ALTA FORMAZIONE/ “La ricerca scientifica e il futuro della specie”: scienza e filosofia a confronto, per il rilancio del Meridione

- La Redazione

Con il corso di alta formazione La ricerca scientifica e il futuro della specie, eminenti studiosi hanno dimostrato come la scienza non escluda per forza la trascendenza. E che il Meridione è ancora in grado di attirare risorse intellettuali. Il commento di SERGIO CRISTALDI

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Raffaello, La Scuola di Atene (1509-11)

Si è chiuso il sipario sul corso di alta formazione La ricerca scientifica e il futuro della specie, due settimane di lezioni e dibattiti a cui hanno preso parte gli esponenti più reputati della filosofia e della scienza italiane, aprendo prospettive inedite, ma anche interrogandosi, comunicando le proprie istanze irrisolte, mettendosi personalmente in questione. Rigoroso nell’impostazione scientifica e al tempo stesso volutamente trasversale, il corso, svoltosi dal 14 al 26 giugno e diretto da Pietro Barcellona, ha interrogato diversi specialismi a partire da una preoccupazione di fondo. L’ambizione, secondo il programma, era «dar vita a un dialogo aperto fra le diverse correnti di pensiero, accettando solo l’idea che il nemico comune di ogni sapere è quello che riduce il mondo e l’uomo a una sola dimensione»; e dunque «mettere alla prova i luoghi della formazione della tradizione occidentale e del suo crepuscolo nella omologazione del riduzionismo scientista e del funzionalismo evoluzionista/sistemico».

In altri termini, si voleva registrare la sfida dello scientismo e sondare la possibilità, ancora oggi, di un’autorappresentazione dell’uomo come libertà e responsabilità, oltre la tenaglia di vecchi e nuovi meccanicismi. E questa possibilità hanno rivendicato, s’intende in maniera problematica e critica, Massimo Cacciari, Vincenzo Vitiello, Giuseppe Longo, Salvatore Natoli, mentre il difficile confine tra etica e neuroscienze veniva perlustrato da Roberto Mordacci, Claudia Mancina, Carmine Di Martino.

Nessuna malintesa contrapposizione tra scienze dell’uomo e della natura, saperi dell’anima e del mondo, come se si trattasse di sfere in irrimediabile attrito, di cause avverse tra cui scegliere risolutamente, abbracciando uno dei vessilli in lizza: in realtà, altro è lo scientismo, con la sua pretesa di subentrare alla metafisica e dettare la nuova carta della morale, altro il lavoro degli uomini di scienza, tanto più attendibili quanto più fedeli al proprio ambito e ai propri metodi, senza presunzione insomma di governare l’intera episteme. La scienza comporta necessariamente riduzione, esclusiva aderenza alla dimensione quantitativa; ma riduzione non significa affatto riduzionismo, l’immotivata conclusione che oltre quel perimetro nulla si può conoscere o addirittura nulla esiste.

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I migliori scienziati si mostrano invece convinti che il confine delle proprie competenze non costituisce un non plus ultra assoluto dell’umano interrogare, ma evoca il complementare impegno conoscitivo di filosofia ed etica. Lo hanno puntualizzato, ciascuno con la sua peculiare attrezzatura e sensibilità, Marco Bersanelli, Francesco Riggi, Fortunato Tito Arecchi. Il corso, del resto, ha perseguito in maniera radicale l’interdisciplinarietà, chiamando a consulto anche le arti, riconoscendo loro uno statuto di veri e propri saperi, come hanno ribadito le conversazioni di Costantino Esposito e Davide Rondoni, come hanno fatto intuire le lezioni-concerto di Pietro Bonaguri (sulle composizioni per chitarra dei musicisti italiani contemporanei) e di Nino Faro e Fabio Nastasi (sul pianismo di Chopin).

 

Notevole l’adesione dei corsisti, cinquanta giovani studiosi italiani – davvero non pochi, se si considera il carattere fortemente selettivo dell’iniziativa – a cui si sono aggiunti anche docenti svizzeri e spagnoli, qualificando ulteriormente il parterre. Si capisce che una platea del genere consentisse un livello sempre elevato di riflessione e discussione. Meno scontato il clima di dialogo e di amicizia che ha finito per coinvolgere tutti: il corso è stato al tempo stesso e indissolubilmente un’occasione di messa a fuoco culturale e un’opportunità di incontro fra persone, disposte a mettere in gioco, insieme al proprio pensare, anche il proprio umano, o meglio, a superare gradualmente la barriera artificiosa tra l’uno e l’altro.

 

In definitiva, l’eredità, tipicamente moderna, di un dualismo inconciliabile fra riflessione ed emozione, pubbliche argomentazioni e decisioni per l’esistenza, si dimostra sempre più fuorviante: un ostacolo all’approfondimento scientifico, piuttosto che la condizione del suo darsi. Il fatto è che il movimento della conoscenza ha origine nella totalità dell’uomo, o se si vuole nelle istanze che ne definiscono la figura intera. Ed è parsa chiusura pertinente dei lavori la testimonianza di Pietro Barcellona sul dramma che ogni rapporto significativo mette in atto: se al di là dell’orizzonte c’è il niente, come faccio ad amarti oltre il niente? Si può discutere se l’avventura conoscitiva riesca o meno a sciogliere il lacerante enigma, ma è difficile negare che essa ne cerchi, in vario modo, la chiave.

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 Non è indifferente che queste due intensissime settimane si siano svolte a Catania. Si è mostrato così, e non con una dichiarazione d’intenti, ma attraverso un’esperienza in atto, che esiste una nuova e produttiva modalità di affronto dell’emergenza Mezzogiorno (emergenza ben visibile anche nel settore dell’Università e della ricerca). Non la questua più o meno querula, poco o tanto aggressiva, in cerca di un assistenzialismo deresponsabilizzante, bensì un’iniziativa libera animata da un’intenzione e passione culturale, insomma una creatività all’opera, che chiede riconoscimento e supporto in forza della sua qualità.

 

E come non è mancata l’attenzione da parte dei destinatari, convenuti nel capoluogo etneo da tutte le regioni d’Italia, con sorprendente l’inversione del trend che prevede un flusso intellettuale esclusivamente orientato verso Nord, così non è mancato il sostegno di associazioni ed enti che hanno sposato la proposta di Barcellona e del comitato scientifico: il consorzio Nova Universitas, l’Associazione Euresis, la Fondazione per la sussidiarietà, la Fondazione Credito Valtellinese. La coscienza di questa impostazione, che mette al centro l’intrapresa di soggetti qualificati, è emersa in un incontro pubblico su Cultura e Università nel Mezzogiorno che cambia, con Carlo Lauro, Giorgio Vittadini e Pietro Barcellona; un momento di confronto con il mondo universitario, in cui si sono profilate, fra l’altro, le potenzialità di un Mezzogiorno tutt’altro che condannato a recitare il suo requiem, quando la posizione geografica ne fa la cerniera ideale fra Europa e Mediterraneo. A patto che si vinca la malaugurata alleanza tra un centralismo burocratico indifferente alle eccellenze e una prassi clientelare che riproduce incompetenze e sprechi.

 

Dietro le quinte, il lavoro per una successiva edizione del corso è già iniziato, nell’auspicio di una stabilizzazione, magari con cadenza annuale. C’è speranza se questo accade a Catania. Se si dispiega anche a queste latitudini uno scenario che attrae meridionali e non, coinvolgendo gli interessi di tutti. In definitiva, il Sud non è chiamato a mettere eternamente a tema se stesso e le sue problematiche sorti, al contrario può ospitare questioni universali; proprio questa ritrovata capacità di trascendere controversie di campanile e dibattere di filosofia e neuroscienze, etica e biologia, insomma di problemi planetari e non municipali, è la spia di una crescita. Insperata ma reale.

 

(Di Sergio Cristaldi)

 

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