SCENARIO/ Sapelli: Draghi (finalmente) fa come gli Usa e sfida l’Ue

- Giulio Sapelli

La politica economica del Governo Draghi deve leggersi nel contesto complessivo delle vicende sia dell’Ue, sia degli Usa

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Guanti e mascherina (LaPresse)

La politica economica del Governo Draghi deve leggersi nel contesto complessivo delle vicende sia dell’Ue, sia degli Usa. Tra questo Scilla e questo Cariddi va compresa la vicenda italica odierna che si svolge nella crisi pandemica che colpisce nel ciclo economico tanto l’offerta quanto la domanda e la riproduzione della vita umana con la contaminazione da virus. 

Vediamo dal lato Ue che cosa succede veramente e significativamente: “Dall’inizio della pandemia la Commissione Ue ha approvato aiuti di Stato richiesti dai Paesi membri pari a 3.030 miliardi di euro. Il 52,5% degli aiuti approvati è stato notificato dalla Germania, il 15,3% dall’Italia, e il 14,4% dalla Francia. Seguono poi la Spagna, con il 5,6% dell’intera cifra di aiuti approvati dalla Ue, Polonia (2,1%) e Belgio (1,9%). Gli aiuti notificati dagli altri Stati membri si aggirano tra 0,01% e 1,5% dei 3.030 miliardi stimati”. Sono gli ultimi dati della Dg Comp, aggiornati al 6 aprile e quindi più ufficiali che mai. 

Da questo 6 aprile dovremmo finirla, se si fosse tra persone per bene, con la polemica tra sovranisti ed europeisti e tra liberisti e sostenitori dell’economia mista. E bisognerebbe smetterla di accusare come antieuropeisti coloro, come chi scrive, che sostengono che l’Ue è un gioco di specchi dietro le cui superfici riflettenti e deformanti si svolge e si continua a svolgere nel solco della storia il conflitto di potenza tra le nazioni e questo perché l’Europa non ha una Costituzione e uno stato di diritto. E in Europa consimile una Germania unificata non può che essere dominante. Punto e basta. Se si dice qualcosa di più si alimentano polemiche nazionaliste, che avvantaggiano solo le destre che sono presenti in tutti gli schieramenti politici e che si distinguono, in primis, per il loro rifiuto dell’economia mista e della mutualizzazione del debito. Su questa linea si traccia il discrimine tra destra e sinistra.

In questa prospettiva non si può guardare alle coraggiose e giuste misure assunte dal Governo Draghi se non pensando all’esempio virtuoso del capitalismo nordamericano e del suo establishment che si è, dall’inizio della pandemia, decisamente schierato per massicci aiuti di stato che sono ancor più potenti per il fatto che gli Usa, a differenza dell’Ue, dispongono di una banca centrale, la Fed. 

I singoli governi europei, invece, oltre agli aiuti della Bce, debbono ricorrere alle loro banche centrali dimenticando tutte le misure ordoliberiste e di restringimento del debito assunte sino a oggi. È una meraviglia vedere il ministro Franco, già severo Ragioniere generale dello Stato e impegnato in duelli con Matteo Renzi all’ultima arma per non far debito, varare ora – sotto lo sguardo attento del primo ministro Mario Draghi – una manovra tutta di “debito sano e buono” come ebbe a dire lo stesso primo ministro. Ecco la nuova richiesta di scostamento di bilancio presentata al Parlamento per 40 miliardi: risorse che saranno utilizzare per finanziare un nuovo decreto anti-crisi e un deficit a doppia cifra (11,8% del Pil) per il 2021, registrato nel Def

Nel 2021 la crescita del Pil programmata arriverà al 4,5% e nel 2022 è previsto che crescerà del 4,8%, per poi salire del 2,6% nel 2023 e dell’1,8% nel 2024 con tassi di incremento mai sperimentati nell’ultimo decennio. Il rapporto deficit/Pil salirà all’11,8% nel 2021, per scendere, per effetto della crescita così indotta, al 5,9% nel 2022, al 4,3% nel 2023 e al 3,4% nel 2024. Si prevede altresì che, partire dal 2025, il rapporto deficit/Pil tornerà a scendere sotto il 3%. Il rapporto debito/Pil è stimato al 159,8% nel 2021, per poi diminuire al 156,3% nel 2022, al 155% nel 2023 e al 152,7% nel 2024. 

Ecco confermato, da coloro che sino a pochi mesi orsono erano i guardiani dell’ortodossia, la tesi di Michal Kalecki – dimenticato ma insuperabile economista polacco e da chi scrive sempre considerato un indimenticabile Maestro – che ciò che conta è la relazione tra tasso di crescita del debito e tasso di crescita del capitale fisso, creatore di lavoro salariato e di profitto capitalistico, anziché di rendita finanziaria e di intermediazione improduttiva. È la politica annunciata da Janet Yellen, ora Segretario al Tesoro Usa, la quale ha fatto tesoro degli errori compiuti dopo la crisi del 2007-2008, quando si strinse la cinghia troppo presto e si precipitò non solo gli Usa ma il mondo in una crisi che poteva essere irreversibile.

Mi viene alla mente, ora che sono più vecchio di quanto lo fosse l’ultimo allievo al quale Kalecki raccontò la sua famosa favola sul debito (quel Kazimierz Laski che incontrai negli ultimi anni Ottanta del Novecento a Oxford in un seminario dedicato all’economista polacco), l’insegnamento in quella favola così elegantemente contenuto. La “favola di Kalecki” era quella che narrava, con una veridica fantasia che io non so imitare, come nella Polonia schiacciata sotto la dittatura militare di Jozef Pilsudski nelle campagne gli artigiani e i piccoli contadini riuscivano a tirare avanti grazie al credito dato a debito dalle piccole cooperative di credito cattoliche: “Tutto si fondava – diceva Laski – sul fatto di cui spesso discettava Kalecki, ossia che l’economia dello Stato è parte della macroeconomia e deve essere intesa ben diversamente dalla microeconomia, ossia l’economia dell’impresa e della famiglia. Se queste due ultime fanno debito falliscono e si spengono. Lo Stato no. Per questo esiste la politica economica”. 

Dopo tante sofferenze Federico Caffè sorride finalmente dal cielo. A Draghi e sodali tutto ora si può perdonare. 

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