SCENARIO/ Giannini: Russiagate e 007, Conte è sotto ricatto

- int. Massimo Giannini

Dopo il taglio dei parlamentari aumentano i malumori all’interno di Pd e M5s. E Conte con il Russiagate ha ricevuto una sorta di avvertimento

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Emmanuel Macron e Giuseppe Conte durante la dichiarazione congiunta (Lapresse)

Nel giorno in cui il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, annuncia di essere sostanzialmente riuscito a strappare a Bruxelles il sì Ue al deficit del 2,2%, ieri alla Camera, in occasione del voto per il rinvio del pareggio di bilancio, si è addirittura sfiorata la crisi di governo: la risoluzione della maggioranza è passata per 3 soli voti, a causa soprattutto dell’assenza di 14 deputati M5s. Un brutto segnale per il governo o solo un incidente di percorso? “Tutte e due le cose” risponde Massimo Giannini, editorialista di Repubblica e direttore di Radio Capital, con il quale proviamo a misurare la temperatura politica del Conte-2, all’indomani dell’approvazione definitiva del taglio dei parlamentari – un chiaro successo dei Cinquestelle e una riforma accettata obtorto collo dal Pd – e della nomina del leghista Raffaele Volpi alla guida del Copasir, che potrebbe ben presto accendere la partita delicata del Russiagate che vede coinvolto il presidente del Consiglio.

Partiamo dalla coalizione di governo. La febbre sta salendo?

All’interno di una maggioranza costretta a convivere, tanto più dopo il via libera al taglio dei parlamentari, si avverte comunque profondo il malessere e il malumore in ciascuna delle due componenti di una coalizione non del tutto naturale, nata sulle ceneri del governo giallo-verde. Non siamo ancora, ovviamente, al preludio di una crisi di governo o di scissioni nel M5s, ma sappiamo bene che nel Movimento la componente più vicina al presidente della Camera o quella nostalgica dell’alleanza con Salvini non sono soddisfatte dello strapotere di Di Maio e dell’alleanza con una sinistra con cui i punti di contatto sono assai labili.

E nel Pd?

Come ha dimostrato lo stesso voto sul taglio dei parlamentari, il Pd fa fatica a riconoscersi in un’alleanza nella quale finora è stato il soggetto debole, sia dal punto di vista numerico sia dal punto di vista politico, perché ha dovuto già dire alcuni sì senza ottenere in cambio nulla delle cose che gli stanno più a cuore: migranti, decreti sicurezza, giustizia, politica economica. Credo che questi incidenti di percorso costelleranno il cammino del governo giallo-rosso. Se poi porteranno alla crisi, non so dirlo. Però sono ragionevolmente convinto che il Conte-2 non durerà tutta la legislatura.

Il Pd sta pagando dazio?

È un dazio pesante, in qualche misura scontato, perché il Pd, che aveva inanellato una serie ininterrotta di sconfitte dal referendum di Renzi in avanti, ha comunque avuto l’occasione del tutto fortuita e avventurosa, e che non si è lasciata sfuggire un po’ per senso di responsabilità e un po’ per opportunismo, di tornare al governo senza passare per le urne. Ma se fin dall’inizio non si fissano i rapporti di forza, con un alleato di governo che sulla base delle elezioni del 4 marzo 2018 ha il doppio dei voti, questo prezzo rischia di diventare nel tempo sempre più alto, costringendoti a subire più che a incassare. Ma in una logica di scambio, visto che senza il Pd non ci sarebbe un governo Cinquestelle, Zingaretti dovrebbe puntare a un maggior equilibrio.

Sul taglio dei parlamentari il successo è tutto di Di Maio e del M5s. E il Pd?

Ottiene in cambio un impegno vago, ancora scritto sull’acqua, a fare una serie di riforme di contorno che vanno dalla legge elettorale alla sfiducia costruttiva, necessarie per riequilibrare un taglio dei parlamentari che rischia di essere solo una bandiera ideologica per i Cinquestelle.

L’assenza dei contrappesi dopo il varo del taglio dei parlamentari potrebbe indurre anche il presidente Mattarella ad avanzare qualche riserva?

Mattarella sicuramente potrà obiettare qualcosa. Chiederà, come già fatto nella fase del governo Salvimaio, un impegno al Parlamento a onorare quanto detto all’atto dell’approvazione in quarta lettura di questa riforma, e sarebbe un segnale politicamente importante, di cui speriamo tengano adeguatamente conto gli alleati pentastellati. Però non credo andrà oltre. Non immagino un rinvio alle Camere, perché stiamo parlando di una riforma istituzionale che il Parlamento in quarta lettura ha approvato quasi plebiscitariamente.

Il taglio dei parlamentari è il primo passo di una serie di riforme istituzionali che possono portare alla fine della politica, alla disintermediazione tra Stato e cittadini? Abbiamo preso una china che può risultare pericolosa?

Penso di sì, perché siamo nel solco del programma politico che il M5s immagina fin dalla sua nascita attraverso l’elaborazione culturale di Gianroberto Casaleggio. Hanno sempre teorizzato che il risultato finale della loro strategia politica si sarebbe incardinato intorno al superamento della democrazia rappresentativa per arrivare a un sistema di democrazia diretta in cui il Parlamento non ha più ragione di esistere e i partiti si dovrebbero sciogliere.

Tanta acqua però è passata sotto i ponti e da quasi un anno e mezzo il M5s è diventato una forza di governo…

Infatti buona parte di quella spinta, tecnicamente eversiva, si è attenuata. Però quel fondo culturale rimane e lo conferma il modo con cui è stato vissuto il taglio dei parlamentari, enfatizzando una chiave di lettura esclusivamente anti-casta. È vero che non dobbiamo restare innamorati dei mille parlamentari, può avere senso tagliarne il numero, ma lo si deve fare dentro un’architettura costituzionale e istituzionale in cui tutto si tiene e si bilancia. E poi, non si migliora la democrazia agendo solo sulla quantità.

La prospettiva?

Il taglio dei parlamentari è solo una tappa di passaggio, altre ne verranno, a partire dall’introduzione del vincolo di mandato, che con l’articolo 67 della Costituzione rappresenta un architrave della democrazia liberale. Si dovesse intervenire anche su questo, e credo che i Cinquestelle vogliano farlo, sarebbe un altro step verso la trasformazione del Parlamento, una trasformazione che ci riporterebbe all’Ancien Régime, quando gli eletti del popolo non erano altro che “avvocati”, totalmente privi di autonomia e di libertà di coscienza.

Zingaretti e Di Maio pensano a un’alleanza Pd-M5s anche a livello territoriale, come sarà alle regionali in Umbria e molto probabilmente in Calabria. Può funzionare?

Nel momento in cui si decide di governare insieme il Paese, è fisiologico che si studino forme condivise di governo locale. Anzi, farebbero bene ad accelerare, soprattutto in vista del voto in Emilia-Romagna, che sarà una partita cruciale.

Perché?

Se in Emilia-Romagna dovesse vincere la destra salviniana, il governo non ne uscirebbe indenne.

Quindi è consigliabile questa alleanza?

Sicuramente. Noto però una certa riluttanza a dire apertamente che questa è la via da seguire. Testimonia quasi un imbarazzo e una volontà di non rendere esplicito quello che invece dovrebbe esserlo: un accordo politico a tutto tondo. Va rivendicato, non nascosto, come se ciascuno dei due si vergogni dell’altro. E questo non fa bene alla coalizione.

E se l’intento fosse cementare l’alleanza M5s-Pd in funzione anti-renziana?

Questo espone il governo a un rischio. Siamo dentro una coalizione, che sta peraltro virando verso una logica di sistema elettorale di tipo proporzionale, dove i voti di Renzi e di Italia Viva sono fondamentali. È un rischio che va corso, perché non vedo un’altra via. Altrimenti si avrà sempre la sensazione di una coalizione tra riluttanti e questo non consente di immaginare una navigazione serena per tutta la legislatura.

Il Copasir ha eletto il suo presidente e quindi potrà occuparsi del Russiagate. Assisteremo alla resa dei conti tra Conte e Salvini? Quanto potrà uscirne ammaccata la figura del presidente del Consiglio?

La resa dei conti per Conte è già iniziata. La vedo, però, in maniera più complessa, perché Salvini e Conte sono entrambi portatori malsani di Russiagate. Su Conte pende però una minaccia più grande. Al di là di quello che il premier potrà dire al Copasir – guidato dal leghista Raffaele Volpi, dobbiamo aspettarcelo un po’ più cattivo nella gestione delle informative che il presidente del Consiglio dovrà rendere al Comitato -, la domanda da porsi è: come mai sono uscite in questi ultimi giorni le notizie che riguardano gli incontri segreti tra la nostra intelligence e il ministro della Giustizia americano Barr? Chi le ha diffuse? Con quale obiettivo?

Lei che risposte si dà?

Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Ancora un volta, però, c’è la sensazione che esista un deep state che gestisce, centellina la diffusione di certe notizie riservate, giocandole nel circuito politico. Non sappiamo ancora per fare l’interesse di chi, ma vediamo l’esito.

Quale?

Il Russiagate di Conte dimostra che c’è qualcuno che sta dicendo al nostro presidente del Consiglio: stai attento, ti teniamo d’occhio, dosa bene le tue mosse, altrimenti rischi qualcosa. Non sappiamo cosa gli 007 autorizzati da Conte hanno detto a Barr, ma siamo agli inizi di una partita in cui ci sono interessi in movimento che servono di volta in volta a far salire le quotazioni di un politico o a mascariarlo. Ecco, c’è la sgradevolissima impressione che Conte abbia ricevuto un avvertimento.

Il governo è alle prese con la manovra 2020. Non ha l’impressione che fatichi a trovare un perno attorno a cui ruotare, vuoi per le differenti visioni in politica economica di Pd e M5s, vuoi perché si è come in attesa che Bruxelles faccia la prima mossa, più accomodante rispetto al governo giallo-verde?

Non c’è dubbio. Credo tuttavia, dai primi segnali che abbiamo avuto e anche dai numeri messi in campo con la NaDef, che non possiamo farci troppe illusioni sugli sconti che l’Ue potrà concederci. Già la flessibilità che abbiamo scontato finora non è irrilevante e un deficit al 2,2%, che a noi sembra poco, è più di mezzo punto oltre quell’1,6% che era l’obiettivo indicato l’anno scorso. Dobbiamo piuttosto auspicare che Bruxelles si decida finalmente ad accettare una green rule, cioè lo scorporo degli investimenti sull’economia sostenibile dal calcolo del disavanzo, alla luce del fatto che nella prossima manovra, sempre stando alla NaDef, c’è poco da scialare: a disposizione per il rilancio della crescita ci sono appena 5 miliardi, che sono veramente poca, poca cosa.
A ipotecare le risorse sono le clausole di salvaguardia sull’Iva, che si mangiano da sole ben 23 miliardi…

È una zavorra pazzesca, contro cui nessuno può scagliare la prima pietra: a introdurle fu Tremonti nel 2011, da allora non c’è stato alcun governo che di anno in anno non le abbia rinnovate, aumentandole ogni volta.

(Marco Biscella)

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