EVOLUZIONE/ Ayala (premio Templeton): la risposta alle domande più importanti non verrà dalla genetica

 Può l’uomo essere ridotto unicamente alla propria sequenza genetica? MARIO GARGANTINI spiega a ilsussidiario.net cosa ne pensa Francisco Ayala, il famoso biologo Usa vincitore del prestigioso premio Templeton, darwiniano agli antipodi dalle posizioni di Richard Dawkins

29.03.2010 - Mario Gargantini
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«Scienza e religione, se ben comprese nella loro natura e nei loro contenuti, non possono contraddirsi. Sono due modi diversi di conoscere il mondo; ma il mondo là fuori è il medesimo, c’è un unico mondo e noi abbiamo due finestre da cui guardarlo: quella della scienza, che considera realtà come la materia o la varietà degli organismi viventi e cerca di spiegare i fenomeni naturali; quella della religione, che si occupa degli scopi, dei valori, del senso della vita, dei rapporti tra le creature e il Creatore. I contrasti nascono quando si verificano indebite invasioni di campo».

Così si è espresso Francisco Ayala, poco dopo aver ricevuto la comunicazione che gli era stato assegnato per il 2010 il prestigioso premio Templeton; ma non diversamente si era pronunciato durante il nostro primo incontro nel 1983, in occasione del suo primo intervento al Meeting di Rimini, dove aveva parlato delle origini dell’uomo (è ritornato sulla platea del Meeting nel 2001). Il Templeton è un riconoscimento assegnato dalla omonima fondazione e che ogni anno onora una personalità che ha dato un contributo eccezionale per affermare la dimensione spirituale della vita attraverso l’intuizione, la scoperta, o l’attività pratica; il premio, dal valore di 1,2 milioni di euro, sarà ufficialmente consegnato ad Ayala dal Principe Filippo Duca di Edimburgo in una cerimonia privata a Buckingham Palace il 5 maggio prossimo.

Ayala è un biologo spagnolo di 76 anni naturalizzato americano; ex sacerdote domenicano è docente di Scienze Biologiche presso l’Università della California a Irvine. Con la sua attività di ricerca in genetica e biologia molecolare e con la sua vasta produzione di lavori comunicativi (oltre 1.000 articoli, 35 libri e un numero esagerato di conferenze) ha acquisito una particolare autorevolezza nell’ambiente culturale statunitense, che lo considera tra i più decisi sostenitori delle teorie evolutive di matrice darwiniana, in netta contrapposizione con i vari esponenti del creazionismo, ma chiaramente agli antipodi da posizioni neoscientiste alla Richard Dawkins, del quale non condivide l’uso della scienza come supporto alla professione di ateismo.

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La grande serietà la preoccupazione per il rigore scientifico ci avevano subito colpito nell’83 ma sono state confermate nei successivi incontri e nelle suoi numerosi interventi sui temi caldi dell’evoluzione. Interventi resi difficili dal particolare contesto americano che esaspera i contrasti tra gli opposti schieramenti pro e contro il darwinismo e che Ayala ha affrontato con lucidità e senza lasciarsi sopraffare dagli aspetti emotivi. In questo può essere facilitato dal suo carattere a prima vista asciutto e distaccato; che però si rivela di tutt’altra pasta non appena il discorso scivola sui temi culturali più ampi e soprattutto sull’arte e sulla musica.

L’attenzione con la quale tratta i temi del rapporto tra scienza e religione sembra più che altro frutto di una coerenza e di una disciplina di pensiero che si è imposto fin dall’inizio. A volte in questa sua battaglia contro gli estremismi, rischia di apparire a sua volta estremista, come quando è arrivato a parlare, in modo provocatorio, di un universo come risultato di un disegno ma non necessariamente frutto di un disegnatore. Anche quando ha assunto la carica di presidente della celebre American Association for the Advancement of Science (AAAS), ha sempre tenuto ben ferma la necessità di distinguere i diversi ambiti di indagine. Al tempo stesso ha considerato inevitabile per uno scienziato prendere in considerazione questioni meta-scientifiche, che urgono dall’interno delle stesse discipline e possono portare a nuove intuizioni importanti per una piena crescita umana. Ha anche sempre sostenuto il valore della fede come una finestra unica e decisiva per comprendere le questioni attinenti ai significati della realtà naturale e della stessa attività di ricerca.

È in questa prospettiva che nel suo intervento a Rimini dell’83 ha affrontato il tema dell’unicità dell’uomo, schierandosi contro ogni approccio riduzionistico, induttivistico ed empirico, in base al quale alcuni scienziati sembrano credere che quando disporremo di tutte le informazioni genetiche che costituiscono l’essere umano avremo risolto tutti i nostri problemi. «La risposta non ci verrà dalla genetica. Io penso che l’approccio riduzionistico sia veramente insufficiente. Dobbiamo sempre integrare le risposte riduzionistiche con delle risposte olistiche, ponendoci degli interrogativi sull’insieme, cioè adottando un approccio sintetico piuttosto che analitico. Quando gli esperti di genetica avranno completato la sequenza che riguarda la formazione dell’essere umano, ci saranno sempre i filosofi, i teologi, tutta una serie di altre persone che dovranno porsi delle domande importanti e cercare di rispondervi. Anzi, direi che sono queste le domande più importanti».

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