SCENARIO/ Mannino: se Draghi vuole contare, torni a fare come la Dc con Roosevelt

- int. Calogero Mannino

Il fallimento Usa in Afghanistan deve motivare Draghi ad impegnarsi subito per la politica estera e di difesa comune dell’Ue. Il nodo Germania

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L'Italia si appresta a prendere la guida della Nato in Iraq (LaPresse)

Per un politico democristiano come Calogero Mannino, più volte ministro, la stella polare rimane l’Europa. Certo i tempi di De Gasperi e Sforza non sono esattamente quelli di Draghi e Di Maio: di questo va ringraziato “il combinato disposto terroristico-giudiziario-politico che ha rovesciato la prima repubblica”. Si è sfasciato tutto, anche “il tessuto di una politica estera nazionale”, lo stesso che avrebbe dovuto supportare Draghi durante la caduta di Kabul e che invece non si è visto. L’evacuazione dei profughi non c’entra. “È mancato – dice Mannino – che gli facessero dire: nel momento di difficoltà siamo fedeli agli americani. Subito dopo, cercheremo spiegazioni e decisioni da condividere”.

Non crede che gli errori di Biden e le iniziative di Draghi abbiano aumentato improvvisamente la distanza del nostro governo rispetto agli Usa?

No, non lo credo. Non siamo gli unici, e penso innanzitutto alla Gran Bretagna di Johnson, ad aver avvertito un profondo disagio verso il modus operandi degli Usa, quello di mettere gli alleati storici di fronte al fatto compiuto. Adesso serve una riflessione più pacata e complessiva.

Si riferisce al merito della decisione, al ritiro dall’Afghanistan?

No, quello non è più discutibile. Gli Usa non ce la fanno più a sobbarcarsi l’onere della potenza imperiale che si è definita nel 1945. Basta andare a Washington al Cimitero di Arlington per comprendere che il tributo di vite umane pagate dal popolo americano non può aumentare. Siamo entrati in una fase storica diversa da quella del 1945 e l’impero americano, che non sussiste più, non può fare il “poliziotto” del mondo.

Dove sta allora il punto?

Gli Stati Uniti hanno affrontato una serie di crisi militari – Corea, Vietnam, Iraq e altri episodi del Medio Oriente – che si sono risolte negativamente, anche se lo hanno fatto con il supporto fedele e letale degli alleati, Italia compresa; basti pensare che l’Italia è ancora in Iraq e con impegni candidati ad aumentare. Sono fatti storici che dovrebbero essere considerati dagli Usa come atti di grande lealtà e amicizia.

Dunque non avremmo bisogno di analisi de sangue. E poi?

L’Italia è stata uno degli Stati della Nato impegnati sin dal suo primo momento storico. Ma l’unico italiano chiamato a fare il segretario generale della Nato è stato Manlio Brosio oltre 50 anni fa. È una situazione che appare strana, accanto ad altri aspetti non meno delicati.

Ad esempio?

Presente e iniziative in Italia di strutture e Servizi in posizioni “non amiche”.

Intanto però Biden ha detto che la sfida degli Usa è con Russia e Cina. Proprio mentre Draghi cercava di imbastire un G20 straordinario sull’Afghanistan di cui non si sa più nulla.

Se le notizie in proposito hanno un fondamento, il G20 straordinario è stata anche un’idea discussa da Regno Unito e Francia, sopratutto per affrontare il problema dell’esodo dei profughi. Il G20 di cui parla Draghi non ha ancora una data fissata ed un’agenda con un punto relativo all’Afghanistan. C’è il G20 di fine ottobre.

Vada avanti.

Potrebbe essere il tempo che serve agli Usa per riflettere più approfonditamente sullo scenario politico, ma sopratutto sull’insidioso problema che si va manifestando, cioè quello di possibili recrudescenze terroristiche. A questo riguardo l’Italia ha un doppio problema aperto: Libia e Tunisia. Dobbiamo vigilare bene.

Quindi il problema immediato è il terrorismo. Non Russia e Cina.

Certamente lo è il terrorismo, l’altro problema c’è ed è politicamente aperto. Infatti potrebbe accadere che alcuni effetti dell’uscita degli Usa dall’Afghanistan non tardino a manifestarsi, proprio rispetto a Mosca e Pechino.

Anche a Washington è lampante che l’America è uscita sconfitta. La democrazia non si esporta.

Tema complesso, da maneggiare senza superficiali approssimazioni. Si continua a ripeterlo, è vero, ma si ignora che è proprio quello che ha fatto Roosevelt: ha esportato in Europa la democrazia, che non c’era in Germania, Francia ed Italia, e possiamo continuare. Come? Con una complessiva strategia politica e culturale. Invece La permanenza degli Usa in Afghanistan era divenuta insostenibile perché alla gestione militare non è mai subentrata una gestione politica.

Torniamo a quella che fu strategia di Roosevelt per l’Europa. 

In essa entrarono il ruolo dell’Italia e delle forze politiche che si sarebbero presentate a gestire il dopo-occupazione militare, e segnatamente quello della Democrazia cristiana e del mondo cattolico. Consiglio la lettura della splendida biografia di Churchill di Andrew Roberts, che spiega benissimo i rapporti tra Churchill e Roosevelt tra le due conferenze di Teheran e Yalta (1943 e 1945, ndr). Il presidente americano gli fece capire che l’Italia era strategica e che un’Europa unita era necessaria.

Qual era il calcolo?

Un’ampia fetta dell’apparato inglese era contraria al mantenimento dell’unità d’Italia, alcuni ministri di Churchill volevano la sopravvivenza di un pezzo di monarchia. Visioni pericolose e senza senso storico. Churchill cambiò idea.

Perché l’Italia e il partito cattolico sarebbero stati necessari?

Per evitare, così pensava Roosevelt, che Francia e Italia facessero prima o poi una terza guerra mondiale. Roosevelt era anche convinto che nonostante tutto le “guerre di religione” in Europa non sarebbero terminate, senza l’unione sopratutto di Francia, Germania ed Italia, ovviamente sotto l’occhio inglese. Detto da uno dei maggiori esponenti della massoneria mondiale, si trattò non soltanto di un grande riconoscimento, ma di una scelta strategica che dovrebbe fare pensare ancora oggi. E, poi, a riflettere bene su tutte le implicazioni, si comprende meglio la svolta del 1992.

Si diceva di Draghi.

Anche in questa vicenda, e lo dico da tempo, Draghi consuma tutta la sua solitudine di numero primo.

Questa volta la solitudine dove sta?

Lo abbiamo visto un minuto dopo quel che è accaduto a Kabul: la reazione di Draghi è stata solitaria, non preparata e sostenuta dalle strutture istituzionalmente ordinate alla gestione del problema. Anche se l’esodo da Kabul – che è una cosa diversa – è stato gestito con grande efficacia.

Che cosa è mancato?

Che gli facessero dire: nel momento di difficoltà siamo fedeli agli americani. Subito dopo, cercheremo spiegazioni e decisioni da condividere. Partendo dal principio che rinunciare ad essere la sola potenza imperiale presuppone di mantenere con gli alleati rapporti migliori di prima.

A quanto si sa, le interlocuzioni di Draghi con la Cina e con la Russia sono a un punto morto.

L’interlocuzione con la Cina e con la Russia deve avere l’esclusiva dimensione della relazione politico-diplomatica, quindi propria della Farnesina: al presidente del Consiglio dovrebbe toccare la sintesi politica, non legata ad episodi e aspetti particolari.

Nel frattempo il problema resta.

Certo. Nel senso che si vanno ponendo un problema Cina e un problema Russia, ma non siamo alla terza guerra fredda. Anzi, proprio per evitarla non bisogna fare confusione e subordinare tutti gli aspetti contraddittori alla regola della chiarezza.

In concreto?

Mai come oggi risultano necessarie una politica estera comune dell’Ue e una politica di difesa comune. Qui il problema diventa delicato. Perché l’Italia è un soggetto protagonista della Nato, ma la stessa Nato è un tema in discussione.

Qualcuno ha parlato di “morte cerebrale”, forse non a torto.

De Gasperi tentò sino alla fine della sua vita di portare avanti la Comunità europea di difesa, un’iniziativa che nel suo primo momento aveva trovato la Francia molto disponibile. Ma erano governanti democristiani, e procedevano con De Gasperi e con Adenauer. Adesso il tema, a mio sommesso giudizio, è nuovamente sul tavolo.

Prima ha detto che Draghi è stato lasciato solo dalla Farnesina. Com’è potuto accadere?

In trent’anni di seconda repubblica si è dissolto il tessuto di una politica estera nazionale. Che noi democristiani siamo riusciti a praticare anche quando in casa c’era il più forte partito comunista d’occidente. Dal ’92 invece i politici italiani sono stati filo-Clinton, filo-Bush, filo-Obama e filo-50mila altre cose. Due capi di governo hanno avuto stretti rapporti, quasi a titolo personale, con Russia e Cina. Il “casellame” ha sfasciato l’Italia.

Che cos’è il casellame?

È stato il combinato disposto terroristico-giudiziario-politico che ha rovesciato la prima repubblica. Chi in tempi e situazioni normali dovrebbe essere uso ad obbedir tacendo, ha fatto quel che voleva. Per lo più ha fatto affari. Ogni attore che è andato a Pechino è diventato amico dei cinesi, ogni attore che è andato a Washington ha fatto lo stesso con gli americani. Si è spappolato tutto.

Si può ricostruire?

Servirebbe il realismo di De Gasperi. Aveva uomini che pur nell’anonimato e nell’apartheid del fascismo avevano maturato un’approfondita conoscenza del sistema internazionale. Tre in particolare, in quella che sarebbe stata la Dc: Guido Gonella, Mario Scelba e Gaspare Ambrosini. Ma aveva anche alleati esterni.

Vale a dire?

Attraverso Sturzo, De Gasperi entrò in rapporto con Carlo Sforza. Laico, importante esponente della massoneria ma amico di Sturzo, una volta rientrato in Italia fece per lui il ministro degli Esteri. Ed anzi questa nomina fu ragione di critica in Vaticano.

Di Maio non è Sforza. Da valutare se questo aiuti Draghi oppure no.

Di Maio va gestito. Si è manifestato migliore della sua prima immagine. Non è stupido ed è il miglior sterilizzatore di Conte. Draghi non ha certamente bisogno di nessuno se deve parlare con il Fmi o la Bce, ma sugli Esteri e la Difesa deve poter contare su strutture e uomini responsabili della linea d’insieme del governo, senza personalizzazioni velleitarie.

Chi vince in Germania?

È un problema. La candidatura preparata dalla Merkel (Armin Laschet, ndr) sembra non funzionare, almeno ai sondaggi attuali. Vedremo. Il candidato della Csu Markus Söder sarebbe stato probabilmente migliore. Tra i tanti meriti che la Merkel ha acquisito non c’è quello di avere costruito la successione. La debolezza di Cdu-Csu sta inducendo Spd e Verdi a ragionare tra loro. Non hanno accordi, ma ci stanno pensando.

Lo scenario di una vittoria dell’Spd come condizionerebbe la partita italiana?

Creerebbe moltissimi problemi. L’ultimo premier socialista tedesco, Schröder, oggi è un manager russo. È il retaggio, il residuo e la proiezione dell’Ostpolitik.

Dell’Ostpolitik? Ma è politica vaticana. Vuol dire Casaroli, Silvestrini.

Proprio quelli che hanno preparato la scissione della Dc.

E questo ridà fiato al partito mattarelliano?

Ma non c’è un partito mattarelliano. Mattarella è un presidente prestigioso del quale viene invocata la rielezione con l’obiettivo della stabilità politica attuale. Piuttosto, grazie alla decisione di Renzi, il Pd è ormai parte dell’Internazionale socialista. È soprattutto questo dato a ridare fiato al Pd, che sembrava spento sul piano internazionale. Mentre Cdu e Csu non trovano un partito corrispondente in Italia.

Nostalgie democristiane?

Occorre prendere atto che al momento attuale sul piano europeo, nonostante le iniziative di Berlusconi, il processo di definizione dell’identità programmatico-politica della Lega non è giunto da nessuna parte.

Dobbiamo prepararci a un altro settennato mattarelliano?

Per rieleggere lo stesso presidente della Repubblica devono essere tutti d’accordo.

La Lega non voterà mai Mattarella.

Questa, però, è un’altra intervista.

Dove ci porta l’intesa Draghi-Macron? Forse il cosiddetto Trattato del Quirinale non è per l’Italia il migliore dei mondi possibili.

In questa situazione politica è molto opportuno tenere stretto il rapporto di consultazione e collaborazione con la Francia nella speranza di ritrovare presto, con il voto, una leadership tedesca che permetta il triangolo capace di assicurare un minimo di fisionomia ad una politica europea che ne ha disperatamente bisogno. Covid e Pnrr hanno rappresentato un banco di prova importante, ora bisogna procedere ulteriormente.

Draghi vorrebbe parlare con Xi Jinping, ma il presidente cinese si nega da una settimana. Cosa dovrebbe fare il premier?

Se è così, prendere atto, in silenzio, che Xi tace.

(Federico Ferraù) 

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