SCENARIO/ Socci: Draghi non piace a certi poteri perché fa gli interessi dell’Italia

- int. Antonio Socci

Nel governo italiano ci sono due europeismi: quello di Draghi e quello del Pd lettiano. Il secondo è superato e perdente

governo dl capienze
L'aula del Senato (LaPresse)

Draghi rivendica un approccio pragmatico, ma forse è qualcosa di più del pragmatismo. Di certo il suo europeismo non è come quello di Enrico Letta, che non ha mai operato alcuna revisione della fede europeista “senza se e senza ma” che ha segnato il percorso storico della sinistra Dc e poi del Pd. Ne abbiamo parlato con Antonio Socci, giornalista e saggista, secondo il quale con il governo Draghi entriamo in una fase nuova, non solo per l’Italia e i suoi partiti ma anche per l’Europa in crisi.

Abbiamo scoperto che pragmatismo può voler dire fare da soli. L’ultima conferenza stampa di Draghi, in occasione del varo del Dl sostegni, è stata per molti versi sorprendente e come tu hai riportato, perfino Repubblica ha dovuto parlare di “inutili condiscendenze verso la Ue”. Che cosa sta succedendo?

Come in pochi avevamo intravisto, l’europeismo di Draghi è del tutto diverso da quello verboso, retorico, ideologico e sostanzialmente subalterno a cui siamo stati abituati dai governi precedenti. Avevano trasformato l’Europa in una religione, fatta di dogmi indiscutibili, a cui si deve obbedienza cieca. Che poi, in sostanza, significava desovranizzazione e sottomissione ai voleri delle cancellerie europee più forti, cioè Germania e Francia.

Adesso invece?

Invece quando Draghi – sia pure dopo la Merkel – afferma che la salute degli italiani viene prima della Ue, rappresenta una svolta culturale e politica straordinaria. Scopriamo che anche l’Italia, come già fanno gli altri, può stare in Europa difendendo i propri interessi nazionali. Speriamo che si vada avanti così.

L’Europa alla sua prima vera prova “bellica”, quella dei vaccini, è uscita sconfitta. Perché?

Perché è un carrozzone burocratico e per la grande crisi in cui si trova la sua leadership tedesca. Tutta l’operazione vaccini è stata gestita da Ursula von der Leyen, che impersona la guida tedesca dell’Europa ed è stata un disastro. A questo si aggiunga il fatto che la figura della Merkel è profondamente appannata. La Cdu sta perdendo colpi dal punto di vista elettorale e il Ppe, che ha rappresentato l’ortodossia tedesca al potere e il primato di Maastricht, si è snaturato completamente rispetto alle sue origini democristiane. Inoltre l’errore dell’Ue sui vaccini ha alla base tutti i limiti del mercantilismo tedesco.

Cosa significa, in relazione a quello che stiamo dicendo?

Trattare i vaccini semplicemente come una commodity da approvvigionare, alla stregua di un qualsiasi bene di consumo e non come una questione strategica, essenzialmente politica. Da cui una folle trattativa sul miglior prezzo e il “giallo” di contratti di acquisto che ancora oggi non sono pubblici, se non in minima parte.

Le scelte della Commissione però rivelano in ogni caso una chiara impronta politica.

Certo. L’idea che per far funzionare meglio l’Unione bisogna togliere prerogative agli Stati nazionali perché chi fa da solo fallisce ed è quasi un nemico dell’umanità. A parte il fatto che Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele non lo sono, adesso loro hanno i vaccini. E li ha perfino la piccola Serbia. E stanno vaccinando tutti: la tanto criticata Gran Bretagna di Johnson, su cui in Italia ne hanno dette di tutti i colori, sta sostanzialmente uscendo dall’emergenza Covid (ieri ha avuto 17 morti). Mentre la Ue ci è dentro fino al collo.

Il governo intende non solo approvvigionarsi dei vaccini esistenti, ma anche puntare su una produzione nazionale. Dunque è la mossa giusta?

Io penso di sì. Palù (presidente dell’Aifa, ndr) ha sottolineato che l’industria farmacologica italiana è storicamente all’avanguardia e ha le carte in regola per produrre un suo vaccino. Non è l’unica lezione della pandemia.

Che cosa intendi?

Abbiamo ceduto all’estero tante produzioni anche di semplici ausili come le mascherine ed è un errore che abbiamo pagato caro. Primo perché è deindustrializzazione, secondo perché quando arriva il momento ci siamo scoperti fragilissimi. Facciamoci trovare attrezzati per il futuro.

Non credi che quanto sta accadendo dimostri che perfino la salute è subordinata alla politica?

Vogliamo subordinarla all’economia? È la politica che deve fare le scelte. Chi ha i vaccini oggi? Chi fa politica, ha la vista lunga e investe in ricerca. Si guardino i grafici che paragonano gli investimenti nella produzione di vaccini. Tra Usa e Ue c’è un abisso. Rampini ha segnalato che in America perfino i quotidiani liberal riconoscono i meriti di Trump.

Come definiresti la fase italiana da cui siamo usciti, il governo Conte 2?

Un governo profondamente debole perché fatto appositamente per impedire agli italiani di votare e di mandare al governo il centrodestra. Si reggeva su due anomalie: il Pd, minoritario perché sconfitto nelle urne del 2018, e il M5s, dimezzato nel consenso alle europee del 2019. Un governo che rappresentava la minoranza nel paese poteva essere plausibile nel 2019 perché i numeri, in parlamento, li aveva. Ma dopo non più.

Dopo quando?

Quando è scoppiata la pandemia. Un governo che non rappresenta la maggioranza del paese come può prendere decisioni che vanno a incidere nel modo che abbiamo visto sui diritti costituzionali delle persone? Come può fare scelte decisive per il destino di tutti?

Si è a lungo discusso e scritto sul neo-autoritarismo del governo Conte.

Questo non lo so, però ricordo un’intervista al Corriere dell’allora presidente della Consulta. Cartabia, pur senza sconfessare il governo, diceva che “la Costituzione non contempla un diritto speciale per i tempi eccezionali” e autorevoli costituzionalisti, se ben ricordo, hanno sollevato forti dubbi sui Dpcm e sul Parlamento bypassato.

Non è solo un problema teorico?

No, perché puntare tutto sulle chiusure ha poi significato arrivare impreparati alla seconda ondata di ottobre: due terzi delle 100mila vittime di Covid hanno perso la vita da ottobre in poi. Se nella fase 1 si poteva concedere l’attenuante della sorpresa, nelle fasi 2 e 3 non ci sono attenuanti, come ha dimostrato il libro di Luca Ricolfi.

Un errore grave, tra i tanti?

Non aver fatto un piano vero per i trasporti alla riapertura delle scuole. Non aver fatto subito quei protocolli nazionali per le cure domiciliari (vedi Piemonte), che si sono dimostrati estremamente efficaci nel limitare i ricoveri e nell’abbattere la mortalità.

I partiti saranno vittime o protagonisti del governo tecnico guidato da Mario Draghi?

Non nasce come governo tecnico, ma come governo di unità nazionale. Pd, 5 Stelle e Leu volevano un governo politico, ma non sono riusciti a produrlo e Mattarella, chiamando Draghi, ha fatto un appello a tutte le forze parlamentari azzerando la situazione. Questo governo può rivendicare i precedenti del dopoguerra, 1945-47, e in parte l’unità chiesta al paese negli anni più bui del terrorismo. 

Non temi di fare questo paragone?

Assolutamente no, perché in un momento di emergenza come questo, a fronte di pochi grandi obiettivi – uscire dalla pandemia e salvare il tessuto produttivo del paese – visto che possono essere largamente condivisi, una unità nazionale è realizzabile. A maggior ragione sotto una guida esperta come quella di Draghi.

Tu hai scritto che un partito l’anima la può perdere, come dimostra la vicenda del Pd. Che cosa gli è accaduto?

Il Pd è un partito che si trova storicamente dentro una contraddizione colossale, come ha spiegato Cacciari. È nato abbracciando l’ideologia di Maastricht, ma pensando che fosse compatibile con la bandiera della difesa dello stato sociale in Italia. È successo l’esatto opposto, perché l’applicazione dell’ideologia di Maastricht – la moneta unica, le privatizzazioni, l’introduzione della precarietà lavorativa, la riforma delle pensioni e molto altro ancora – ha indebolito e impoverito il paese, che non cresce da anni. Il Pd ha applicato le politiche di Bruxelles spesso governando senza aver vinto le elezioni, cosicché ha avuto più la fiducia delle cancellerie europee che quella degli italiani.

Adesso i dem si sono dati un nuovo segretario. Letta può sciogliere questa contraddizione?

Letta rappresenta alla perfezione il Pd allineato a Bruxelles. 25 anni fa scrisse un libro, Euro sì. Morire per Maastricht, dove un capitolo era intitolato, se ben ricordo, “Elogio dei parametri”. Mi pare che lui sia ancora fermo lì, senza revisione critica, mentre oggi si dovrebbe misurare il disastro economico che quell’ideologia e quelle politiche hanno prodotto in Italia. Inoltre oggi, con la tempesta Covid – e già prima con il Qe di Draghi – quell’Europa del rigore teutonico non esiste più, quindi Letta mi pare una scelta anacronistica.

Eppure il Patto di stabilità è soltanto sospeso.

Ma se 25 paesi su 27 sono fuori dal Patto, vuol dire che qualcosa non va ed è questo il problema che va affrontato e risolto. Nella conferenza stampa di venerdì Draghi ha affermato: “C’è in gioco la salute, non è il momento di pensare al Patto di stabilità, e comunque le regole cambieranno”. La Lega ha capito che i tempi stavano cambiando, per questo ha scommesso su Draghi. Il Pd mi pare che non lo abbia ancora capito. Adesso gli effetti della pandemia e l’indebolimento della leadership tedesca vanno ad aggiungersi alle contraddizioni insite nella moneta unica.

Tema ancora intoccabile, quello della religione monetaria?

Cito una frase: “L’euro può durare nel lungo periodo come moneta unica europea solo se i Paesi che l’hanno adottata daranno vita a uno stato federale” (..) “Una moneta senza Stato può durare fino a un certo momento ma poi c’è bisogno di uno Stato e di un’unione di bilancio”. Non lo ha detto un cosiddetto sovranista, ma Ignazio Visco il 21 febbraio scorso. Un “disfattista” in compagnia di numerosi premi Nobel.

Quindi?

Quindi siamo in mezzo al guado. L’unione di bilancio è esplicitamente esclusa dal TFUE ed è una cosa a cui la Germania ha sempre detto e sempre dirà Nein, nel modo più assoluto. Lo ha ripetuto la Merkel nell’intervista al Guardian all’inizio del semestre di presidenza tedesca: “uno Stato nazionale sarà sempre in grado di rivendicare particolari poteri a meno che tutti i poteri non siano trasferiti alle istituzioni europee, cosa che certamente non accadrà”. Metti insieme le due dichiarazioni e capisci che l’irreversibilità dell’euro non esiste affatto. 

Qual è il tuo scenario?

Con la situazione che si è creata, con i debiti pubblici che sono esplosi, con i parametri che sono diventati inosservabili, è chiaro che si dovrà arrivare prima o poi a un ripensamento profondo dell’Unione. 

Qui torniamo a Draghi. L’ex presidente della Bce da palazzo Chigi ha fatto alcune mosse che sembrano tutelare l’interesse nazionale italiano. Al tempo stesso il suo passato sembra legittimare una direzione opposta. Che ne pensi?

In politica il passato non fa mai testo: Andreotti, il politico della corrente più a destra della Dc, fu chiamato a fare il governo con il Pci. C’è una cosa importante che tutti i suoi avversari trascurano: Draghi non ha un passato da politico. Quando gli si rimprovera di avere partecipato da protagonista alle privatizzazioni degli anni 90, si dimenticano due cose fondamentali.

Quali?

La prima è che a quell’epoca tutti i partiti erano per le privatizzazioni. La seconda è che Draghi, da alto funzionario, doveva eseguire ciò che il governo aveva deciso. E a dimostrazione della sua capacità di cogliere i problemi veri e individuare soluzioni anche innovative va ricordato il suo formidabile mandato alla Bce, dove ha trovato il modo di finanziare gli Stati “aggirando” i Trattati e al prezzo di uno scontro durissimo con i falchi tedeschi.

Prevedi uno scontro tra Draghi e l’ortodossia europea?

Non lo sappiamo. Se però aggiungiamo quello che ha scritto sul FT nel marzo 2020 e il suo discorso al Meeting, abbiamo di nuovo un Draghi che si dimostra straordinariamente capace di cogliere i problemi prima di tutti e di affrontarli con strumenti nuovi.

Entreremo nel Recovery, uno strumento, come il Mes, basato sulle condizionalità. Però stavolta l’obiettivo non è la ristrutturazione del debito, ma ridisegnare un intero modello di società. Non è troppo?

Effettivamente è un problema. Il Recovery è l’ultimo prodotto di un dirigismo europeo molto preoccupante e su di esso gravano una serie di incognite non indifferenti, non si sa neppure se riuscirà realmente a partire: dovrà essere ratificato da tutti gli stati della Ue. E poi sarà possibile, come hanno detto di voler fare alcuni paesi, prendere soltanto i capitoli a fondo perduto? Da questo punto di vista, Draghi potrebbe essere la persona migliore per usare lo strumento al meglio del nostro interesse nazionale. Di infrastrutture l’Italia ha bisogno e qualcosa di buono senz’altro si può fare.

Su lato vaccini, invece, vedi andare a buon fine l’operato del governo?

Il governo Draghi sta cercando di recuperare il tempo perduto dalla Ue e dal precedente esecutivo. Purtroppo siamo in un ritardo disastroso e occorre un impegno massimo di tutti perché questa pandemia ogni giorno ci sta costando tantissimo in vite umane e in costi economici e sociali.

(Federico Ferraù)

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