SCENARIO ITALIA/ Draghi-bis dopo le urne: è il commissariamento voluto dall’Ue

- int. Sergio Cesaratto

L’Italia senza supporto della Bce è spacciata. L’Eurotower non può però intervenire e non resta che il commissariamento con un nuovo Governo Draghi

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La sede della Bce a Francoforte (Lapresse)

La settimana è iniziata con una nuova impennata dello spread tra Btp e Bund, sempre più vicino ai 250 punti base. La causa, come noto, risiede nelle scelte comunicate giovedì scorso dalla Banca centrale europea: rialzo certo dei tassi di interesse a luglio e settembre, con la possibilità di altri ritocchi all’insù nei mesi successivi, e termine degli acquisti netti di titoli di stato tramite il programma App alla fine di giugno. C’è il rischio, quindi, che le cose vadano peggio nei prossimi mesi?

«Le tensioni – risponde Sergio Cesaratto, professore di politica monetaria europea all’Università di Siena – aumenteranno con l’avvicinarsi delle elezioni e l’approssimarsi di una possibile vittoria delle forze di centro-destra. In queste condizioni è improbabile un intervento della Bce in una qualche forma, anzi questo sarà una maniera di condizionare il voto degli italiani – non che questo implichi un mio appoggio al centro-destra, tutt’altro. Ci si penserà dopo le elezioni quando ci sarà un Draghi-bis che sicuramente in Europa auspicano».

Giovedì Lagarde è stata molto vaga circa la possibilità che la Bce possa varare un nuovo strumento per calmierare gli spread. Il nostro Paese resterà scoperto dopo molti anni di “scudo”?

La Bce ha generalmente giustificato il proprio intervento con l’argomento della “trasmissione della politica monetaria”. Vale a dire, poiché i tassi di interesse sui titoli di Stato a lungo termine condizionano i tassi che le banche praticano a imprese e famiglie, allora i differenziali (i famosi spread) fra i titoli di Stato dei vari Paesi si traducono in differenti condizioni di credito. Ma la politica monetaria e creditizia deve essere unica in tutta l’euro area. Per questo la Bce ha potuto giustificare l’acquisto di titoli pubblici con lo scopo di ridurre quei differenziali. La verità è naturalmente che la Bce ha impedito la deflagrazione dell’euro il cui anello debole è l’Italia. Questo ragionamento può essere riproposto. Tuttavia nessuno è fesso, e i ricorsi del “professori” tedeschi all’Alta corte tedesca sono lì a ricordarcelo. Sebbene abbiano avuto sinora poco successo, anche perché la corte tedesca ha rinviato i problemi alla Corte di giustizia europea, essi hanno avuto l’effetto di porre dei paletti all’intervento della Bce che è ora una sorvegliata speciale. 

La Bce ha bisogno di un “supporto politico” prima di intervenire eventualmente per calmierare gli spread?

Certamente. Da ultimo le scelte le fanno i politici – anche se le vicissitudini delle Corti non vanno sottovalutate. Ma difficilmente per ora vedremo interventi strutturali a sostegno del nostro debito. E persino col Draghi-bis non ci sarà molto da attendersi.

Eventuali aiuti saranno di fatto sottoposti a condizionalità, anche se non si dovesse arrivare al ricorso al Mes?

La situazione è se possibile ancor più ingarbugliata che nel 2011-12 (l’apice della crisi del debito sovrano italiano nella crisi finanziaria dello scorso decennio). Ora c’è l’inflazione a fare da convitato di pietra. Allora la deflazione giustificava tassi bassi e acquisto di titoli di Stato. Certo il Pil languiva, anche perché si persisteva nell’austerità. Con la pandemia l’austerità fiscale è stata abbandonata, e infatti nel 2021 si è avviata una forte ripresa. Oggi l’inflazione induce il rialzo dei tassi e l’interruzione degli acquisti di titoli. E al contempo è un’inflazione particolarmente cattiva in quanto di origine esterna. Riducendo il potere d’acquisto essa porta recessione, anzi stagflazione (recessione + inflazione). Con la recessione peggiorano i conti pubblici. Poiché l’inflazione è di origine esterna, la politica monetaria restrittiva è impotente a combatterla alla fonte, serve solo a impedire una reazione dei salari. Quindi, il lavoro è cornuto e mazziato. La perdita di valore dei titoli di Stato italiani incide inoltre sull’attivo patrimoniale delle banche italiane esposte per circa 700 miliardi. Questa situazione blocca anche il completamento dell’unione bancaria europea (con un’assicurazione europea sui depositi). Secondo i falchi, le banche italiane dovrebbero disfarsi di una buona parte di questi titoli considerati a rischio. Ma se lo facessero il loro valore crollerebbe e con esso le medesime banche e lo Stato italiano. Certo ogni sostegno europeo all’Italia sarebbe condizionato a misure finanziarie restrittive. Ma non lo faranno ora, con la crisi bellica in corso e prima delle elezioni. Per ora ci lasciano friggere.

Siamo in una situazione per cui, nonostante una guerra in corso ai confini dell’Europa, ci saranno meno sostegni da parte di Ue e Bce rispetto alla pandemia. Come si spiega?

È curioso che l’Europa col consenso del Governo italiano ci trascini in una situazione quasi-bellica senza che si adottino misure da economia di guerra. Normalmente in una guerra l’inflazione origina dallo sforzo bellico, il trasferimento di risorse dai consumi alla produzione di armamenti. Attualmente non è precisamente così. Ma stiamo facendo comunque la guerra a uno dei nostri principali fornitori di energia e altri prodotti che incidono sui consumi (fertilizzanti, grano, materie prime). Un buon esempio di masochismo che l’Europa potrebbe evitare smettendola di fare da sponda all’aggressività americana, non meno responsabile (anzi direi politicamente più responsabile) di quella russa. Solo guardando lontano, a un’Europa pacificata e cooperativa si potrà superare il conflitto, anche se ci vorranno decenni per superare le ferite che la guerra ha portato e la cessazione delle ostilità comporterà. L’aggressione russa c’è stata ed è moralmente e in punta di diritto esecrabile. Ma qual è l’alternativa? Uno stato di guerra latente e permanente fra Europa e Russia? È paradossale, ma la politica anche quando guarda a ideali e valori morali, non si irrigidisce su principi morali o giuridici. Il meglio è nemico del bene. Credo che la migliore ricetta di politica economica per l’Europa sia la fine del conflitto e un progressivo ristabilimento di condizioni di cooperazione.

Il Governo italiano sembra voler puntare sulla sponda francese per ottenere nuovi fondi europei, simili allo Sure, e avere così nuove risorse per contrastare gli effetti del caro energia. È una strategia che può funzionare?

Direi di sì. L’Ue non può che procedere a piccoli passi in maniera tale che le opinioni pubbliche e i politici digeriscano dosi successive di Europa. È una sorta di ritorno al “funzionalismo”, la dottrina che guidò la costruzione europea negli anni ’50. Il problema del debito italiano richiede però un passo ben più robusto, una sua seppur parziale europeizzazione, ovvero gli eurobond. Questo non è in vista, e i piccoli passi sono pannicelli caldi. Come nelle 100 lire della Banda dell’Ortiga, il palo si lamenta della lentezza con cui gli portano su il bottino, che in effetti è solo carità.

L’inflazione cresce, il potere d’acquisto degli italiani viene eroso nonostante siano già in atto provvedimenti (vedi il taglio delle accise) per calmierare i prezzi. Come si può pensare di andare avanti con queste misure senza scostamenti di bilancio?

Come ho già detto, la misura principe è la fine delle ostilità e la ripresa di un’azione politica nei confronti della Russia. Gli spazi per scostamenti di bilancio senza il sostegno della Bce non ci sono. Ci sono per misure redistributive e la lotta all’evasione, ma lì la destra non ci sente.

L’Italia rischia il commissariamento? Misure simili a quelle del Governo Monti nonostante manchi un anno alla fine della legislatura?

Si andrà alle elezioni con spread più alti fidandosi del fatto che il loro costo incide lentamente sulla spesa complessiva per interessi. Prima delle elezioni nessun partito appoggerebbe un Governo lacrime e sangue. Ci si penserà dopo le elezioni con un Draghi-bis. Ci si chiede dove sia la sinistra in tutto questo. Purtroppo con la perdita della sovranità monetaria anche l’autonomia della politica economica nazionale è andata perduta, e questo rende difficile stilare progetti economici alternativi. Dipendiamo da ciò che l’Europa vorrà fare di noi, le opinioni pubbliche d’oltralpe non sono affatto ben disposte.

(Lorenzo Torrisi)

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