SCENARIO ITALIA/ Sapelli: le riforme necessarie per evitare la catastrofe economica

- Giulio Sapelli

Le politiche europee che continuano nonostante tutto a operare porteranno a conseguenze catastrofiche per l’economia, specialmente italiana

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Conte al Consiglio Ue (Lapresse, 2020)

Nella crisi pandemica e nell’ormai irreversibile riconversione delle banche centrali verso forme di sostegno alla domanda, emerge con fatica, ma ormai irreversibilmente, un nuovo paradigma economico internazionale. La creazione di infrastrutture tecnocratiche non legittimate democraticamente in ultima istanza, ma solo delegate da non si quale sovranità che non sia quella plutocratica (Ocse, Fmi, Bri, ecc.): essa ha la sua radice in Europa. Parlo dell’Ue e della Bce, certo, ma di fatto questa politica oggi mondiale si è prima sperimentata con colpi di stato e massacri di civili cileni, argentini e messicani: furono le politiche di “aggiustamento” sudamericane, sperimentate per alcuni decenni. 

Oggi per fortuna queste politiche supply side stanno prendendo forma in Europa da un paio di decenni pacificamente, senza colpi di stato e civili scagliati giù dagli arei ad alta quota come si faceva in Argentina. Tutte politiche in cui siamo immersi in Europa ancora oggi nella pandemia, anche se si proclama il contrario e si fa credere che la mutualizzazione del debito durerà per sempre. Ma non perché si invereranno quelle giuste politiche espansive della domanda e dei salari che sole possono estinguere il debito con la crescita economica. Dopo la valanga di moneta a pioggia che Stati deboli e divisi come l’Italia, per esempio, non sapranno implementare e così non eviteranno né la crisi economica continua, né l’aumento del debito, esso sottoporrà tali Stati alle condizioni di Maastricht e di Lisbona, ché tutte rimangono intatte con l’Esm (il cosiddetto Mes) e il Next Generation Eu, come si vedrà nel 2023.

Continuerà così la deflazione secolare à la Hansen. Essa si fondava e si fonderà ancora sul fatto che le economie industriali mondiali, colpite da squilibri legati all’aumento della propensione al risparmio e alla diminuzione a investire, si trovavano e si troveranno nel contesto di una crisi demografica che continua da un trentennio in Europa e che via via si estende e si estenderà a tutto il mondo (anche in Africa, per esempio, il tasso di fertilità delle donne scende inesorabilmente da tempo appena l’età scolare femminile aumenta). Da ciò la discesa del risparmio, della crescita e dell’inflazione, con tassi d’interesse reali che tendono e tenderanno, se non si inverte la rotta, come vorrebbero fare le cuspidi Usa con la Fed di Powell e il Tesoro in mano alla Yellen, allo zero e al sotto zero.

Di qui derivano le politiche monetarie espansive delle banche centrali e le guerre valutarie in un gioco a somma zero, poiché tali oscillazioni spostano la domanda da un’area all’altra, ma senza aumentarla a livello globale. La consapevolezza del coordinamento internazionale per evitare un ricorso eccessivo e controproducente alle politiche monetarie e decidere insieme le politiche fiscali è ciò che sta crescendo via via, con la cooperazione tra le banche centrali sotto la potentissima spinta della Fed e della Banca d’Inghilterra e della banche centrali australiana e canadese. La Bce, con l’americano Mario Draghi, che si è opposto ai tedeschi ormai anni or sono, fu spinta anch’essa verso questa politica. Ma ora con la pandemia le spinte a ricadere nella deflazione secolare non più contrastata – anche se solo a livello monetario e non con i doverosi investimenti in capitale fisso e invece che con la pioggia di sussidi inutili e dannosi – si accentuano inesorabilmente.

È vero: le politiche monetarie di questi ultimi anni sono intese dalle banche centrali come espedienti di breve termine, non necessità di lungo termine. Ma il problema reale è che esse vedono sempre più diminuire i loro effetti concreti, aumentando i pericoli delle bolle speculative per eccessiva propensione al rischio di leva finanziaria. Se una maggior cooperazione tra nazioni sulla politica fiscale e tra banche centrali su quella economica è inderogabile, ebbene, altrettanto inderogabile è fuoriuscire dai paradigmi della supply side economy, ossia dei bassi salari, della continuità della tendenza alla caduta del tasso di profitto combattuto solo con la crescita della rendita finanziaria, trasformando così sempre più le imprese industriali in conglomerati finanziari destinati al crollo (il caso General Electric è esemplare e destinato a essere un case study duraturo).

Ma, nonostante la crisi, in corso in tutto il mondo e in Europa in particolare, la politica economica dominante nell’Ue è ancora quella della supply side economy. E questo nonostante lo strombazzare che si fa sulla monetarizzazione del debito e la valanga di liquidità che si riverserà sugli Stati – ossia sistemi politico-partitici – più o meno capaci di finanziarsi secondo le regole della good governance e con lungimiranza. 

Il caso italico rimarrà nella storia per l’incapacità conclamata di investire i denari che sarà possibile impiegare: per incuria, incapacità di programmazione, per mancanza di coordinamento e – speriamo che così non sia – per possibili gradi di corruzione più elevati di quelli tedeschi, ormai evidenti a tutti con i casi dieselgate, Wirecard, Deutsche Bank, ecc. Ma gli alti tassi di indebitamento sono sostenibili solo con la creazione di tassi di crescita del capitale e quindi dei salari più alti di quelli del debito: se così non si farà si ricadrà in un aumento del debito pauroso. Ebbene: se dinanzi a ciò – che mi pare sarà la situazione futura, viste le coalizioni di governo italica e spagnola e francese – si penserà che la cura dovrà essere ancora quella della supply side economy, ossia il restringimento della domanda con l’abbassamento dei salari e delle pensioni, allora sarà la catastrofe, la deflagrazione del mondo come sino a oggi abbiamo conosciuto. E ciò che abbiamo visto con la pandemia non sarà che l’anteprima di una serie di scene apocalittiche. 

È inevitabile: non vi sono mai state evidenze empiriche che avvalorino la tesi secondo la quale una diminuzione delle imposte, stimolando l’offerta, possa far crescere l’attività economica al punto tale da compensare il minor introito fiscale e non vi è prova empirica che il liberismo sregolato stimoli la crescita a lungo termine. Del resto, gli stimoli all’offerta non agiscono mai positivamente sulla domanda.

Si ricordi la Reaganeconomics: la diminuzione dell’inflazione durante i primi anni di presidenza Reagan era attribuibile alla politica monetaria e non certo alla politica fiscale. Insomma, solo un aumento del tasso di profitto capitalistico, dei salari, della domanda interna, così come del commercio internazionale in un’economia multilaterale – con solo protezionismi selettivi e mirati e temporanei – può stimolare la crescita.

È tutto il contrario di ciò che si fa e si vuol fare in Europa. Il Recovery Fund e tutte le politiche di mutualizzazione del debito non sono che un velo, un artificio per oscurare le vere politiche già operanti a livello continentale dalla creazione dell’Ue e che si vogliono rimettere in moto apertamente dopo il 2022 e dopo il 2023. L’incapacità governativa di fare alcunché, qualsiasi cosa normale, semplice, fondata sull’etica del lavoro e sulla conoscenza del lavoro, sono, come si diceva quando eravamo bambini secoli or sono, “una scusa per fare tutto sbagliato e così giustificare l’orco che arriva”.

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