SCHWAZER/ Crimine o errore, la solfa non cambia: il caso della beniamina di Germania

- Nando Sanvito

La vicenda di una famosa pattinatrice tedesca vittima di ingiusta condanna per doping e la sua battaglia legale durata un decennio. L’ambiguo ruolo in quella vicenda di un accusatore di Alex

Alex Schwazer e Claudia Pechstein (Foto Lapresse)
Alex Schwazer e Claudia Pechstein (Foto Lapresse)

Tra pochi giorni Alex Schwazer presenta ricorso alla Corte federale svizzera. Al proposito può essere utile ripercorrere la vicenda di una pattinatrice di velocità tutt’ora in attività (5 ori olimpici e altri 45 titoli in bacheca dal ‘94), Claudia Pechstein, la più famosa, longeva (49 anni!) e medagliata atleta di Germania per gli sport invernali, con alle spalle un decennio di battaglie nei Tribunali civili e sportivi.

Nel 2009 la Pechstein si presenta ai Mondiali di Hamar da campionessa olimpica ed europea in carica: vince la medaglia d’argento ma al controllo antidoping la percentuale di reticolociti nel suo sangue risulta 3,5 (limite 2,4). L’ISU (la Federazione internazionale di pattinaggio) la squalifica per due anni e ad accusarla a Berna nel procedimento della Commissione disciplinare tra gli altri è uno dei padri del passaporto biologico, il biostatistico svizzero Pierre –Edouard Sottas del Laboratorio antidoping di Losanna: sì, lo stesso che affiancò la WADA contro Schwazer nel dibattimento peritale tossicologico richiesto dal tribunale di Bolzano. La pattinatrice fa ricorso al TAS insieme alla Federazione tedesca di pattinaggio. Il presidente del collegio arbitrale è l’italiano Massimo Coccia.

Nell’Udienza in cui si confrontano i periti, l’ISU schiera un plotone di professoroni (tra cui Giuseppe D’Onofrio) ma a sorpresa manca proprio Sottas. Come mai? L’ISU, alla vigilia del dibattimento, lo apparta dall’Udienza, semplicemente perché Sottas nel frattempo ha cambiato idea: c’è sì un marcatore ematico fuori soglia ma non è detto che la causa sia il doping. Come mai questa improvvisa conversione? La difesa legale della Pechstein aveva denunciato che il sistema di valutazione – basato su un calcolo probabilistico – offerto da Sottas e dagli altri esperti non poteva essere attendibile in quanto il protocollo di raccolta, trasporto e analisi dei campioni di sangue usate dall’ISU non era lo stesso della WADA, il cui modello adattivo era stato messo a punto proprio dallo stesso Sottas: una contraddizione imbarazzante per il biostatistico del Laboratorio di Losanna, che in interviste successive negherà le conclusioni di un documento che porta la sua firma, meritandosi l’appellativo di ‘dottor Jekill e mister Hyde’ dal consulente chimico della ricorrente, l’olandese Klaas Faber. Ma c’era un’altra ragione. Correva voce infatti che l’ematologo Hubert Schrezenmeier – consulente della difesa – stesse ultimando una perizia che classificava quel valore ematico non come frutto di doping ma di un’anomalia genetica ereditaria: sferocitosi. Non penserete certo che questo sia bastato a far mettere il TAS contro una Federazione internazionale? Risultato: conferma della squalifica di due anni.

Dopo un paio di settimane però la perizia di Schrezenmeier convince almeno il Tribunale svizzero a dare una sospensiva d’urgenza alla squalifica (quella che cerca ora Schwazer) per permettere alla pattinatrice di gareggiare a Salt Lake City e cercare di ottenere la qualificazione per le Olimpiadi di Vancouver 2010, ma – agonisticamente ferma da quasi un anno – l’atleta fallisce nel suo intento.

Qualche mese dopo, dieci membri della Polizia criminale tedesca con giubbotti antiproiettile le entrano in casa alle 8 di mattina per metterle sottosopra l’abitazione e sequestrare materiale utile a un’azione penale per doping contro di lei e contro ipotetici complici.

Sebbene la perizia del dott. Schrezenmeier venga confermata ufficialmente dalla Società tedesca di ematologia e oncologia (DGHO), nel 2010 il Tribunale federale svizzero non annulla ma conferma la squalifica del TAS con le stesse motivazioni che Schwazer si sentirà dare 10 anni dopo: “Le prove dovevi portarle in sede di arbitrato e dunque resti squalificata anche se innocente”.

La squalifica è finita, Pechstein torna alle gare, si qualifica ai Mondiali di Inzell dove vince due bronzi dopo aver reso noti i suoi valori anomali, stavolta pacificamente accettati dall’Agenzia antidoping tedesca. Tutto dimenticato? Eh no! L’agente di polizia federale Claudia Pechstein non molla: “Adesso mi pagate i danni e mi risarcite i soldi persi dagli sponsor per un biennio di inattività”. Il conto presentato all’ISU è di 4 milioni di euro. Bussa a tutti i tribunali possibili: quello regionale di Monaco dice NO, quello superiore invece dice ”richiesta ammissibile, ma rivolgetevi alla Corte federale”. Nel frattempo – e siamo al 2014 – una Commissione di esperti del Comitato olimpico tedesco stabilisce che la valutazione medica alla base del verdetto di doping era sbagliata e il presidente Hörmann (l’equivalente del nostro Malagò) le chiede pubblicamente scusa. Non basta a convincere la Corte federale, che dà ragione all’ISU e torto all’atleta di Berlino. Bussa alla Corte costituzionale e non viene ammessa. Si arrende? Macché! Gioca la sua ultima carta alla Corte europea dei diritti dell’uomo: il verdetto del 2018 stabilisce sì un risarcimento, ma di 8000 euro perché il TAS le rifiutò il diritto a un’Udienza pubblica, che le spettava. Nient’altro. Fine della storia.

Una battaglia inutile? No! La Corte di Strasburgo infatti in quella sentenza segnala che il preventivo consenso a risolvere i contenziosi nell’arbitrato viene di fatto estorto agli atleti in modo ricattatorio; inoltre denuncia la collusione tra arbitri e Federazioni, che toglie di fatto terzietà al Giudizio del TAS. Questi due capisaldi della sentenza Pechstein aprono la strada alla revisione di legittimità dell’attuale status quo, che tra l’altro permette a una ingiusta squalifica di non essere riconosciuta come tale né annullata né risarcita da un tribunale sportivo, lasciando quindi l’atleta in balia dell’arbitrio delle istituzioni sportive e della loro Giustizia. Sono passati due anni e mezzo da quella sentenza e le Autorità sportive internazionali hanno fatto orecchie da mercante, CIO in primis. E sì che il caso Pechstein si basava sostanzialmente solo su un errore medico di valutazione. Quella di Schwazer dipende invece addirittura da un uso criminale del sistema antidoping. Due vicende diverse, anche per gravità, ma unite dalla autoreferenzialità del sistema sportivo e del suo apparato di Giustizia. Dopo la sentenza Pechstein di Strasburgo, speriamo che l’affair Schwazer dia un’altra spallata al sistema dell’arbitrio spacciato per arbitrato.

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