ESCLUSIVA/ Creamer (NASA): “esploratori aperti all’infinito”, così ho vissuto sei mesi sulla Stazione Spaziale

- int. Timothy Creamer

Il colonnello dell’esercito americano e astronauta della NASA TIMOTHY J. CREAMER, racconta a ilsussidiario.net la sua esperienza, nei suoi vari aspetti – scientifici e umani – a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Sfatando il mito dell’isolamento degli astronauti

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L'interno dell'Iss

Vi sono persone, provenienti da tutto il mondo, che hanno vissuto insieme nello spazio per mesi. Sono gli astronauti responsabili della Stazione Spaziale Internazionale (ISS, l’acronimo inglese) un laboratorio di ricerca completamente funzionante dal 1998, situato nella bassa orbita terrestre. Alimentata da 20 impianti solari, la Stazione ha al suo interno un ambiente a gravità zero in cui gli astronauti conducono esperimenti di biologia, chimica, fisica, astronomia e meteorologia. ISS è un progetto nato dalla collaborazione tra agenzie spaziali di diverse nazioni, tra cui americani, russi, europei e giapponesi, ed è ritenuto l’esperimento più costoso mai condotto: la Agenzia Spaziale Europea ha stimato il costo in 100 miliardi di euro in trent’anni.

La Stazione è stata finora visitata da astronauti di 15 Paesi differenti e vede la costante presenza di astronauti a bordo, anche se la composizione dell’equipaggio cambia nel tempo. Timothy J. Creamer, colonnello dell’esercito americano e astronauta della NASA, è tornato a Terra recentemente dopo quasi sei mesi di permanenza a bordo dell’ISS, come ingegnere di volo con mansioni scientifiche per la NASA. Il colonnello Creamer ha accettato di descrivere a ilsussidiario.net i vari aspetti della sua esperienza nello spazio.

Quali erano le sue funzioni specifiche come Flight Engineer e Science Officer della NASA a bordo dell’ISS?

Penso di poter rispondere dicendo che ero una sorta di “factotum”, in quanto siamo sia tecnici che scienziati. Dobbiamo tenere la Stazione funzionante e in buone condizioni, dedicando quindi molta della nostra attività alla manutenzione, dato che lo scopo principale di avere una stazione nello spazio è quello di poterla utilizzare. In questo momento siamo appunto nella fase di utilizzazione, con la raccolta e l’analisi di campioni, perciò tutte le apparecchiature per gli esperimenti devono essere soggette a una continua opera di controllo e manutenzione, come peraltro succede per tutta la stazione. Ogni giorno, quindi, venivano dedicate in linea di massima un paio d’ore all’esercizio fisico e il resto del tempo suddiviso tra le opere di manutenzione e l’aiuto agli esperimenti scientifici.

Come è la vita in assenza di gravità?

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Per cominciare, fluttuare nell’aria è molto piacevole. Mi ricordo che quando ero ragazzo, guardavo il soffitto e desideravo camminarci sopra; ecco, è qualcosa di simile, una sensazione molto piacevole. L’unico problema è che, poiché tutto fluttua in aria, si ha difficoltà a deporre le cose, non stanno giù: si devono elaborare particolari tecniche per recuperare tutto il materiale che vi gira intorno e non perdersi qualcosa.

 

 

Ci sono molte differenze tra le simulazioni effettuate sulla Terra e la situazione reale a bordo dell’ISS?

In effetti, quando facciamo le simulazioni i nostri modelli dei moduli non sono del tutto fedeli a quelli reali nello spazio, perché certi aspetti non sono riprodotti, a volte per questioni di costo. D’altra parte, non è necessario essere esatti al 100% per ottenere un buon training: il punto veramente importante non è tanto riprodurre in modo perfetto situazioni reali quanto sviluppare le nostre capacità di affrontare le particolari situazioni che si possono presentare in orbita. E le nostre simulazioni questo lo fanno molto bene.


Quali procedure possono essere ancora migliorate, soprattutto per le operazioni di aggancio delle navette?

 

 

Mentre ero lassù, ci hanno raggiunto un paio di Progresses, di Soyuz e tre shuttles e, per quanto mi riguarda, non penso di avere particolari suggerimenti da dare sulle procedure di aggancio. Hanno funzionato bene e noi abbiamo le istruzioni da seguire per fronteggiare eventuali imprevisti e prendere le decisioni necessarie circa il contatto e l’imbarco, o sull’opportunità di ritentare l’aggancio.

 

 

Molte delle funzioni sui moduli sono automatiche. Quali funzioni sono rimaste manuali e che spazio c’è per l’intervento umano? Come affrontate situazioni di emergenza?

 

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L’automazione è una buona cosa, perché ci lascia liberi di fare le attività che richiedono il nostro intervento manuale. Anche l’aiuto da Terra è benvenuto, perché ci lascia più tempo per altre attività che richiedono un intervento personale: come sostituire degli elementi o dei componenti, o occuparsi dei campioni per gli esperimenti.

 

Quando qualcosa non funziona, occorre andare a vedere cosa è successo, stabilire di che problema si tratta e mettere in atto le opportune soluzioni. Devo dire che la parte sulle procedure di emergenza è una delle migliori di tutto il processo di training, dove si impara ad affrontare le situazioni più gravi che potrebbero verificarsi in orbita: come reagire a una depressurizzazione o a un caso di incendio, oppure di fronte a una atmosfera diventata tossica per la perdita di ammoniaca in qualche conduttura dello spazio pressurizzato. Si tratta di cose molto spiacevoli che è bene imparare a conoscere e a risolvere in anticipo, cosi da non avere troppe sorprese se dovessero poi veramente succedere.

 

Le simulazioni vengono fatte considerando un equipaggio di tre persone (nello spazio mi è successo per una decina di giorni di rimanere solo in tre), di cinque o di sei. In caso di emergenza ogni membro dell’equipaggio ha suoi compiti precisi e noi andiamo lassù ben preparati a queste eventuali situazioni.

Per quanto tempo l’ISS e gli altri moduli rimarranno operativi? Quali sono i fattori che limitano la vita operativa della Stazione?


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In questo momento credo si stia pensando al 2020, ma gli ingegneri tengono sotto controllo costante i materiali per stabilire se dureranno effettivamente così a lungo e verificare la correttezza delle loro stime.

 

I due elementi che influenzano la durata sono la integrità dei materiali e, a rovescio, il loro collasso. Se si verificano flessioni nello scafo, dovute per esempio a vibrazioni durante l’aggancio di uno shuttle o ad altre cause, si creano dei punti di sforzo che mettono sotto stress il materiale, abbreviando la vita della stazione.

 

Un altro fattore è dato dal difficile ambiente nello spazio. Se delle chiusure ermetiche sono state esposte a ossigeno atomico, il rischio è che queste vengano progressivamente deteriorate e devono, perciò, essere costantemente controllate e sostituite quando è necessario.

 

Infine, non per tutti i componenti a bordo ci sono ricambi disponibili: se rimane danneggiata una grossa batteria solare o un grosso radiatore sarà molto difficile rimpiazzarlo, non possiamo di certo scendere e andare al negozio all’angolo della strada. Anche in questi casi si accorcerà la vita della stazione.

 

Quali sono state le cose migliori e le maggiori sfide durante la sua permanenza nello spazio, e come l’ha preparata il suo training per affrontarle?

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Come già detto, il training è stato eccellente sotto tutti gli aspetti, sia per quelli più tecnici che per la preparazione alla vita nello spazio. Anche se non è possibile imitare realmente tutte le particolarità di una vita completamente senza peso.

 

Per quanto riguarda gli aspetti piacevoli, il cameratismo che si crea tra l’equipaggio è bellissimo, veramente un piacere. Il senso dello humour era eccellente e il cameratismo ha reso più bella e significativa la condivisione di questa esperienza. Abbiamo vissuto insieme cose veramente emozionanti, come aprire la finestra della cupola e trovarsi di fronte una vista stupefacente, così meravigliosa da muovere alle lacrime. È qualcosa che hai bisogno di condividere con gli altri e l’amicizia creatasi tra i membri dell’equipaggio lo ha reso possibile.

 

Molti pensano allo spazio come un ambiente isolato, come una sfida ad affrontare l’isolamento, ma la verità è che lassù, con cinque o sei persone, si interagisce con gli altri praticamente in ogni momento della giornata. Non solo, ma si può parlare tutti i giorni con persone in ogni parte del mondo e, fino a che c’è la giusta copertura, con il proprio laptop si può raggiungere chiunque attraverso internet e il “voice over IP”.

 

Che prove, di tipo fisico, emozionale o altro, si devono affrontare nel ritorno a Terra?


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Per quanto riguarda gli aspetti fisici, vorrei innanzitutto dire che la gravità è davvero una forza notevole, tutto diventa così pesante! Quando siamo atterrati con una Soyuz, la navetta si è rovesciata su un lato e io sono rimasto sotto gli altri due che erano con me. Prima hanno fatto uscire il comandante, poi si sono occupati di Soichi Noguchi, che si è buttato sullo sportello perché lo potessero estrarre. Io guardavo lo sportello a qualche decina di centimetri sopra di me e pensavo” È impossibile che ci riesca!” Mi pareva tutto incredibilmente pesante.

 

Ricordo anche che quando hanno aperto lo sportello, là in Kazakhstan, è stato meraviglioso sentire entrare l’aria fresca, l’odore dell’erba della steppa e la brezza sulla faccia! E nel sentire il vento soffiare sulla pianura mi sono reso conto di quanto tutto questo mi fosse mancato negli ultimi sei mesi.

 

Tuttavia, bisogna riadattare alcune funzioni. Nei primi giorni dal ritorno, il sistema vestibolare cerca, diciamo così, di ri-settarsi e ti lascia più che un po’ “sballato”. Mi spiego. Per i primi giorni (nel mio caso quattro o cinque), se si gira la testa a destra o a sinistra, si ha la sensazione che tutta la stanza ti giri intorno. E se si prova ad annuire, muovendo la testa su e giù, è come se tutta la stanza si rovesciasse, con pavimento e soffitto che continuano a rollare.

 

Inoltre, sulla stazione non tutti muscoli vengono tenuti in esercizio, cosi alcuni di essi devono essere poi riabilitati. Ora però, grazie al programma di riabilitazione, sono ritornato in forma perfetta, come prima del lancio e ho perfino ricominciato a gareggiare nel tennis. Dopo un mese e mezzo si può dire che si sono recuperate quasi completamente le condizioni precedenti al lancio.

 

Quando ha deciso di diventare un astronauta?

 


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Diversi astronauti dell’esercito sono in grado di identificare un momento preciso ma nel mio caso è stato un fuoco cresciuto gradualmente. Sono abbastanza anziano da aver visto Neil Armstrong camminare sulla Luna e qui si è accesa la prima scintilla di interesse. Poi, durante tutto il percorso scolastico sono stato incoraggiato dai miei insegnanti a studiare matematica e scienze e questo ha aggiunto altro interesse. Quando poi sono entrato nell’esercito, ho cominciato a volare sugli elicotteri: un’altra scintilla.

 

Dopo un paio d’anni nell’esercito viene chiesto di scegliere una seconda specialità. La mia prima era l’aviazione e scelsi come seconda ricerca e sviluppo. Così l’esercito cominciò a mandarmi una pubblicazione sull’argomento e il primo numero conteneva un articolo intitolato: “Profilo tipico di un astronauta dell’esercito".

 

Dopo averlo letto, conclusi: ”Ma questo sono io!” Quella descrizione corrispondeva ai miei interessi, a quello che avevo realizzato e alle mie scelte di vita. Avevo circa venticinque anni allora e decisi di fare domanda. Il processo di selezione durò circa un anno e mezzo.

 

Pensa che sia importante continuare a mandare astronauti nello spazio? Perché? Qual è il futuro dei viaggi nello spazio?


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Mi lasci rispondere con un’altra domanda. Quando la pongo in pubblico, appare abbastanza chiaro cosa la gente pensa del futuro dei programmi spaziali. La domanda è: pensate che l’uomo rimarrà per sempre esclusivamente su questo pianeta? Ebbene, pensando alle possibili risposte a questa domanda, la logica quasi grida che continueremo ad esplorare. Una nave è sempre più sicura in un porto, ma non è stata costruita per restare lì. “Cosa c’è al di là dell’oceano?” disse una volta Colombo. E i coloni che arrivarono sulla Costa Orientale si chiesero: “cosa c’è sulla Costa Occidentale?” Siamo esploratori per natura. Sarebbe molto triste e limitativo rispondere alla mia domanda : “Sì, rimarremo sempre su questo pianeta.” E siccome è limitativo, non penso che alla fine questa sarà la nostra risposta.

 

Detto questo, dato che lo spazio è così vasto, così senza limiti, ci vorrà molto tempo. Dobbiamo perciò prepararci oggi per andare più lontano nei molti domani che seguiranno, e continuare a sviluppare tecnologie e capacità.

 

Possiamo fare moltissimo con la ricerca in robotica e c’è molto spazio per le esplorazioni senza partecipazione umana. In luoghi dove conduciamo ricognizioni di tipo generale, per esempio su Marte, possiamo utilizzare robot per aiutarci a individuare le aree di maggiore interesse e fornirci informazioni sui punti più adatti all’atterraggio. Ma un robot non può camminare sulla superficie e accorgersi che il suo ultimo passo è diverso dal precedente, che il suolo su cui cammina dà una sensazione diversa. La presenza umana è necessaria per reagire nel modo più efficace di fronte alla massa dei dati raccolti e per prendere decisioni alla luce di fatti imprevisti, decisioni per le quali è difficile programmare un robot.

 

(Mariangela C. Sullivan)  

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