scapito della bontà dei provvedimenti?

Francamente a me questa sembra più una mossa di gestione del consenso all’interno della maggioranza che non un’operazione con un profilo di politica economica indirizzato alla ripartenza. Su quest’ultimo fronte ritengo che Draghi la vera partita se la giochi con il Pnrr. Nel frattempo ha tenuto briglia sciolta su questo decreto perché gli è servito come stanza di compensazione per le tensioni esistenti tra i partiti della maggioranza.

Sarà un’altra musica con la Legge di bilancio?

Una volta terminata l’epoca dei sostegni e dei ristori, occorrerà in qualche modo riprendere in mano le redini perché non possiamo immaginare di procedere all’infinito a colpi di deficit e debito. Per quanto l’Europa sia stata fin qui disponibile, per quanto Draghi affermi che il Patto di stabilità va totalmente rivisto, ci possiamo scordare una politica allegra su deficit e debito. Anche perché arriverà il momento in cui il sostegno della Bce comincerà a venir meno. E torneranno per forza in pista le politiche di contenimento della spesa.

I partiti sembrano anche in difficoltà per la scelta dei candidati alle amministrative. Ultimo caso il ritiro di Manfredi a Napoli.

La situazione riflette la grandissima difficoltà in cui si trova quello che è stato l’asse del Governo Conte-2. Uno dei primi atti di Letta alla guida del Pd è stato addirittura fermare la designazione di Gualtieri a Roma, salvo poi ripresentare il nome dell’ex ministro dell’Economia una volta fallito il tentativo di candidare Zingaretti per via della scelta di M5s di riproporre la Raggi. L’alleanza giallo-rossa ha mostrato la corda ed è in discussione la sua stessa identità, anche per l’oggettiva difficoltà in cui versano i pentastellati: la transizione verso Conte non è affatto facile.

Il risultato delle amministrative potrà avere ripercussioni sulla maggioranza?

È vero che cadono durante il semestre bianco, ma queste elezioni avranno un valore segnaletico molto forte. Potrebbero fungere da detonatore sulle tensioni fin qui governate bene e rimaste in qualche modo gestibili. Il voto nelle grandi città è importante e può certamente avere ripercussioni nei rapporti tra i partiti all’interno della maggioranza e negli schieramenti, com’è il caso del centrodestra.

Negli ultimi giorni abbiamo visto anche rinsaldarsi l’asse tra Draghi e Macron. Cosa ne pensa?

Questo asse si sta rafforzando anche perché la Germania, vista la progressiva uscita di scena della Merkel, sta vivendo un momento particolare di transizione di leadership. Non credo che questo asse franco-italiano sostituisca quello storico franco-tedesco alla guida dell’Europa, ma certamente si sta creando una convergenza che può essere utile per entrambi i Paesi e che si può riverberare, per esempio, sulla politica mediterranea.

È anche un asse molto vicino a Washington. Aiuta a riavvicinare l’Europa agli Stati Uniti.

Certo. E viceversa. Spinge, cioè, gli Stati Uniti a guardare con maggiore attenzione all’Europa, anche perché sappiamo che c’è un rapporto molto stretto, anche di stima personale, tra Biden e Draghi. Tutto questo porta l’America a tornare a occuparsi del rapporto con l’Europa che era stato invece totalmente trascurato negli ultimi anni.

Tutto questo ci potrà aiutare a livello economico?

Avere un filo più diretto, più importante e più forte tra gli Stati Uniti e l’Italia certamente ci aiuta.

(Lorenzo Torrisi)

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