SCENARIO/ “Tasse, Germania e inflazione, i nuovi problemi di Draghi”

- int. Guido Gentili

L’Istat stima un forte rimbalzo della crescita nel 2021 e 2022. Ma resta da giocare la partita difficile delle riforme. Ecco perché Draghi non andrà al Quirinale

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Il presidente del Consiglio, Mario Draghi (LaPresse)

“Uno sostenuta crescita” del Pil italiano: a prevederla è l’Istat sia per il 2021 (+4,7%) sia per il 2022 (+4,4%), numeri migliori di quelli indicati dal governo nel Def. A trainare la ripresa, sempre secondo l’Istat, sarà soprattutto la domanda interna (+4,6%), in uno scenario che “incorpora gli effetti della progressiva introduzione degli interventi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza”. Il ministro della Pa, Renato Brunetta, si spinge addirittura più in là: “Siamo alla vigilia di un boom. Il rimbalzo, come tasso di crescita del Pil, sarà più vicino al 5% che al 4% previsto. E forse persino qualcosa più del 5%”. Dopo i buoni segnali sulla fiducia di imprese e famiglie e le parole di Draghi sull’Italia “viva e forte”, è tornato davvero l’ottimismo? “Che siano tornati ottimismo e fiducia è un fatto – osserva Guido Gentili, ex direttore del Sole 24 Ore e oggi editorialista de La Prealpina – perché già nei giorni scorsi vari organismi, italiani e internazionali, presentando le loro stime, erano tutti concordi nel prevedere una risalita, come da anni non si vedeva, della fiducia sia delle imprese che delle famiglie. Un ottimismo già confermato anche dai dati sulla produzione industriale di aprile. Tanto che il +4,5% ipotizzato dal governo è oggi la soglia minima di un rimbalzo che ha preso maggiore slancio e vigore”

Strada finalmente in discesa?

Si respira, come ha ricordato Draghi qualche giorno fa a Modena, una bella aria carica di voglia di fare. Benvenuto, quindi, questo bel rimbalzo, consapevoli però che il percorso è ancora tutto da costruire. La sfida è ben più complicata.

Quanto merito spetta a Draghi per questa svolta?

Draghi ha giocato un ruolo decisivo, anche grazie al suo metodo: poche chiacchiere e molto pragmatismo. Il suo governo è in sella da poco più di 100 giorni e in questo lasso di tempo è riuscito, in primis, con la sua credibilità e poi azzeccando alcune mosse, a partire dal fatto di essersi concentrato sulla riuscita del piano vaccinale fino alla scelta degli uomini nei ministeri chiave, a imprimere una bella svolta.

La fase espansiva dell’economia italiana dipenderà molto dall’attuazione delle misure previste nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, che andranno realizzate in fretta. Il decreto Reclutamento, approvato ieri e che ridisegna la macchina dello Stato, può essere un passo importante? Draghi riuscirà davvero a cambiare la Pa italiana per non perdere i fondi europei?

Direi con una battuta che forse cambiare la Pubblica amministrazione italiana è più difficile che salvare l’euro, come Draghi ha fatto nel 2012. Battute a parte, il tema è insidioso: la riforma della Pa ha percorso tutta la storia del nostro secondo dopoguerra, anche con illustri tentativi. Ora siamo con le spalle al muro per l’urgenza del Pnrr, un’opportunità che può essere colta solo se mettiamo in campo una macchina dello Stato più efficiente, altrimenti se non partono gli investimenti, non arrivano i fondi europei. Penso che Draghi possa farcela.

Anche la riforma della giustizia è un’impresa da far tremare i polsi…

E’ un nodo che va sciolto, non abbiamo alternative, non è rinviabile né affrontabile in modo parziale. Ma è un nodo spinoso, politicamente complicato, perché sappiamo che all’interno della stessa ampia maggioranza di unità nazionale ci sono visioni diverse, basti pensare alla posizione del M5s sui temi della giustizia. Tuttavia, visto che siamo alle soglie del semestre bianco, durante il quale non si possono sciogliere le Camere, ci sono le condizioni per un accordo, abbiamo davanti alcuni mesi in cui, se c’è spirito costruttivo, si possono raggiungere dei risultati. La stessa decisione della Lega di appoggiare con i Radicali i referendum sulla giustizia viene interpretata come stimolo e sostegno al Parlamento perché affronti questa riforma. Non è facile, ma Draghi e la Cartabia, figura fuori dalla mischia e molto autorevole, sono i migliori che possono cimentarsi in questa impresa.

Anche sul fronte lavoro, che è oggi la maggiore preoccupazione degli italiani, l’Istat vede segnali incoraggianti. Ma all’orizzonte si profila lo scoglio dello sblocco dei licenziamenti. Come va gestito un passaggio così cruciale?

Va gestito con pragmatismo, senza contrapposizioni ideologiche. E’ vero che il blocco dei licenziamenti non ha evitato di per sé la perdita di posti di lavoro, ma è anche vero che l’emergenza in cui era piombato il paese ha reso necessario anche questo provvedimento, per la semplice ragione che in Italia mancano del tutto le politiche attive del lavoro. Ora vanno cercate soluzioni in grado di evitare che ci sia, come già successo dopo la riforma delle pensioni, un improvviso “scalone” di disoccupati.

Secondo il governatore Visco, c’è una riforma che non è presente nel Pnrr ma che è “la madre di tutte le riforme”: quella fiscale. Cosa servirebbe al paese?

Serve innanzitutto e soprattutto abbassare il livello della pressione fiscale, che è assolutamente distonico rispetto alla media degli altri paesi, come mostrano tutte le ricerche internazionali. In Italia si pagano troppe tasse, oltre tutto pagate da una platea circoscritta, visto che abbiamo altissimi livelli di evasione. In secondo luogo, bisogna semplificare il sistema: sull’altare delle complicazioni burocratiche il paese paga un prezzo salatissimo. Il passaggio successivo, delicatissimo, è mettere mano al gigantesco e ramificatissimo albero delle tax expenditures, il che vuol dire intervenire su una molteplicità di interessi politico-elettorali. Se non abbiamo una crescita forte, sostenuta da un fisco meno oppressivo, diventerà difficile rientrare da un debito pubblico che sfiora il 160%.

A proposito di debito pubblico e deficit, la Commissione europea chiede all’Italia di rilanciare la crescita, ma anche di migliorare i conti pubblici. Intanto a Bruxelles i falchi dell’austerity hanno ricominciato a volteggiare: nel 2023 potrebbero tornare i vincoli dei parametri Ue? Rischiamo di strozzare nella culla la ripresa?

Non credo che tornerà l’austerity per come l’abbiamo conosciuta negli anni prima della pandemia. Anche Draghi ha sostenuto che quelle regole europee non andavano bene e non funzionavano e lo stesso Gentiloni, che sta lavorando sul dossier per le modifiche dei vincoli nel 2023, è favorevole a cambiarle. Il contesto però è un po’ più complesso rispetto a qualche mese fa.

Quali nubi incombono?

Sullo sfondo c’è l’ombra del ritorno dell’inflazione, un tema che non può essere escluso a priori, specie se il fenomeno da temporaneo diventa più strutturale. Le banche centrali, cui spettano le politiche monetarie, potrebbero trovarsi nella condizione di dover intervenire con politiche meno accomodanti. L’aumento dei tassi per un paese molto indebitato come l’Italia avrebbe ripercussioni negative. E poi bisogna guardare alla variante tedesca.

In che senso?

In Germania si voterà a settembre e la contesa elettorale si presenta molto complicata e dall’esito incerto. Si stanno rafforzando – come hanno dimostrato anche recenti dichiarazioni del ministro delle Finanze tedesco – le posizioni a difesa delle attuali regole del Patto di stabilità e contro evoluzioni che possano favorire di fatto i paesi più indebitati della Ue, Italia compresa. Prevedo un dibattito molto duro, ma confido in Draghi. Nei giorni scorsi, con riferimento al G-20, la Merkel rivolgendosi a lui ha dichiarato: “siamo raccolti intorno alla tua leadership”. Draghi personifica una certa idea di svolta in Europa, di cambio di queste regole. Spero che possa farcela.

“Noi contiamo di arrivare con Draghi a fine legislatura a marzo 2023” ha affermato Salvini.  “Con Draghi fino al 2023” ha assicurato Letta. Draghi è quindi saldo in sella? Da dove potrebbero arrivare le maggiori insidie?

Di Draghi purtroppo non ne abbiamo due, uno per il Quirinale e uno per Palazzo Chigi, ma uno solo. Come nel 1999, quando Ciampi venne eletto Capo dello Stato alla prima votazione, anche in questo frangente Draghi non avrebbe problemi a raccogliere lo stesso consenso. E’ evidente però che Draghi è al timone di Palazzo Chigi, è l’uomo che deve governare il passaggio del Next generation Eu e gli impegni che vengono assunti, da qui al 2026, con il Pnrr, guidando fra l’altro un Parlamento che è già entrato nella seconda parte della legislatura e che deve prendere decisioni che vanno ben al di là di una Finanziaria. Immaginare una soluzione diversa per Palazzo Chigi oggi mi sembra complicato. Dobbiamo comunque aspettare dicembre, perché i giochi per il Quirinale non si faranno prima.

(Marco Biscella)



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