L'economia italiana stenta e non è certo un bene per la crescita che ci siano imprese industriali a rischio chiusura
L’operazione bilancio s’avvia a conclusione in modo soddisfacente (attenti ai colpi di coda) con un disavanzo pubblico che scende attorno al 3% del Pio o forse anche qualcosa meno, la procedura d’infrazione sospesa, i rating sul debito stabili o leggermente migliorati (da parte di Moody’s). L’operazione crescita invece è tutta da iniziare.
Di questo si lamenta la Confindustria, che però sembra concentrata nella sua battaglia per i sostegni, soprattutto agli investimenti e alla bolletta energetica (il decreto del Governo è ancora in gestazione). Intanto torna agli onori delle cronache la questione industriale, mai chiusa sia chiaro, ma allontanata dai radar della politica e dei media. All’Ilva e alla filiera dell’auto, s’aggiunge l’emergenza telecomunicazioni denunciata dall’associazione di categoria, oltre naturalmente a tutti i tavoli di crisi.
Sono 96 le imprese a rischio chiusura, impiegano nell’insieme 121 mila lavoratori e non sono piccole realtà produttive. C’è la cartiera a Fabriano, Prysmian a Battipaglia, Beko a Siena, Glencore a Portovesme, Almaviva in Sicilia, Transnova che fornisce la logistica a Stellantis. L’intera filiera dell’auto non ha visto nessuna svolta.
Da Mirafiori escono le nuove 500 ibride, può essere considerato un segnale di buona volontà, certo non è una svolta per gli stabilimenti italiani in grave sofferenza. Quest’anno la produzione francese doppierà quella italiana che non dovrebbe superare i 300 mila veicoli (nel 2023 erano oltre 700 mila), quindi non c’è nessuna ripresa dopo il crollo del 2024. Intanto arrivano allarmanti notizie dall’estero: la Volkswagen e la Mercedes hanno deciso di produrre direttamente in Cina le loro vetture elettriche, dicono che non le porteranno in Europa. Lo dicono, lo faranno? È una scelta pesante, ma forse obbligata nel bel mezzo di una crisi gravissima.

All’Ilva, secondo Adolfo Urso, “non c’è nessun piano di chiusura, anzi l’esatto contrario: attività di manutenzione indispensabili per garantire la continuità produttiva e raggiungere il massimo della capacità possibile, assicurando la piena sicurezza dei lavoratori. Inoltre, non è previsto alcun ulteriore ricorso alla cassa integrazione, come già illustrato con estrema chiarezza nel corso dell’ultimo tavolo a Chigi”.
È quanto ha affermato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy nell’incontro con le organizzazioni sindacali territoriali dell’ex Ilva, con i rappresentanti delle Regioni Puglia, Liguria e Piemonte e con gli Enti locali ove hanno sede gli stabilimenti del Gruppo.
L’ultimo spiffero è il regalo di Natale: verranno rese note nuove proposte, ci sarebbe un piano segreto di Arvedi tirato per la giacca da anni, fin da quando è scoppiata la crisi dell’allora più grande centro siderurgico europeo, mentre a Taranto sono arrivati gli emissari del gruppo Flacks che fa capo al miliardario britannico Michael Flacks che offre un euro per prendersi tutta l’Ilva a prezzo di saldo. Sindacati e organizzazioni ambientaliste chiedono la nazionalizzazione che il Governo non è in grado di sostenere né finanziariamente, né sul piano produttivo.
Ma qual è lo stato dell’arte? Il 26 settembre, alla scadenza della prima fase della nuova gara, vengono depositate dieci offerte. Due riguardano l’intero complesso aziendale: quella del Fondo americano Bedrock Industries e quella della cordata Flacks Group con Steel Business Europe. Sette offerte sono invece interessate a singole attività o parti del gruppo. Si tratta, in particolare, di: Renexia (Gruppo Toto), Industrie Metalli Cardinali (IMC), Marcegaglia da sola o in cordata con Sideralba, o con Profilmec e Eusider, Trans Isole e CAR una srl specializzata in macchinari per levigare cilindri.
Si aggiunge poi un soggetto politico – Alleanza Verdi e Sinistra di Taranto – privo dei requisiti di gara, per la cifra simbolica di due euro. Nel frattempo, l’ex Ilva produce perdite per decine di milioni di euro al mese, con la conseguenza che l’ultimo prestito ponte sarà destinato a coprire un orizzonte temporale limitato.
L’industria manifatturiera italiana nel suo insieme ha fatto miracoli, ha dimostrato molto più di una grande resilienza, resta la seconda in Europa e l’ottava al mondo. Un rapporto di Confindustria spiega che negli ultimi dieci anni la nostra manifattura ha retto agli shock e ne è uscita ancora più robusta. Continua però a pagare le dimensioni limitate delle imprese, la loro concentrazione in settori meno avanzati e gli scarsi investimenti in innovazione.
Sono debolezze storiche che non si risolvono con una bacchetta magica, tuttavia richiedono, questo sì, quella politica di sistema della quale tanto si parla senza che se ne faccia granché. Sembra fuori dall’agenda sia del Governo, sia dell’opposizione, a parte inseguire faticosamente le emergenze. Finora tutti hanno cercato di mettere la polvere sotto il tappeto solo che per una mutazione improvvisa sta diventando polvere da sparo.
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