SCENARIO/ Prodi: capitalismo o decrescita, senza un “arbitro” pagano i più deboli

- Romano Prodi

Le critiche di Rotman al capitalismo sono giuste. Ma non bastano le tecnologie per correggerne le storture. Tocca ai sistemi democratici regolare il mercato

prodi sardine
Romani Prodi (LaPresse)

Difficile essere in disaccordo con le critiche che David Rotman illustra nel suo scritto sulle ultime evoluzioni del capitalismo. Abbiamo troppo chiaro quanto le differenze di reddito e le ingiustizie sono aumentate nella quasi totalità dei paesi capitalisti, come sia stato calpestato il nostro pianeta e quanto sia stato messo alle corde il sistema del welfare.

Rotman giustamente conclude la sua analisi processando l’ossessione per la crescita che è stata la stella polare di molti governi e analizza, con dovuta cura, le tesi di coloro che ritengono che la decrescita debba essere l’obiettivo preferibile da parte dei paesi più ricchi. Rotman non ne condivide le conclusioni, propendendo piuttosto per l’accettazione di un sistema a lenta crescita, accompagnata dal raggiungimento degli obiettivi divenuti oggi prioritari come il miglioramento dell’ambiente e una più giusta distribuzione della ricchezza.

Come ho già in precedenza affermato, è difficile essere in disaccordo sulle priorità e sugli obiettivi elencati, soprattutto per quanto riguarda una maggiore giustizia sociale, una migliore protezione delle categorie più a rischio e una maggiore cura della casa in cui abitiamo.

Il problema sta nel come possiamo raggiungere questi obiettivi, dato che, se ci allontaniamo da essi, non è certo solo colpa della malvagità umana, ma del cattivo funzionamento di un sistema che dobbiamo assolutamente correggere. E lo dobbiamo fare con medicine che risultano amare per molti, soprattutto per le categorie che, essendo privilegiate, detengono una cospicua quota del potere.

Sgombriamo prima di tutto il campo dalla decrescita felice. Se la crescita sconsiderata porta a maggiori ingiustizie, la decrescita ne produce ancora di più.

Non solo la lettura dei libri di storia ci rende evidente come i periodi di crisi economica abbiano sempre colpito con maggiore durezza i più deboli, ma posso aggiungere, come mia personale esperienza che, negli anni di stagnazione, lo sforzo per equilibrare i redditi, per favorire l’ascensore sociale e per trovare un lavoro ai disoccupati sia infinitamente più arduo di quanto non possa avvenire negli anni migliori.

In secondo luogo, dobbiamo fare una riflessione sulle evoluzioni dei nostri sistemi politici in quest’ultimo periodo di tempo, che già supera di molto la durata di una generazione. Anche per colpa di errori precedenti, la dottrina costruita dal presidente americano Reagan e dalla prima ministra britannica Thatcher è diventata progressivamente maggioritaria in quasi tutti i sistemi democratici. Si tratta di una dottrina semplice, perché affida tutto al mercato e ritiene che ogni intervento di correzione da parte dello Stato sia inammissibile. Sono state, quindi, ovunque diminuite le aliquote fiscali per i contribuenti più abbienti e la finanza è diventata la protagonista dominante della vita economica.

È ormai quarant’anni che la bandiera vincente in ogni campagna elettorale è la diminuzione delle imposte: chi non la propone perde le elezioni, anche se molto spesso la maggior parte dei cittadini avrebbe interesse ad avere un sistema sanitario pubblico più efficiente o un ambiente più custodito, sapendo che questi obiettivi possono essere solo raggiunti attraverso l’aumento delle imposte, soprattutto da parte di coloro che si trovano nella classe di reddito più elevata.

Quest’osservazione ci obbliga quindi a constatare che sono le evoluzioni stesse del sistema democratico che hanno spinto a moltiplicare i risultati negativi che, sulla scia di Rotman, abbiamo ricordato in precedenza.

Bisogna però ammettere che anche le nuove tecnologie ci hanno messo del proprio. I grandi dominatori della rete (Google, Apple, Amazon…) hanno infatti accumulato ricchezze spaventose e, operando in tutto il mondo, riescono a non pagare imposte a nessuno.

Questo inedito incrocio fra le nuove tecnologie e il cattivo funzionamento della globalizzazione sta producendo dei nuovi dominatori che, se da un lato ci offrono servizi straordinari che tanto potenziano la nostra vita quotidiana, dall’altro dividono ancor più il mondo fra coloro che posseggono o che padroneggiano questi nuovi strumenti e coloro che sono invece confinati a svolgere lavori sempre meno specializzati o ne sono addirittura privi.

“L’immaginazione tecnologica” che Rotman propone come unica vera scelta per migliorare la vita e salvare il pianeta può raggiungere questi obiettivi solo se è guidata da un sistema democratico che ne regola il cammino e ne corregge gli eccessi.

Come in ogni competizione, anche nella gara per plasmare il futuro del nostro pianeta occorre infatti un arbitro. Se non vi è un arbitro, la competizione si trasforma in una rissa nella quale il più forte schiaccia il più debole.

Le democrazie contemporanee sembrano dimenticare questa semplice regola e faticano sempre più a raggiungere quello che dovrebbe essere il loro compito. Un compito molto semplice: quello di promuovere il progresso della maggioranza dei loro cittadini.

Il capitalismo non si salva se cresce molto o se cresce poco: si salva solo se è ben regolato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA