SCENARIO/ Scuola, elezioni, Mes: quante trappole per il governo

- int. Guido Gentili

La scuola sarà la prima vera emergenza per il governo Conte, che ha di fronte altre insidie. Anche Zingaretti rischia molto su Mes, referendum e voto regionale

sondaggi politici
Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (LaPresse)

Riapertura delle scuole, rialzo dei contagi da Covid-19, schermaglie su referendum ed elezioni regionali, nodo Mes sotto traccia, Recovery plan da predisporre, emergenza economica ancora da sciogliere: sono tante le spine nel fianco del governo Conte, che ha davanti a sé un autunno carico di insidie e di problemi. A partire soprattutto dalla scuola, che “rischia di essere la prima vera emergenza – osserva Guido Gentili, editorialista del Sole 24 Ore –: in discussione non c’è solo il ruolo della ministra Azzolina. C’è in gioco l’intera cabina di regia ai massimi livelli del governo: la riapertura della scuola investe direttamente la sua tenuta, soprattutto se qualcosa dovesse andar male”. E in vista della tornata elettorale regionale, attenzione soprattutto all’esito del voto in Toscana, decisivo per Salvini e per il centrosinistra, Renzi incluso.

Si avvicina il 20 settembre e a tenere banco è sempre di più l’intreccio referendum-legge elettorale. Cosa potrebbe succedere da qui al 20 settembre all’alleanza giallo-rossa?

L’accordo di compromesso per la nascita del Conte 2 prevedeva il taglio dei parlamentari, accompagnato però da una nuova legge elettorale. Siamo arrivati a oggi e questa quadratura del cerchio non c’è. È vero, adesso si parla di sbarramento al 4%, ma la partita è ancora tutta da giocare. Manca una gamba del tavolo, la riforma elettorale, su cui anche Italia Viva è molto interessata, perché i sondaggi non la danno saldamente sopra la soglia del 4-5%. In più colpisce il fatto che sul tema della legge elettorale il premier Conte si mantenga molto silente.

Perché?

Perché rischia di essere un tema molto complesso e divisivo che si innesta in una fase in cui Conte deve gestire un rapporto già difficile con il M5s, a partire dal nodo della firma del Mes, che resta sotto traccia, ma che risulta ancora indigesta sia ai Cinquestelle che allo stesso Conte. E questa posizione resta un grosso problema per il Pd, che è compattamente schierato per accedere a questi fondi.

Potrebbe riesplodere il caso Mes?

Secondo me sì, soprattutto se lo si lega alla ripresa dell’emergenza sanitaria, visto che i fondi del Mes servirebbero proprio per i costi diretti e indiretti della sanità.

Il Pd potrebbe tornare sul No in caso di mancato via libera all’accordo sulla legge elettorale?

Al No ci credo poco, perché la bussola elettorale indica che il sostegno al Sì è prevalente e nessuno vuole sganciarsi. La stessa cosa vale per il centrodestra: il No potrebbe essere la mossa per cercare di ribaltare il tavolo, ma in realtà nessuno vuole forzare la mano. Ulteriore problema per il Pd, dove si annidano vaste aree di scontento, ma non tali da provocare il travaso dal Sì al No.

Ma la vittoria del Sì non sarebbe sostanzialmente la vittoria del M5s e soprattutto di Di Maio?

Certamente.

E in tal caso Di Maio potrebbe riprendersi il M5s e magari anche ambire a ruoli maggiori nel governo?

Per Di Maio questa è la partita. È il capofila del fronte del Sì e con una vittoria al referendum potrebbe guadagnare in termini di leadership.

Il 20 settembre si vota in sei regioni. In caso di sconfitta pesante dei giallo-rossi alle amministrative, magari anche a causa delle mancate intese elettorali tra Cinquestelle e il Pd, che cosa potrebbe succedere al Conte 2?

Premesso che va sempre tenuto sotto controllo l’evolvere della pandemia, una vittoria significativa del centrodestra alle regionali darebbe certamente fiato a chi vuole, come minimo, un rimpasto di governo, ma potrebbe addirittura preludere a un progressivo scivolamento verso una crisi di governo. Oggettivamente il combinato disposto referendum-voto regionale-incertezza sull’economia-ripresa del Covid darebbe uno scossone al governo.

Anche per Zingaretti il tornante del 20 settembre potrebbe essere decisivo?

Sì, per Zingaretti è un passaggio delicato.

Per le sorti del governo giallo-rosso a gennaio la regione chiave era l’Emilia-Romagna. Oggi?

Secondo me sarà decisiva la Toscana. Per due motivi: Salvini cerca qui la sua rivincita, anche se la partita si prospetta difficile, perché non è più ministro dell’Interno, però la sta giocando senza strappi e forzature. Conquistasse la Toscana, otterrebbe un risultato clamoroso.

E il secondo motivo?

Nel centrosinistra peserà il risultato di Renzi: se Italia Viva non dovesse raccogliere il 10%, anche per lui sarebbe un problema serio continuare nella sua sfida politica.

Con Zaia dato per sicuro trionfatore in Veneto e la possibilità di conquistare Puglia e Marche con Fratelli d’Italia, paradossalmente, in caso di vittoria larga, lo stesso centrodestra potrebbe trovarsi alle prese con nuovi equilibri interni. Verrebbe insidiata anche la leadership di Salvini?

Se la Lega dovesse conquistare la Toscana, Salvini vola. Nel caso la Regione resti al centrosinistra, assisteremmo comunque all’avanzata di FdI a scapito della Lega. Il trend è in atto da alcuni mesi e la stessa Meloni sta facendo di tutto per sganciarsi da un’idea di destra sovranista un tanto al chilo, come fino a poco tempo fa. Oggi è più attenta a riposizionarsi per essere più credibile come forza di governo in vista di un possibile showdown politico generale.

Il 14 settembre riapriranno le scuole, assicura il governo. Ma restano molti problemi da risolvere. Su questo tema, molto sensibile per milioni di famiglie, il governo rischia di pagare le incertezze della ministra Azzolina, sulla quale pende la prospettiva di una mozione di sfiducia che Salvini è pronto a presentare?

Il tema scuola rischia di essere la prima vera emergenza che dovrà affrontare l’esecutivo. Ed è riduttivo pensare che tutto sia colpa solo della ministra dell’Istruzione, che pure svolge un ruolo oggettivamente importante. C’è in gioco l’intera cabina di regia ai massimi livelli del governo: la riapertura della scuola investe direttamente la sua tenuta, soprattutto se qualcosa dovesse andar male.

Il governo è impegnato a preparare il Recovery plan, per poter utilizzare al meglio i 209 miliardi che l’Europa darà all’Italia. Ce la farà?

La Francia si sta preparando ad approvare il suo Recovery plan in questi giorni: come al solito gli altri paesi sono più tempestivi, mentre noi tendiamo sempre ad arrivare all’ultimo minuto. Abbiamo promesso di vararlo entro metà ottobre, ma dopo le lunghe chiacchiere legate prima alla presentazione del rapporto Colao e poi alle giornate degli Stati generali si è registrato un sostanziale stallo. Siamo arrivati con difficoltà al decreto Agosto, ora in calendario c’è la conversione in legge del decreto Semplificazione, tutt’altro che agevole visto che il tempo stringe ed è stata presentata una valanga di emendamenti. E nelle ultime due settimane si è imposta l’emergenza scuola. Non credo che si siano fatti grandi passi avanti sul Recovery plan.

I dati sull’economia sono ancora raggelanti, pur se qualche timido segnale positivo, soprattutto dalle imprese, sta arrivando. Che autunno sarà? È cambiato qualcosa rispetto alle previsioni fatte prima dell’estate?

Una reazione, anche abbastanza forte, delle imprese c’è stata, come mostrano gli indicatori sulla produzione industriale e gli ordinativi, però ha ragione Bonomi, il presidente di Confindustria, che qualche giorno fa ha ricordato come sulle grandi scelte – dagli investimenti ai contratti decentrati – sia rimasto tutto fermo, la direzione è tutt’altro che chiara. Bisogna dare risposte strutturali, non si può più galleggiare solo sulle politiche dei sussidi a pioggia o degli interventi spot, anche perché non avremo più spazi a disposizione, nonostante l’immensa quantità di deficit messo in campo.

Sulla ripartenza dell’economia finora le parole più forti le ha pronunciate Draghi al Meeting di Rimini. Saranno ascoltate?

Quello di Draghi può essere considerato “l’intervento dell’estate” per la sua incisività. A marzo aveva ricordato che davanti alla pandemia era giusto che gli Stati facessero debito; a Rimini il Draghi 2, naturale evoluzione di quell’intervento, ha ricordato la distinzione tra “debito buono” e “debito cattivo” e ha chiarito che è finita la stagione dei sussidi che non possono durare a lungo. Ora servono maggiore trasparenza nello spiegare verso quale rotta vogliamo andare e quali riforme strutturali vogliamo adottare, altrimenti il paese rischia di non avere prospettiva, soprattutto verso i giovani, su cui ricadrà l’onere di ripagare i debiti che stiamo accumulando. Non c’è alcun dubbio: le parole di Draghi andrebbero ascoltate.

Intanto il governo ieri ha dato il via libera unanime a Tim-Cdp per la rete unica a banda ultralarga…

Speriamo bene. C’è da augurarsi che da questa soluzione di compromesso nasca una governance che non spaventi gli investitori internazionali e che sia una soluzione che abbia le gambe per stare sul mercato.

(Marco Biscella)

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