SCENARIO/ Taglio parlamentari e referendum, la doppia “sconfitta” di Governo e Lega

- int. Enzo Cheli

Secondo l’ex vicepresidente della Consulta “andrebbe messo in Costituzione il divieto di fare leggi elettorali nell’ultimo anno di vita delle camere”

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Bagarre in aula al Senato (LaPresse)

Un “terremoto istituzionale” di cui approfittare per rendere più snello il nostro parlamentarismo. Enzo Cheli, costituzionalista ed ex vice-presidente della Consulta, dice di avere dei dubbi su come è stata fatta la riduzione del numero dei parlamentari, che prevede la riduzione di 230 deputati e 115 senatori. Però “la riforma verrà approvata e questo è il dato di fatto da cui partire”. Approvato il taglio dei parlamentari, va fatta subito la nuova legge elettorale. Ma tocca alla responsabilità delle forze politiche non usarla per far cadere il governo. Piuttosto, secondo Cheli, “andrebbe messo in Costituzione il divieto di fare leggi elettorali nell’ultimo anno di vita delle camere”.

Professor Cheli, la riforma sta per affrontare la quarta e ultima lettura. Che cosa ne pensa?

Di riduzione dei parlamentari si parla ormai da anni. Può essere un passaggio utile se è fatta per migliorare la funzionalità del parlamento e la sua capacità decisionale, e non, come si sente dire, per ridurre i costi della democrazia.

Con 115 senatori in meno la nostra camera alta può ancora funzionare?

Dipende dalle funzioni che vengono attribuite. In una situazione completamente diversa dalla nostra, sia per popolazione che per forma di governo, il senato nordamericano ha cento componenti. Tutto dipende da come si organizzano gli equilibri istituzionali.

E lei è fiducioso?

Sì, credo che con un numero ridotto di parlamentari le due camere possano funzionare meglio. Occorre però trarre bene le conseguenze di questa decisione sulla quale mi pare non si sia riflettuto abbastanza.

Cosa bisogna fare?

Partiamo da un dato oggettivo: questa riduzione dei parlamentari è giunta al traguardo, si possono avere dei dubbi su come ci siamo arrivati e io ne ho. Però verrà approvata e questo è il dato di fatto da cui partire.

Dunque indietro non si torna. Quindi?

Per avere il meglio dalla riforma, o per contenere il peggio, altre due riforme sono necessarie e vanno fatte il prima possibile: una è la legge elettorale, l’altra è la modifica dei regolamenti parlamentari.

Partiamo da questi ultimi.

Occorre riorganizzare le commissioni. O diminuendone il numero, o ridefinendo la presenza minima dei commissari nelle commissioni.

Però è la legge elettorale a tenere alta la soglia dell’attenzione. Perché va cambiata?

Perché cambiando il numero dei collegi, i collegi vanno ridisegnati. Con meno parlamentari aumenta il peso rappresentativo del singolo parlamentare, ma si riduce la sua capacità di rappresentare gli elettori.

Torneremo al sistema proporzionale?

Penso che sia la strada giusta; senza però arrivare a un proporzionalismo puro, che aumenterebbe il frazionamento delle forze in campo. La legge Rosato prevede un sistema misto, per due terzi proporzionale e per un terzo maggioritario. Se si introduce una soglia di sbarramento sufficientemente elevata, il maggioritario si può togliere del tutto. Altrimenti si può dosare diversamente il sistema misto.

Quale soglia di sbarramento suggerirebbe?

Una soglia piuttosto alta, il 5%. Basterebbe a impedire il frazionamento eccessivo del sistema.

Dunque non può esserci taglio dei parlamentari senza riforma della legge elettorale. Però la nuova legge elettorale potrebbe abbreviare la vita del governo.

Questa è una delle possibili patologie del nostro sistema politico. Si può curare solamente attraverso una migliore cultura degli interessi generali. È chiaro che se si adoperano le riforme costituzionali e le riforme elettorali per vincere la prossima battaglia invece che per fare il bene del paese, si arriva facilmente allo scenario che lei prospetta nella sua domanda.

Si può scongiurarlo?

Mi auguro che ci sia abbastanza responsabilità per evitare il gioco di fare la nuova legge solo per far cadere il governo e andare al voto.

E tuttavia va fatta adesso.

Sì, perché non si può non avere una legge elettorale vigente e funzionante. Si deve sempre poter votare. Aggiungo che a mio avviso andrebbe messo in Costituzione il divieto di fare leggi elettorali nell’ultimo anno di vita delle camere. Bisogna separare il momento in cui si decide la legge elettorale dai sondaggi e dalle previsioni della vittoria. Solo in Italia si adopera la legge elettorale per vincere le prossime elezioni o per determinare la sconfitta degli altri.

Ammettiamo che si torni al proporzionale nel modo da lei auspicato. Ogni sistema elettorale ridisegna il sistema politico. Che cosa ci aspetta?

Un sistema elettorale con un’alta soglia di sbarramento dovrebbe rispecchiare in modo abbastanza corretto le forze in campo, che oggi si articolano in tre poli fondamentali: un polo indefinibile tra centro e sinistra, un polo di sinistra e un polo di destra. Con un orientamento duplice, verso destra e verso sinistra, all’interno di ciascuno dei tre poli. La clausola di sbarramento metterebbe fuori gioco le forze minori, cioè quelle che hanno una capacità di ricatto ma non un’effettiva rappresentatività del paese.

Cosa pensa del tentativo della Lega di arrivare a un sistema totalmente maggioritario abrogando mediante referendum la quota proporzionale del Rosatellum?

Difficilmente a mio giudizio la Corte Costituzionale potrebbe giudicarlo ammissibile. Il referendum farebbe cadere la parte proporzionale della legge Rosato, ma la legge di risulta, ove il referendum fosse accolto, non sarebbe autoapplicativa. Mancherebbe la ridefinizione dei collegi plurinominali in collegi uninominali e per farlo serve una legge apposita.

E se per ipotesi la Corte giudicasse ammissibile il referendum?

In tal caso il referendum promosso dalla Lega interverrebbe sul Rosatellum, cioè su una legge elettorale ormai superata dalla nuova legge elettorale richiesta dal taglio dei parlamentari. La nuova legge annullerebbe la precedente e con essa anche il referendum ad essa relativo.

Dal caso Savona del maggio 2018 alla gestione dell’ultima crisi di governo: non ritiene che siamo in un presidenzialismo di fatto?

No. L’operato del Quirinale è stato una corretta interpretazione del modello costituzionale. Quando la Costituente scelse il regime parlamentare, introdusse subito delle correzioni per evitare gli eccessi dell’assemblearismo. E queste correzioni sono due: i poteri particolari, non formali, che sono affidati al Capo dello Stato, e la presenza di una Corte costituzionale che ha il controllo sulle leggi del Parlamento.

Il nostro parlamentarismo è in grado di far fronte alle nuove sfide poste dalla globalizzazione, dai mercati e dall’Unione Europea?

Tutto dipende dalla qualità delle persone che esercitano i poteri e dal livello culturale e del senso di appartenenza democratica che un paese ha. Molto spesso il malfunzionamento non va attribuito al modello, ma agli uomini che non sanno usare le istituzioni che possiedono.

Se la sentirebbe di dare un voto a questa classe politica?

Salvo poche eccezioni è assolutamente insufficiente.

Sono gli stessi politici che si accingono a fare le riforme di cui abbiamo parlato.

Purtroppo è così. D’altra parte la nostra classe politica non è uscita dalla testa di Giove; è quella che ci siamo scelti. E il corpo elettorale, se vuole, può sempre scegliere diversamente.

(Federico Ferraù)

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