SCENARIO DRAGHI/ Niente ministri politici, 11 mesi di governo, due (grandi) riforme

- Mario Barcellona

Dopo un anno di governo, che sarà a tempo, il programma di Draghi e l’elezione del 2022 porteranno nuovamente destra e sinistra a dividersi

coronavirus focolaio camera
Camera dei deputati (LaPresse)

Mattarella non poteva fare altro e l’unico modo per farlo era Draghi. Il paese si è trovato in un’impasse insuperabile, principalmente per il ricatto di Renzi, ma anche per i limiti della coalizione giallo-rossa, incapace di pensare in grande ed operare con coraggio e sollecitudine, come in un tempo come questo non si può non fare.

Bisogna riconoscere, anche da parte di chi non crede affatto nel carattere salvifico della competenza e nella neutralità della tecnica, che l’incarico a Draghi era, ed è, il meglio che si potesse fare.

Molti eminenti commentatori, soprattutto quelli che amavano dirsi di sinistra, e una buona parte dell’apparato massmediatico, specie quello che si voleva vicino al campo progressista, hanno proclamato, con un qualche malcelato compiacimento, che l’incarico a Draghi segnerebbe una “crisi di sistema”, una crisi irreversibile, dopo la quale niente più sarà come prima.

La Politica, non solo la politica dei partiti ma anche quella che veniva dal “secolo breve” e si attardava ad immaginare che ci fossero ancora una destra e una sinistra, è stata allontanata, sommersa dall’ignominia. Ed al suo posto si è intronata la Competenza.

Il nuovo quadro, che questa lettura della crisi di questi giorni essi vorrebbero restituisca, e quello: di una Destra, che finalmente ratifica la sua divisione in dura/sovranista e “caritatevole”; di una Sinistra che finalmente ratifica la sua divisione in “comprensiva” e massimalista/populista; di una “Destra caritatevole” e di una “Sinistra comprensiva” le quali capiscono che, in un modo o nell’altro, debbono coalizzarsi e marginalizzare non solo sovranismi e populismi, ma anche le loro stesse correnti meno comprensive; di una strategia liberal-liberista, cosmopolita ed economicista, tuttavia consapevole che bisogna sempre fare qualcosa per la coesione sociale.

Questo quadro, però, è solo l’esito di una sovrapposizione delle aspirazioni sull’intelligenza, che è comprensibile ma che va tuttavia sempre mostrata.

Draghi può durare solo 10-11 mesi, se dovrà essere eletto – come molti vorrebbero e come lui stesso certo ambisce – alla presidenza della Repubblica.

In un tempo così breve non potrà, certo, fare una riforma fiscale, non potrà cambiare i codici, non potrà ridisegnare il rapporto tra Stato e Regioni, non potrà riformare la sanità, non potrà riformare il lavoro e gli ammortizzatori sociali, non potrà riformare la scuola, non potrà mettere mano alle diseguaglianze, ecc.

Non potrà neanche cancellare – come molti vorrebbero e gli chiedono – il reddito di cittadinanza, perché, anche ove lo volesse, non lo potrà fare, se vorrà che i suoi provvedimenti siano votati in Parlamento e che non si frantumi subito l’“idillio” che dovrebbe portarlo alla presidenza, e, soprattutto, perché non potrà lasciare senza protezione alcuni milioni di cittadini, che alla povertà di prima hanno aggiunto le ferite della pandemia.

Sarà bravo – e tutti speriamo che lo sia – se redigerà un Recovery Plan o Next Generation Eu che non si disperderà in mille rivoli e se, affinché questo non sia del tutto inutile, cambierà la Pubblica amministrazione, almeno per quella parte che dovrà implementare le risorse che verranno dall’Europa.

Se riuscirà a fare queste due cose sarà già un miracolo e tutti dovranno essergli grati, sinceramente grati: anche se questa impresa avrà segno un po’ diverso a seconda che peserà di più l’antica mente di super-banchiere o l’anima gesuita che si dice abbia riscoperto.

Dopo l’elezione di Draghi alla presidenza della Repubblica – se sarà eletto, ma anche nel caso che non lo fosse, per il caos che si aprirebbe – si andrà inevitabilmente alle elezioni.

Il nuovo governo, qualsiasi nuovo governo, si ritroverà sul tappeto tutti i problemi che si sono prima elencati.

E se li ritroverà in uno scenario che probabilmente sarà più fosco di quello attuale della pandemia, perché si vedranno le voragini che questa avrà lasciato: un debito pubblico enormemente cresciuto; una disoccupazione aumentata in misura difficilmente tollerabile per effetto di già preventivate ristrutturazioni aziendali e per la prevedibile diffusione dello smart working, una crescita per di più selettiva perché a carico di donne, giovani e meridionali; una moltitudine di piccole partite iva con grandi difficoltà a recuperare perché i grandi affari del Recovery difficilmente le toccheranno; un commercio al dettaglio e una ristorazione minuta quasi allo sbando; e così divaricazioni economiche e sociali inedite.

Per questo la cosa migliore sarebbe che si giungesse ad una fiducia a Draghi senza ministri politici: non lo costringerebbe a defatiganti e spesso impossibili mediazioni, gli darebbe molta, ma molta più forza e lascerebbe più liberi i partiti per il dopo che presto verrà.

Rispetto a questi problemi e allo scenario in cui si mostreranno, chi si è più o meno compiaciuto della definitiva decadenza della distinzione tra destra e sinistra che la “crisi di sistema” avrebbe partorito, si ritroverà un po’ deluso, perché – ad esser seri – nessuno di questi problemi ha una soluzione meramente tecnica e per uscire da questo scenario non esiste competenza o eccellenza senza scelte, che sono politiche, e perciò o di destra o di sinistra.

Se M5s e Leu avranno finalmente capito che devono votare la fiducia a Draghi e che sarebbe per loro un imperdonabile suicidio rompere la coalizione con il Pd, e se il Pd continuerà nell’idea, la sola sensata, che per giustapporsi alla Destra deve conservare il rapporto con M5s e Leu, allora il quadro delle prossime elezioni, che sicuramente si terranno nella primavera del prossimo anno, non vedrà la “fusione”, un po’ caritatevole e un po’ comprensiva, di Forza Italia e Lega giorgettiana-zaiana con il Pd. E si andrà non ad uno scontro sanguinoso, ma a quel confronto chiaro e reale senza il quale l’Italia, piaccia o no, non può uscire dal pantano in cui si ritrova da almeno dieci anni. E sarà un confronto il cui esito è ancora da scrivere.

E Renzi? Se gli andrà bene, prenderà quel che da sempre gli è proprio, il posto di Berlusconi alla guida della destra caritatevole. Ma può anche essere che sia più interessato a volare verso l’Arabia Saudita e gli Emirati.

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