SCENARIO ITALIA/ Ricolfi: o facciamo l’Irlanda del Mediterraneo o moriamo di Troika

- int. Luca Ricolfi

Il governo è totalmente inadeguato, ma intende restare al suo posto costi quel che costi, facendone pagare il prezzo al paese. Che avrebbe bisogno di tre riforme subito

Mattarella e Lagarde
Sergio Mattarella con Christine Lagarde (LaPresse)

Nell’inerzia governativa potrebbe esserci anche un elemento di calcolo: lasciar marcire i problemi per prolungare la permanenza al governo ed eleggere un Presidente della Repubblica di parte”. A dirlo e Luca Ricolfi, docente di analisi dei dati all’Università di Torino e presidente della Fondazione David Hume. Una prospettiva che getta un’ombra pesante sulle intenzioni di Conte, dei partiti di governo e di Berlusconi, che vuole il Mes e potrebbe presto sostenere un governo con il Pd e pezzi di M5s. Per il sociologo torinese la situazione del paese è quasi compromessa, perché troppo tempo è stato perso, spiega al Sussidiario. Tre le cose da fare subito se vogliamo salvarci, secondo Ricolfi. Ma non è pane per questo governo.

Le linee guida per la riapertura delle scuole sono state fortemente criticate dentro e fuori la scuola. Cosa è mancato? Capacità o visione?

La cosa fondamentale che manca, e manca a chiunque abbia il compito di governare, è la conoscenza di quale sarà la situazione a settembre: e senza quella conoscenza formulare linee guida operative è impossibile. Ma il vero problema, comunque vadano le cose, è l’autonomia scolastica, o meglio il modo ipocrita con cui storicamente è stata istituita e definita. 

Perché il suo giudizio è così severo?

Da un lato si dice che i dirigenti scolastici debbono attrezzarsi per gestire la situazione assicurando il distanziamento, dall’altro non li si mette nelle condizioni di farlo, perché i budget e la libertà dei dirigenti stessi di operare senza vincoli burocratici (specie in materia edilizia e logistica) sono del tutto insufficienti.

Il settore pubblico, scuola compresa, fino ad oggi non ha mai sentito sulla sua pelle gli effetti della crisi economica post 2011. Con la crisi economica post-Covid in arrivo anche i dipendenti pubblici saranno a rischio?

Per ora i dipendenti pubblici hanno aggiunto ai loro privilegi classici quello di lavorare poco e quasi tutti da casa. Quanto al futuro secondo me bisogna distinguere nettamente fra due scenari.

Vediamoli.

Nello scenario A, con crollo del Pil ma senza una crisi finanziaria tipo 2011 o peggio, è probabile che i dipendenti pubblici conservino sostanzialmente i propri stipendi, e che un eventuale aggiustamento venga scaricato sulle pensioni medio-alte.

E il secondo scenario?

Lo scenario B è crollo del Pil più crisi finanziaria drammatica, con i mercati che non ci rinnovano i titoli di Stato. In quel caso si potrebbe arrivare a una situazione tipo quella della Grecia dieci anni fa: commissariamento da parte della Troika e austerità per tutti, compresi i dipendenti pubblici.

Il governo, a detta di osservatori imparziali, si trova in un’inerzia decisionale preoccupante. È inadeguatezza o calcolo politico?

Forse tutte e due le cose. Che i nostri governanti siano gravemente inadeguati, può dubitarne solo chi è accecato dall’ideologia. Ma nell’inerzia governativa potrebbe esserci anche un elemento di calcolo: lasciar marcire i problemi per prolungare la permanenza al governo, fino a raggiungere l’obiettivo di eleggere un Presidente della Repubblica di parte. In barba alle affermazioni del passato, secondo cui il Capo dello Stato andrebbe scelto con il concorso dell’opposizione.

Il governo Pd-M5s è stato costruito per impedire le elezioni e per evitare che il centrodestra potesse condizionare l’elezione del nuovo Capo dello Stato. Qual è il prezzo di questa strategia?

Il prezzo è un ennesimo rinvio dei problemi cruciali, ma soprattutto un aggravamento della situazione economica. Il ritardo con cui si è arrivati al vero lockdown – il blocco degli spostamenti fra comuni – è costato migliaia di morti, che si sarebbero potuti evitare intervenendo ai primi di marzo, come in quei giorni aveva auspicato il prof. Andrea Crisanti, anziché tre settimane dopo.

E per quanto riguarda l’economia?

Anche all’economia il rinvio è costato molto: se si fosse intervenuti subito e drasticamente, la chiusura delle attività economiche sarebbe durata molto di meno, e anziché perdere 15-20 punti di Pil – come temo succederà – ne avremmo persi parecchi di meno, in linea con i principali paesi europei.

Quali sono invece le sue critiche al centrodestra?

Io penso due cose apparentemente contradditorie. La prima è che, anche volendo, il centro-destra non riuscirebbe a infliggere all’economia danni maggiori di quelli che le sta infliggendo il governo giallo-rosso. La seconda è che, pur essendo meno pericoloso per l’economia, anche il centro-destra non ha una visione convincente del futuro dell’Italia, né possiede una strategia economica all’altezza della situazione.

A che cosa si riferisce in particolare?

A quattro punti. Primo, le divisioni sul Mes e l’ambiguità del rapporto con l’Europa: Berlusconi pro-Europa, Salvini che conferisce lo scettro dell’economia ad Alberto Bagnai, economista di valore e convintamente anti-euro.

Secondo punto?

La sostanziale riproposizione del programma di governo del 2018, con la flat tax e il condono fiscale (ossia una misura inattuabile e una inopportuna). 

Terzo?

La mancanza di una strategia convincente sul debito pubblico, e la tendenza a richiedere scostamenti di bilancio ancora maggiori di quelli stabiliti dal governo, come se fare ancora più debito fosse una soluzione.

Il suo ultimo rilievo?

Un’eccessiva concentrazione sul lavoro autonomo e sulle piccole imprese, perfettamente comprensibile in termini di acquisizione del consenso ma largamente inadeguata per un paese che ha un gravissimo problema di produttività.

La pandemia in Italia ha creato due partiti: uno è quello dell’allerta prolungata e del lockdown sempre pronto. L’altro era per l’apertura anticipata, sembra privilegiare l’economia e viene accusato dal primo di imprudenza. Lei con chi sta?

Io penso che c’è un possibile raccordo fra i due punti di vista, e non c’è necessariamente conflitto fra di essi. Proprio per poterci permettere di essere aperturisti sull’economia, dovremmo essere molto più severi sulle misure di prevenzione sanitaria. Più tamponi, più dispositivi di protezione individuale negli ospedali, una strategia di tracciamento non dilettantesca come quella della app “Immuni”, un’indagine sierologica nazionale fatta tempestivamente, ma soprattutto: ferma, fermissima volontà politica di far rispettare effettivamente le regole che si enunciano, a partire da quelle sulle distanze e sugli assembramenti.

Vacanze comprese? 

Certo. Bisognerebbe avere il coraggio di bloccare i flussi turistici internazionali: il turismo internazionale è semplicemente incompatibile con una pandemia. Chi si ostina a non vedere questo nesso si assume una doppia gravissima responsabilità, ovvero quella di provocare altri morti e quella di allungare la durata dell’epidemia.

Non sarebbe un provvedimento fortemente antieconomico?

È un classico delle scienze sociali, e viene chiamato “conseguenze non intese dell’azione sociale”, o teoria degli “effetti perversi”: tu liberalizzi i voli a scopo turistico, credendo di rilanciare l’economia, ma proprio questa tua decisione alimenta l’epidemia e finisce per azzoppare l’economia.

La fase più drammatica dell’epidemia ha visto spesso su posizioni di conflitto il Governo centrale e le Regioni del Nord più colpite. Chi ha le maggiori responsabilità di quanto accaduto?

Alcune Regioni hanno responsabilità gravissime, a partire dalla resistenza a fare tamponi, ma la responsabilità fondamentale è del governo centrale, per almeno due buoni motivi. Il primo è che, per legge, la gestione dell’epidemia spetta allo Stato, il secondo è che, nella misura in cui coinvolge l’esercito, la polizia e i carabinieri, una politica di chiusura non può essere che essere gestita centralmente.

Avremo una Italia più divisa, tra Nord, Centro e Sud, o tra governo centrale e Regioni?

Per certi versi no, perché l’economia del Centro-Nord subirà, probabilmente, un colpo più duro di quella del Sud, se non altro perché è là che si produce il grosso del Pil. Poiché quella che ci stanno preparando è una società parassita di massa, più povera e più assistita, non si può escludere che il Mezzogiorno, pur diventando più povero, accorci le distanze con il Centro-Nord in termini di reddito disponibile.

E per quanto riguarda le diseguaglianze?

Potrebbero aumentare, in particolare nel mondo dell’istruzione: l’insegnamento a distanza allargherà il fossato fra ceti abbienti, dotati delle tecnologie di connessione più efficienti, e ceti popolari, che spesso dispongono solo dello smartphone, e qualche volta nemmeno di quello.

Governo italiano e iniziative dell’Ue, dalla quale dipendono gli aiuti. Qual è il suo scenario?

I soldi arriveranno tardi e – tolti quelli che sono prestiti da restituire – saranno meno generosi di quanto si finga di credere. In compenso la volontà di fare spesa pubblica corrente non si estinguerà, e alimenterà la spirale del debito pubblico. Lo scenario più probabile, a mio parere, è che entro la fine del 2021 i mercati e/o le autorità europee presentino il conto.

A quel punto?

A quel punto saranno dolori: nel giro di 2-3 anni potremmo ritrovarci come la Grecia negli anni 10 di questo secolo. Mai come in questo caso ho desiderato di sbagliarmi.

Qual è la strada per evitare questa fosca prospettiva?

Non so se ci riusciremo, perché abbiamo già buttato molto, troppo tempo. O facciamo come l’Irlanda, o si muore. Siamo un paese infestato dalla burocrazia; dobbiamo liberarcene, perché uccide le imprese. Cominciamo con l’eliminare la “presunzione di furbizia” che sta alla base dell’ipertrofia delle norme. Poi serve un taglio drastico delle tasse: serve una imposta societaria al 12,5%. Infine è indispensabile che la pubblica amministrazione paghi i debiti verso le imprese.

In una sua recente intervista, lei ha criticato l’impostazione di tutti i precedenti tentativi, di destra e di sinistra, di diminuire la pressione fiscale. Dove sta il punto?

Nel voler accontentare la più ampia platea possibile di beneficiari facendo riduzioni modeste: Iva, Imu, Irpef, contributi sociali. Invece bisognerebbe intervenire subito sulle tasse che scoraggiano le attività produttive, Irap e Ires. Solo le imprese realmente produttive e competitive possono risollevare la nostra economia.

Chi può farci diventare, come lei ha auspicato, una “Irlanda mediterranea”?

Certamente non questo governo. 

(Federico Ferraù)

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