SPAZIO/ Ikaros, il satellite giapponese che vola come un aquilone

- Nicola Sabatini

Domani la Jaxa, l’ente spaziale giapponese, lancerà un nuovo satellite dal nome Ikaros. NICOLA SABATINI ci spiega l’importanza di questa missione

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Il satellite Ikaros

Quando si viene a conoscenza di come funzionano certi fenomeni, è impossibile non concordare con quanto andava dicendo Amleto al suo amico Orazio: “Ci sono più cose in cielo e in terra che nella tua filosofia”.

 

E, come se questo non bastasse, nella realtà vive un essere che utilizza ciò che la realtà stessa offre, la manipola, la trasforma e aggiunge così “cose” mirabolanti agli stupefacenti fenomeni che già ci circondano. L’uomo, infatti, con la sua fantasia, la sua audacia e il suo desiderio di conoscere prende spunto da quello che esiste per nuove incredibili realizzazioni. E la stupefacente capacità tecnologica umana sembra non avere mai fine…

Domani infatti una nuova “cosa” si aggiungerà a quelle che ci passano sopra la testa ogni minuto: un nuovo satellite. Fin qui nulla di incredibile, viste le centinaia di oggetti mandati in orbita intorno alla Terra e ben più in là dal 1957 a oggi. L’incredibile sta nel mezzo di propulsione che questo satellite utilizzerà: si tratta infatti di una specie di “aquilone”, spinto ovviamente non dalla pressione che i miliardi di molecole che costituiscono la nostra atmosfera esercitano sotto forma di vento, ma dal ben più “esotico” e affascinante vento solare.

L’ente spaziale giapponese JAXA infatti ha in programma il lancio del satellite dimostrativo Ikaros (Interplanetary Kite-Craft Accelerated by Radiation of the Sun, letteralmente “Veicolo-aquilone interplanetario accelerato dalla radiazione del Sole”), che si servirà per viaggiare fra i pianeti del sistema solare di una vera e propria vela rettangolare la cui diagonale arriva a toccare i 20 metri.

La vela ovviamente non è fatta di tela, ma di un foglio di composto polimerico (polyamide) dello spessore di 0,0075 millimetri (meno di un capello umano), ricoperto in parte da uno strato ancora più sottile di micro-celle solari che serviranno per trasformare la radiazione elettromagnetica solare assorbita in elettricità e fornire così energia per il funzionamento del satellite, compreso l’orientamento ottimale delle parti della vela.

Su quali basi fisiche poggia il funzionamento di un oggetto del genere? Per rispondere bisogna andare al lavoro teorico di uno dei più grandi e geniali scienziati di tutti i tempi, James Clerk Maxwell, l’uomo che operò la sintesi di elettrostatica e magnetismo, scoprendo le quattro equazioni che regolano e legano tutti i fenomeni elettrici, magnetici ed elettromagnetici.

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Nel 1871, infatti, Maxwell dedusse per via teorica il fatto che la radiazione elettromagnetica doveva esercitare una pressione su ogni superficie a essa esposta. La sua predizione venne confermata per via sperimentale nel 1900 da Lebedev e poi nel 1901da Nichols e Hull. La pressione è ovviamente molto piccola, ma rilevabile. La superficie della Terra è per esempio sottoposta a una pressione pari a 4,6 microPa dovuta alla radiazione solare.

 

Le vele “terrestri”, insomma, sono spinte dalla pressione del vento, quelle “spaziali” dovrebbero essere spinte dalla pressione di radiazione solare. È un’idea assai semplice: non deve perciò sorprendere il fatto che a questo tipo di possibilità si iniziò a pensare già agli inizi del XX secolo, quasi 100 anni fa, e che alcuni lavori siano già stati fatti, come alcuni test su vele-prototipo fatte dai Russi negli anni passati. O

 

Ggi ci troviamo però di fronte alla prima realizzazione di un oggetto che utilizza questa tecnologia come propulsione. Ikaros infatti è un prototipo che ha come scopo principale quello di testare la validità della tecnologia “a vela” per le missioni spaziali. Il test del successo sarà la destinazione che verrà raggiunta: se la vela non funziona, la traiettoria di Ikaros risentirà dell’attrazione gravitazionale solare e raggiungerà Marte, avvicinandosi quindi al Sole; in caso contrario, la sua traiettoria si allontanerà dall’orbita terrestre, arrivando a Venere. Niente nuove scoperte in campo astrofisico e planetologico, dunque, ma un lavoro di ricerca squisitamente tecnologico. Se successo sarà, altri satelliti simili verranno lanciati nello spazio, a distanze sempre più grandi.

 

È interessante notare come la NASA abbia pensato per decenni alla possibilità di realizzare le “vele spaziali”, ma negli ultimi anni abbia abbandonato questa strada, ritenendola troppo rischiosa, soprattutto dal punto di vista finanziario.

 

Così come accade nella vita di tutti i giorni, però, anche in campo tecnologico ci sono soggetti, come in questo caso la Jaxa, che rischiano anche senza avere la sicurezza assoluta dell’esito del proprio tentativo. Sembra un paradosso, ma è proprio così, perché dietro a ogni progresso tecnologico c’è invariabilmente la storia di un uomo o di un gruppo di uomini, che con fatica e determinazione lavorano per conseguire un certo risultato, e che devono decidere se andare fino in fondo o no al lavoro che stanno facendo.

 

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Perché rischiare di fronte a un esito incerto? Sicuramente per un calcolo: se la cosa “funziona” ne arriveranno benefici in termini di sviluppo tecnologico, se non funziona avremo comunque fatto una prova importante e test tecnologici più che significativi. Ma si rischia anche e soprattutto per qualcosa in più, che riguarda la natura stessa del nostro io. La passione per scoprire e dare origine a cose nuove, grandi e sorprendenti, come una vela nello spazio interplanetario.

 

Appuntamento dunque a domani, sperando che Ikaros possa funzionare e raggiungere la sua destinazione in caso di successo. Siamo certi che gli scommettitori inglesi avranno già pensato alle quote “Marte” o “Venere”. Fra sei mesi sapremo chi avrà vinto.

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