SCENARIO/ Le prossime sfide (e i rischi) di Draghi tra ddl Zan e Cina

- int. Antonio Pilati

L’ostinazione del Pd nel volere il ddl Zan si rivela un attacco alla società italiana nel momento più difficile. M5s prende ordini da Pechino ma si sta spappolando

letta salvini
Enrico Letta e Mario Draghi sullo sfondo (LaPresse)

Draghi è in Senato, dove rende le comunicazioni in vista del Consiglio europeo. Ma tutti aspettano di sapere che cosa dirà sul ddl Zan dopo la Nota del Vaticano. “Lo Stato italiano è laico”, il parlamento è libero, ci sono vagli di costituzionalità per le leggi dello Stato. È una boccata di ossigeno per tutti: per i fautori del ddl, che vedono nella ribadita laicità dello Stato una risposta all’ingerenza della Santa Sede. E per i contrari, che nel principio di laicità vedono ribadite le garanzie del pluralismo. Ora però Pd, M5s Leu e Iv vorrebbero calendarizzare la norma al Senato. Dove il ddl rischia di non avere i numeri.

Antonio Pilati, saggista, ex componente dell’Agcom e dell’Antitrust, e autore de La catastrofe delle élite, sembra apparentemente parlare d’altro. “La politica internazionale è il fondamento su cui si decidono le formule di governo e le coalizioni dei partiti. Ma alla base dell’azione di governo c’è un visione della società: sei al governo perché hai un’idea di società che vuoi promuovere” dice al Sussidiario.

Il parlamento è libero, ma alcuni partiti soffrono più di altri.

Draghi andrà avanti lo stesso, perché ha una legittimazione internazionale che supera questi intoppi, ma il fatto che sul versante sinistro dell’unità nazionale si aprano problemi così forti non è indifferente.

Ricapitoliamo. Dove sta il punto?

Il Pd e il M5s sono entrati in una crisi profonda e drammatica. Del Pd abbiamo detto più volte: non solo Letta ha confermato la gestione Zingaretti e i suoi errori; il suo appoggio cieco e totalizzante al ddl Zan, unito alla sponda filocinese rappresentata da M5s, creano problemi sempre più gravi in due pezzi fondamentali del meccano politico.

Prendiamo il ddl Zan. Siamo uno Stato laico, ha detto Draghi, che però ha rinviato il problema al parlamento. Sta sottovalutando la situazione?

Non ho elementi per dirlo. Però non credo che Draghi, che ha ottimi rapporti in Vaticano, si faccia trovare impreparato.

Che cosa intende?

L’Italia è una nazione storicamente cattolica e la famiglia è sempre stata il cuore dei rapporti sociali. Da una ventina d’anni a questa parte si è però affermata con prepotenza un’ideologia che pone l’individuo al centro della vita, e questo individualismo è diventato la misura di ciò che è socialmente ammissibile. Il ddl Zan è il tentativo di affermare nella vita pubblica quest’ideologia, basata sulle pulsioni individuali, al posto di una visione centrata sulla famiglia. Gli obblighi educativi che il ddl impone sono in ciò molto significativi.

Questo discorso dove ci porta?

Siamo davanti a un tornante fondamentale. È in gioco la libertà di espressione, ma anche il modo in cui il mondo politico intende i valori della comunità di cui vuole organizzare le istanze. È per questo che la Chiesa ha deciso di mandare un segnale.

Un segnale “interventista” che ha spiazzato molti cattolici e che il Pd e i suoi elettori, cattolici e non, probabilmente non si aspettavano.

Per il Pd è un cortocircuito serio. Il Partito democratico è figlio del Pci, che aveva tra i suoi assi strategici il rapporto con il mondo cattolico, e della sinistra Dc. I valori familiari sono parte fondamentale della sua storia culturale. La difesa a oltranza del ddl Zan sancisce la sua trasformazione compiuta nel partito radicale di massa profetizzato da Del Noce. Fa specie che il punto conclusivo di questa parabola lo marchi un politico di formazione cattolica come Enrico Letta.

Il ddl Zan sarà probabilmente modificato, ma andrà avanti. Chi ci perde di più? La Chiesa o il Pd?

Smontare l’assetto profondo delle relazioni sociali non è molto saggio in un momento come questo. Siamo in una situazione difficile e complessa. C’è la pandemia, c’è una crisi economica grave. Il nostro debito pubblico è al 160% del Pil e la nostra crescita da più di un decennio è molto debole. Prima o poi cesserà l’acquisto dei nostri titoli di Stato da parte della Bce. Ci sono le riforme da mettere a punto per ammodernare lo Stato e acquisire i vantaggi economici prospettati. Andiamo incontro a una fase in cui saremo sottoposti a una pressione fortissima.

Dove vuole arrivare?

Mi chiedo: perché il Pd si è votato a questa battaglia, in un momento in cui è evidente che bisogna unire la società anziché dividerla e indebolirla?

E cosa risponde?

Il Pd non sembra avere percezione della posta in gioco. Andrà ancora più in crisi.

Veniamo alla spina M5s. Immagino che in questo caso sia più un problema di relazioni politiche internazionali.

Certo. L’appoggio forte e amichevole degli Stati Uniti è fondamentale per rafforzare la nostra posizione internazionale e trovare una via d’uscita dalla crisi. Per questo non possiamo permetterci incertezze e ambiguità.

Che invece sono evidenti nel comportamento di Grillo e Conte.

Non è un problema di comportamento, ma di schieramento. Al G7 Draghi ha ridefinito la posizione dell’Italia: siamo un paese strettamente alleato di Washington. Per tutta risposta, con la convocazione all’ambasciata cinese del duo Grillo-Conte, Pechino ha detto: nella politica italiana ci siamo anche noi, abbiamo delle posizioni importanti e la forza per farle valere.

Una rivendicazione di potere all’interno del gioco politico italiano.

Infatti, secondo alcune fonti di stampa, Draghi si ripromette di superare il memorandum firmato con la Cina proprio per riaffermare la vicinanza agli Usa.

Cioè non si può fare una politica atlantista e metterla a repentaglio nello stesso tempo.

Appunto. Questa politica rimane a rischio nel momento in cui ci sono al governo dei ministri che da un lato sono consenzienti con Draghi, ma dall’altro sono fedeli adepti di Grillo, che è il più importante rappresentante di Pechino in Italia. È una contraddizione che andrebbe sciolta.

Come?

Andrebbero chiamati a decidere da che parte intendono stare, per esempio con una dichiarazione chiara, impegnativa. Draghi andrà avanti comunque, però potrebbero ripetersi situazioni imbarazzanti come quelle dell’ambasciata cinese, creando sconcerto negli alleati.

“Il governo Draghi fa politiche di centrodestra con una maggioranza di centrosinistra”: lo ha scritto Travaglio. È possibile che Conte lasci il governo all’inizio del semestre bianco?

Se decidessero di uscire, la formula dell’unità nazionale ne risentirebbe fortemente, ma credo che la difficoltà sarebbe superabile. Mi chiedo però se lo faranno.

I motivi non mancano: giustizia, licenziamenti, ambiente…

In politica contano i rapporti di forza e in questo momento mi pare che M5s sia molto debole, perché diviso al suo interno. La maggioranza degli eletti è governista, mentre i vertici hanno impegni con la Cina molto stringenti. Ma non credo che Grillo e Conte abbiano la forza di mettere in crisi una formula sostenuta dal Colle, dalla maggioranza dei partiti e dalla legittimazione internazionale di Draghi.

Quale sarà secondo lei l’esito di questa smagliatura interna alla maggioranza?

Il logoramento definitivo dei 5 Stelle. Il processo è già in atto. Grillo, garante della Cina, vuole continuare a controllare ciò che resta del partito. Si scontra con Conte. L’ex premier e la sua corte hanno un problema di ruolo, legato alla passata esperienza di governo, che Draghi ha man mano smontato. Conte non ha un pensiero, non ha una visione politica; senza il lustro che crede gli dia il ricordo del suo governo, non è più niente.

In previsione, qualcuno ha perfino ipotizzato una uscita dei 5 Stelle dalla maggioranza e un ingresso della Meloni al loro posto.

La politica è fragile, abbiamo davanti il semestre bianco, la scelta del Capo dello Stato e possibili elezioni politiche. Questo quadro può favorire azioni destabilizzanti, ma credo che la gravità della situazione economica e le pressioni degli alleati faranno da schermo. 

(Federico Ferraù) 

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