SCENARIO/ Violante: un nuovo patto tra i partiti o resteranno solo macerie

- int. Luciano Violante

La politica deve tornare a decidere. Non serve una riforma costituzionale ma un patto tra i partiti. Bene Berlusconi, il governo apra

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In aula al Senato (LaPresse)

“Il problema è la decisione” spiega Luciano Violante, presidente della Fondazione Leonardo, ex magistrato e penalista, presidente della Camera dal 1996 al 2001. Oggi “parlamento e governo non sono fatti per decidere” e sono ancora bloccati dalla crisi dei partiti. Covid o no, l’Italia non funziona, dice Violante. Non serve l’ennesima riforma costituzionale, ma una nuova relazione “di rispetto” – e collaborazione – tra le forze politiche su ciò che non è contingente. Per questo Violante guarda con interesse alle ultime mosse di Berlusconi. Sul Recovery Plan – dice al Sussidiario – “serve un tavolo in cui discutere le riforme con tutte le forze politiche”.

Lei ha scritto che “il malessere sociale non potrà più essere acquietato con variazioni di bilancio”. È una critica al governo?

Governare è difficile per tutti. Con la pandemia tutti i governi hanno avuto difficoltà. È una premessa necessaria altrimenti si rischia di non capire. Va poi detto che in Italia le difficoltà aumentano.

Per quale motivo?

Per lo stato della pubblica amministrazione e per la passione di confliggere molto radicata nel costume nazionale.

Come valuta la disponibilità di Berlusconi ad aiutare la maggioranza, a partire dal voto di mercoledì sullo scostamento di bilancio?

Se non ho capito male l’impegno di Forza Italia non è “aiutare la maggioranza” ma cercare di affrontare alcuni problemi che riguardano il paese nel suo complesso. Ci sono problemi che riguardano il decennio 2021-30 e altri che riguardano il giorno dopo. Questi ultimi lasciamoli perdere, confrontiamoci sui primi.

Che cosa serve?

Uno spirito diverso. Governeranno altri, ci saranno grandi cambiamenti, altri processi economici. A chi conviene che dopo la pandemia restino solo macerie?

Che cosa pensa dei movimenti di questi giorni?

La mia impressione è che Berlusconi, che ha un’esperienza di governo abbastanza lunga, abbia fatto una riflessione di questo genere. Auspico che la facciano anche gli altri.

A chi pensa?

A Lega e FdI. Questo però richiede un atteggiamento responsabile anche da parte della maggioranza.

Berlusconi ha chiesto un sostegno ai lavoratori autonomi. Salvini ha chiesto un taglio dell’Iva da 20 mld. Sono richieste sensate?

Sono richieste giuste, quella di Forza Italia è più generale e quella di Salvini più specifica. Va detto che l’Iva è soggetta a regole europee, non è un elastico che si può tirare a piacimento. Sono due proposte che si muovono sulla stessa linea; nel merito deciderà il governo. L’importante è agire perché l’Italia deve funzionare.

Non teme che le offerte di Berlusconi possano spezzare il legame, oggi molto debole, tra Conte e il Pd?

Non lo so. Se stiamo sul terreno della competizione quotidiana lei ha perfettamente ragione, se invece allarghiamo lo sguardo, come penso che dovremmo fare, il ragionamento dovrebbe essere diverso.

In ogni caso il Pd appare insofferente verso Conte, ma sembra incapace di guardare oltre l’ipotesi di rimpasto.

In Italia abbiamo il complesso dell’instabilità. Non appena un governo, di destra o di sinistra, comincia ad essere stabile, si scatena una sorta di intolleranza alla stabilità. Come che cambiare continuamente sia di per sé una garanzia… È un gioco di corto respiro che rivela come il problema per molti non sia governare ma vincere. Ma se tutto è orientato alle prossime elezioni, visto che si vota in media ogni 18 mesi, il paese non va avanti.

Siamo, lei ha scritto, in una situazione di “disordinato policentrismo istituzionale”. Chi lo ha prodotto? 

Il sistema parlamentare è stato costruito per rappresentare, non per decidere. Le decisioni invece le prendevano i partiti. Quando i partiti non sono più riusciti a tenere in mano il volante della macchina, la macchina ha cominciato a sbandare, a procedere per salti e brusche frenate.

Che cosa si deve fare?

Ricostruire la decisione, il sistema decisionale del paese, all’interno delle istituzioni. Decidere è innanzitutto scegliere: scegliere di sacrificare alcuni interessi e privilegiarne altri, poi decidere in base alla scelta e  infine attuare le decisioni.

Perché risulta quasi impossibile?

Perché parlamento e governo non sono fatti per decidere, per la permanente conflittualità politica, per il peso che hanno i ceti corporativizzati, per le condizioni della pubblica amministrazione.

Ogni proroga dello stato di emergenza è stata accompagnata da polemiche. Il governo ha assunto molti poteri, però i risultati non si vedono.

Mi scusi, non è esatto che non si vedono. Miglioramenti ci sono. E governare è difficile per tutti. Il governo ha commesso errori. Ma molti esponenti dell’opposizione hanno oscillato pericolosamente tra libertà totale e chiusura totale.

Può essere più esplicito?

Il problema è la decisione. Regioni e comuni sono sistemi presidenziali, mentre il governo nazionale è frutto di un sistema parlamentare. Un presidente di Regione sa che arriverà al termine del mandato, un presidente del Consiglio no. Non voglio dire adesso, qui, che serve il presidenzialismo o il semi-presidenzialismo, su cui sarebbe legittimo discutere, ma è fuor di dubbio che bisogna mettere mano al sistema decisionale.

Torno alla domanda di prima. Dove e come intervenire?

Serve un nuovo patto fondativo di questa repubblica. Non una riforma costituzionale, ma la relazione di rispetto tra le forze politiche e la capacità di distinguere il contingente da ciò che non lo è. Rinunciando a giocare la partita sul contingente.

Un esempio?

Siamo l’ultimo paese in Europa per l’uso della Rete. Molte zone d’Italia ne sono sprovviste, proprio mentre i servizi della Pa e bancari viaggiano prevalentemente su Rete. C’è un problema di alfabetizzazione negli anziani e di integrazione di molte famiglie, come la didattica a distanza ha messo in luce. Cosa intendiamo fare?

I prestiti europei sono vincolati a linee guida complesse, vuol dire che le riforme sono condizionate. Il governo avrà la forza di fare e sostenere le scelte?

Bisogna vedere se il governo le prende da solo, magari presentandole come una pietanza già cotta, oppure no. Visto che sono scelte così condizionanti per il futuro, serve un tavolo in cui discuterle con tutte le forze politiche.

È fattibile?

Solo alle condizioni che le ho detto. Non è impossibile. Quando nel 1947 De Gasperi estromise la sinistra dal governo, non per questo la sinistra smise di lavorare insieme per la Costituzione. Anche oggi servono donne e uomini aperti e di coraggio.

(Federico Ferraù)

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