SCENARIO/ Lo scambio nascosto che riporta l’Italia nell’austerity

- int. Gustavo Piga

Con le risorse del Recovery fund si fornisce un aiuto all’Italia in cambio del suo ritorno alle regole Ue che l’hanno resa debole negli anni scorsi

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Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue (LaPresse)

Durante il Consiglio dei ministri di mercoledì sera, il Governo ha varato uno scostamento di bilancio da 25 miliardi di euro, contro i 20 ipotizzati nei giorni scorsi, che dovrà ora essere approvato dal Parlamento e che porterà il deficit su Pil di quest’anno ben oltre il 10%. L’esecutivo, con queste risorse, intende finanziare l’estensione della Cig, sostenere gli enti locali, varare altre misure di supporto all’economia tra cui decontribuzioni per assunzioni e rateizzazione al 2021 delle tasse il cui versamento è slittato a settembre. Per Gustavo Piga, professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, questo scostamento è necessario, dato che le prime risorse del Recovery fund arriveranno soltanto l’anno prossimo. “Dobbiamo quindi evitare che alcune imprese spariscano per sempre e che le famiglie vengano messe in difficoltà semplicemente perché non si è andati in loro soccorso. Non abbiamo purtroppo ancora una percezione chiara di quanto possano essere efficaci questi aiuti. Per esempio, la rateizzazione delle tasse da versare può dare un po’ di ossigeno, ma queste imposte andranno comunque pagate, non sono cancellate. Di fatto, quindi, la ripresa di fiducia, fondamentale per una ripresa degli investimenti, è più lenta e le difficoltà sono maggiori”.

Bisognava osare di più e fare più deficit?

Mi sembra evidente che c’è una sorta di cautela da parte del Tesoro, forse comprensibile dato il livello del nostro debito, finalizzata a far sì che il deficit non superi certe soglie. L’importante è che dopo queste misure di supporto di breve periodo fondamentali le risorse che arriveranno dal 2021 dall’Europa vengano usate per altro, perché le misure veramente potenti, di medio lungo termine, ovvero gli investimenti pubblici, ancora non hanno trovato spazio in tutti gli scostamenti di deficit fatti quest’anno.

In effetti non si vede traccia di investimenti…

E non ci sarà. Gli investimenti restano figli di un dio minore. Per fortuna l’Europa ci ha appena detto che dovranno essere invece la misura chiave per spendere le risorse del Recovery fund.

Dobbiamo allora considerare anche inefficace il Decreto semplificazioni per l’obiettivo di sbloccare le grandi opere?

Questo Governo ha scelto di portare il deficit oltre il 10% del Pil, ma senza spendere soldi per gli investimenti pubblici. Possiamo quindi sbloccare e semplificare quanto vogliamo le grandi opere, ma se manca la volontà di metterci le risorse non si muoverà nulla quest’anno. L’anno prossimo gli investimenti in infrastrutture diventeranno però fondamentali, visto che è l’Europa a chiederceli.

E a porre anche condizioni importanti. Ci vorranno progetti ben fatti.

Il tempo a disposizione consente di fare un buon lavoro. L’importante è capire fin da subito che questi progetti non sono facili slide che si fanno in poche ore con dieci economisti o consulenti, ma occorrono ingegneri, architetti e giuristi. Bisogna dotarsi delle squadre giuste di tecnici per presentare questi progetti e trovo interessante che una condizione che il Consiglio europeo ha posto è il rimando alle Raccomandazioni per ogni Stato membro fatte lo scorso mese di maggio.

Perché?

Perché se le si va rileggere si trova già la strada tracciata su dove dobbiamo investire le risorse. Sarà importante utilizzare una parte di esse per creare al più presto una squadra di acquirenti pubblici che gestiscano questi progetti così importanti in maniera rapida, efficiente e professionale. Bisogna puntare sulla capacità amministrativa di gestire questi progetti e spero che il presidente del Consiglio selezioni le persone migliori per questo compito, anche perché è proprio qui che potrebbero esserci le rimostranze di Olanda o altri Paesi sul fatto che non spendiamo bene i soldi. Ci vuole la migliore squadra possibile di tecnici affinché questi progetti siano scritti bene, siano presentati bene e non siano oggetto di contenzioso.

In questo senso si parla già di un braccio di ferro tra palazzo Chigi e Mef per la regia sulla gestione delle risorse del Recovery fund…

Non mi preoccupa tanto questa battaglia, quanto il fatto che si comincia già a parlare di utilizzare questi fondi non per investimenti pubblici. L’Europa è stata chiara, c’è una lista dettagliata su come devono essere usati i soldi, non ci sono molti margini.

La classe politica che in queste ore sta festeggiando e lanciando proposte su come utilizzare i 200 e passa miliardi che arriveranno dall’Europa secondo lei l’ha capito?

Lei sa quanto mi sono battuto contro le intrusioni europee e il fatto che non ci venisse lasciato spazio per gli investimenti pubblici, anche perché l’Italia non dimostrava di poterli fare bene. Ora l’Europa ci dà le risorse per fare gli investimenti, ma chiede anche di monitorare la loro qualità. C’è un sistema di controllo che, anche grazie al cosiddetto “super freno di emergenza”, può consentire ai Paesi frugali di bloccare tutto. Bisognerà prendere atto che non ci hanno dato solamente risorse per gli investimenti, ma che questi devono essere eseguiti con buona qualità di spesa. Il pacchetto è ben chiaro, occorrono entrambe le cose o salta tutto.

A questo punto si può considerare chiusa per sempre la pratica Mes?

Non se ne dovrebbe più parlare, ma semplicemente perché il Mes è stato sostituito da un’altra cosa che gli somiglia molto.

Da che punto di vista?

Basta chiedersi: come mai il Recovery fund non ha incontrato resistenze al differenza del Mes? Perché quest’ultimo forniva un aiuto sulla spesa per interessi, cosa che di fatto c’è anche nei prestiti del Recovery fund, ma c’era “il trappolone” delle condizionalità. Qualche cinico potrebbe vederla così: per far tornare l’Italia sul sentiero delle regole del Patto di stabilità non bastava il Mes, ma occorreva anche aggiungere i “grants” del Recovery fund. Detto questo, nello strumento appena approvato dal Consiglio europeo c’è una mina, o meglio un campo minato che non dà certezze.

A che cosa si riferisce?

Al fatto che l’Europa continua a insistere perché si torni alle stupide regole del Patto di stabilità che prevedono il pareggio di bilancio. Dunque c’è sempre la possibilità che in caso di difficoltà bisognerà applicare l’austerità. Come si può in questo contesto sperare di dare certezze a imprese e famiglie e a far riprendere investimenti privati e consumi? È assurdo dare aiuti per un anno o due e poi tornare a regole di prima quando le persone ci metteranno dieci anni a pensare che il mondo è tornato quello pre-Covid. Solo con una vera ripresa si potranno avere finanze pubbliche sane e si potrà tornare a parlare di convergenza verso bilancio in pareggio.

In buona sostanza è come se l’Europa ci desse il Recovery fund in cambio del ritorno alle regole sul bilancio in tempi che, com’è stato prospettato nelle scorse settimane da Valdis Dombrovskis, non saranno lunghi.

Sì, per avere questi soldi c’è un costo non piccolo da pagare: accettare di ritornare alle solite vecchie stupide regole. Questo è grave, perché è scritto chiaramente che con questa massa di investimenti pubblici si intende far riprendere gli investimenti privati. Ma questi ultimi dipendono da orizzonti di medio lungo periodo e occorrerebbe quindi lanciare segnali molto chiari sul fatto che per i prossimi dieci anni non ci saranno aumenti di imposte e riduzioni di spesa, anziché parlare di ritorno al pareggio di bilancio dal 2023, se non prima. Questo non lo si continua a capire in Europa e sarà la battaglia che si dovrà continuare a fare. Non dobbiamo dimenticare che una delle ragioni per cui oggi parliamo di Italia come maggior percettore delle risorse del Recovery fund è che si tratta del Paese che si è fatto trovare più indebolito di fronte a questa crisi perché veniva da un decennio di politiche folli che non gli hanno permesso di pensare a medio e lungo termine e rafforzarsi.

(Lorenzo Torrisi)

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